Cina e inflazione
Un freschissimo studio di Bank'Italia evidenzia il ruolo dei prodotti cinesi nel contenimento dell'inflazione in Italia.
Segnatamente, lo studio di tre economisti di Via Nazionale spiega come la crescita del Made in China abbia colpito pesantemente la nostra economia andando a fare concorrenza all'Italia in settori per noi rilevanti come tessile, abbigliamento, calzature e mobili.
Per contro, lo studio di Matteo Bugamelli, Silvia Fabiani ed Enrico Sette (titolo: "L'effetto pro-competitivo delle importazioni dalla Cina") evidenzia come nel periodo considerato (2000-2005) l'inflazione sia stata di circa mezzo punto percentuale l'anno inferiore rispetto a quella che sarebbe stata senza la crescita delle quote di mercato dei prodotti cinesi.
Da notare che questo studio tratta del passato, non dà indicazioni sul futuro.
Peraltro è difficile non notare come l'attuale importante crescita dei salari cinesi disegni uno scenario potenziale molto diverso per il futuro.
E' possibile che nel decennio appena iniziato l'impatto della Cina sulla nostra economia sia di segno completamente diverso, non portando benefici sul fronte inflazionistico ma portando benefici sul fronte della crescita.
Fra l'altro l'Italia non sembra minimamente messa male, soprattutto rispetto al fenomeno dei nuovi ricchi cinesi.
Fenomeno che è peraltro oltremodo difficile da analizzare, non foss'altro perché quelli che apparivano nelle classifiche dei neomilionari (in dollari americani) nel 1999 sono stati, nel decennio successivo, arrestati in circa la metà dei casi.......
Assicurazioni ramo danni, il triste destino delle tariffe assicurative
MiFi di oggi ha pubblicato, come accade via via, dati molto interessanti.
Con riferimento al settore assicurativo non ci sono ancora i dati completi relativi al 2009, quello che si sa è che saranno peggiori di quelli del 2008.
Sono stati evidenziati, invece, i dati del conto tecnico delle assicurazioni italiane relativi al dicembre 2008.
Che fossero pessimi lo presumevo basandomi sui dati delle società quotate in borsa, ma avevo il dubbio che le piccole compagnie potessero stare un pò meglio.
Invece il quadro è tetro:
Rc autoveicoli - perdita di 92 milioni di €.
Infortuni - utile di 481 milioni di €.
Malattia - perdita di 103 milioni di €.
Incendio ed elementi naturali - perdita di 133 milioni di €.
Rc generale - perdita di 209 milioni di €.
Non che sia una novità che nelle fasi di crisi capannoni e fabbricati vadano a fuoco perché i conti dell'azienda quadrano meglio così ma, se politici ed pseudoassociazioni di consumatori non fanno meno demagogia d'accatto, la strada degli aumenti delle tariffe è segnata.
Il problema è che per loro i truffatori sono sempre elettori ed associati.
Tuttavia, sta in piedi meno di un serpente zoppo chiedere alle assicurazioni di contenere le tariffe trovando spazio a discapito dei propri utili, visto che quegli utili non ci sono proprio.
Della serie: è difficile trovare un gatto nero in una stanza buia, specialmente quando il gatto non c'è.
Di recente ci sono stati eventi nuovi a creare danni alle compagnie come il terremoto dell'Aquila, la frana di Messina e le nuove tabelle stabilite dal Tribunale di Milano per i risarcimenti alla persona (con conseguente aumento dei costi dei sinistri).
Però, mentre per i disastri naturali non si può fare granché, sarebbe anche l'ora che la legislazione permettesse alle compagnie assicurative di difendersi dagli abusi che subiscono e che vengono successivamente scaricati sulle persone per bene.
Una politica volta al contenimento/riduzione delle tariffe deve per forza puntare alla riduzione delle spese.
Non può certo puntare sulla riduzione degli utili delle compagnie, che neanche ci sono e che invece ci debbono essere.
Ci debbono essere perché è impossibile che le compagnie esercitino la loro funzione sociale "assicurativa" con i conti in rosso.
Che cosa puoi assicurare, sia che si tratti di pensioni private che di qualunque altra cosa, se tu compagnia sei la prima ad avere i conti in condizioni precarie?
Se uno effettua dei versamenti per avere, ad esempio, una pensione privata, non dovrebbe avere nessun margine di dubbio sul fatto che i conti della compagnia siano solidi (quello che non è successo in USA con AIG).
Beating the dealer- Beating the Dow
Pochi conoscono in Italia Edward Thorp.
Si tratta di un antesignano dell'applicazione alla finanza di equazioni ed algoritmi.
Viene considerato una sorta di capo spirituale dei "quant", i matematici che imperversano a Wall Street.
Per inquadrare il soggetto, Thorp a sette anni calcolava in volata quanti secondi ci siano in un anno.
Quando faceva il professore al Massachusetts Institute of Technology (il cosiddetto MIT) di Boston dimostrò per primo come si potesse vincere nei casinò contando le carte nel blackjack.
A Las Vegas raddoppiò i diecimila $ che gli erano stati messi a disposizione da un investitore che era rimasto colpito dal suo metodo.
Metodo che venne illustrato nel saggio Beat the dealer del 1962.
Assieme ad un altro matematico, Thorp sviluppò pure il primo "computer indossabile", un elaboratore rudimentale con il quale i due tentarono di vincere pure alla roulette.
Poi passò alla finanza.
Nel 1965 creò il fondo Princeton-Newport partners.
Si trattava del primo HF (Hedge Fund) con operatività basata su equazioni create per guadagnare sia con il mercato in salita che con il mercato in discesa.
I cosiddetti "quant" hanno subito il primo tracollo con il crac del 1987.
Situazione analoga con la crisi dei mutui subprime, quando le loro equazioni sono andate in tilt a causa del panic selling.
Scott Patterson spiega come i modelli matematici abbiano sempre avuto difficoltà nel prevedere gli eventi inaspettati che determinano violente fluttuazioni nei mercati.
Patterson è l'autore di un saggio, "The Quants" (sottotitolo: "Come una nuova razza di geni della matematica ha conquistato Wall Street e l'ha quasi distrutta."), recentemente pubblicato dall'editore Crown.
Il caso di Thorp è abbastanza singolare perché il fondo che amministra personalmente ha driblato il crollo del mercato immobiliare, ma la maggior parte del suo denaro era stato messo in HF che traboccavano di titoli tossici e che hanno recuperato solo in parte.
A "fare il verso" a "Beating the dealer" di Thorp venne pubblicato nel 1990 "Beating the Dow" di O'Higgins.
Fa parte della vastissima varietà di tentativi di usare matematica e/o statistica per fare denaro con la finanza.
Il metodo di O'Higgins è una versione della strategia "The dogs of the Dow".
Alcune note:
A) Dow sta per Dow Jones Industrial Average, indice che a sua volta prende il nome da Charles Henry Dow (fra l'altro fondatore del Wall Street Journal e, con la "Teoria di Dow", padre dell'analisi tecnica) ed Edward Jones.
B) Dogs, ossia cani, sta per "titoli trattati da cani", ossia ingiustamente maltrattati dal mercato (la logica è cercare titoli che valgano di più di quello che quotano).
Di base, il metodo noto come "The dogs of the Dow" consiste semplicemente nell'acquistare ogni prima giornata borsistica dell'anno i dieci titoli del Dow Jones (che ne comprende appena 30) che nell'arco dei dodici mesi precedenti hanno dato il dividendo percentualmente più alto rispetto alla quotazione dell'azione, investendo su ognuna delle dieci azioni la stessa quantità di denaro.
Poi, a distanza di un anno, rifare la stessa cosa mantenendo in portafoglio solo i titoli che continuano ad essere nella top10 come redditività da dividendi.
E' un approccio estremamente rozzo per individuare titoli sottovalutati.
Approccio che però dal 1983 ad oggi ha determinato una performance media annua più alta dell'indice: 18% contro il 15%.
Da notare che tre punti percentuali l'anno di differenza sono uno sproposito in un piano di accumulo previdenziale che punti a versare un premio unico finale ad una compagnia assicurativa: significa (a causa dei vantaggi dell'interesse composto) poter avere anche il doppio o più della pensione privata rispetto a quello che si sarebbe potuto avere altrimenti.
La variante di Michael O'Higgins proposta all'interno del testo "Beating the Dow" parte dallo stesso approccio ma ordina per prezzo la lista dei dieci titoli con i dividendi migliori.
In pratica, le 5 azioni meno costose del gruppo (chiamate Flying Five) sono da comprare e gestire con lo stesso approccio dei Dogs of the Dow.
Dal 1983 l'approccio di O'Higgins ha determinato un rendimento annualizzato del 19,4%.
C'è un'ulteriore versione elaborata del celebre sito di investimenti The Motley Fool.
Essa cerca di combinare le prime due.
La Foolish Four in realtà sembra un approccio del tipo: torturate i numeri e vi confesseranno la verità.
Ossia: avendo già i dati del passato, fare dei contorsionismi per trovare un metodo che li prevedesse.
Non c'è particolare base logica che faccia presumere che il futuro vada così.
Comunque, per la cronaca, la Foolish Four si ottiene dividendo il rendimento dei trenta titoli del Dow Jones per la radice quadrata del rispettivo prezzo.
Poi si organizzano i risultati andando in ordine decrescente, si scarta il primo titolo della lista così ottenuta e si acquistano i 4 immediatamente successivi, tenendoli al solito per tutto l'anno.
Sempre per la cronaca, nell'ultimo quarto di secolo il rendimento medio annuo di questa strategia è stato del 24,5%.
Fondi immobiliari e sconto sul NAV
Molto interessante una polemica fatta da Affari&Finanza su un prodotto delle Poste (e non solo): I risparmiatori scottati dal mattone delle Poste .
Se ci si aspetta che certi argomenti possano essere trattati dalle associazioni di consumatori più presenti in televisione, ci si può pure mettere comodi: Poste e Ferrovie italiane sono praticamente intoccabili perché le associazioni di consumatori in Italia sono finanziate dallo Stato.
Proprio tutte no, l'ADUC si rifiutò di prendere quel denaro proprio contestando lo sfacciato conflitto di interessi, ma è un caso più unico che raro.
Chiunque abbia la ventura di accendere la televisione italiana può verificare il continuo, totale ed assoluto doppiopesismo che le più pubblicizzate associazioni di consumatori esercitano tra Poste e sistema bancassicurativo.
E' giusto che sia ben chiaro il motivo, visto che non ha assolutamente niente a che vedere con presunti ideali di tutela dei consumatori, ma solo con gli interessi economici di certe associazioni.
Nel caso in esame, in realtà, la scorrettezza delle Poste è nel prezzo del collocamento che era tiratissimo, non nell'andamento delle quotazioni.
Le quotazioni di questi fondi possono avere uno scollamento anche notevolissimo dai fondamentali, come tanti altri titoli.
In realtà questi anche di più, a causa della scarsissima liquidità.
I fondi immobiliari nascono con tanti buoni propositi, in particolare poter investire nel mattone pur disponendo di poco denaro, aver costi di intermediazione ridotti e beneficiare di una gestione professionale.
Sono buoni propositi in parte mantenuti, anche se questi prodotti andrebbero presi con la logica del tenerli fino alla scadenza, quando verranno effettuati i rimborsi e quanto si avrà in tasca si sarà riallineato ai fondamentali.
Da quel punto di vista è normale che, quando sono pesantemente a sconto sul NAV, piacciano ai bargain hunter (sostanzialmente "cacciatori di occasioni").
Ne conosco un paio che sono specializzati nei prodotti delle Poste.
Hanno un approccio simile ai giocatori di poker che vogliono giocare solo online venerdì e sabato notte per cercare di scontrarsi con quelli che giocano dopo aver bevuto e giocano tanto per giocare, senza utilizzare impianti matematico/statistici.
Ed è un approccio opposto a quelli che vogliono "trovare la pokerstar che è in sé" e puntano, per ego, a scontrarsi con i più forti anziché con quelli con cui è più facile vincere.
In pratica, ritengono che sia più facile fare denaro avendo come controparte un vecchietto delle Poste che non Goldman Sachs, Jp Morgan o qualche altra banca d'affari americana.
E' un approccio non esattamente "sportivo", ma tutt'altro che bischero.
Facciamo i conti della serva.
Facciamo riferimento al Fondo Obelisco ed ipotizziamo che nel 2010 ai risparmiatori vengano rimborsati 2.370 € (il NAV relativo al 30/6/2009) e che oltre ai 300 € di dividendi già distribuiti nel primo quinquennio (o lustro che dir si voglia) se ne aggiungano altri 300.
Naturalmente nessuno può sapere quale sarà il NAV del fondo nel 2015 ed a quanto ammonterà il rimborso.
Ma l'ordine di grandezza non dovrebbe essere molto diverso.
In ogni caso questa è assolutamente un'ipotesi di scuola che va presa come tale.
Ipotesi nella quale un risparmiatore che avesse acquistato al collocamento a 2.500 € nel 2005 si troverebbe nel 2015 con 2.370 € di rimborso a cui vanno aggiunti i primi 300 € di dividendi del primo quinquennio (e quelli sono già stati erogati) ed i dividendi del secondo quinquennio (ipotizzati essere sempre 300 €).
In pratica: 2.370+300+300=2.970 €.
Rispetto ai 2.500 iniziali sono, considerato un decennio intero, un rendimento sostanzialmente da BOT (di questi tempi) senza però poter toccare il proprio denaro per un decennio.
Certo non una scelta felice, ma tutt'altro che una catastrofe.
E fa benissimo Affari&Finanza a sostenere che è meglio aspettare la scadenza.
Se poi Poste Italiane avesse fatto sottoscrivere questi prodotti per davvero a vecchietti la cosa sarebbe molto grave, visto che si tratta di prodotti decisamente da lungo periodo.
Vorrei invece far capire perché queste situazioni eccitano i bargain hunter.
Poniamo la stessa ipotesi di scuola partendo sempre da un rimborso ipotetico finale di 2.370 € con 300 € di dividendi nei prossimi cinque anni.
Avremmo 2.370 € di rimborso con 300 € di dividendi, ossia 2.670 € a fronte di un acquisto che si può fare intorno a 1.110 €.
Ossia un capitale che più che raddoppia in cinque anni.
Anche al netto di imposte su capital gain e dividendi saremmo oltre il 15% annuo netto di media, e con tasso composto (interessi sugli interessi, per capirci).
Naturalmente nessuno può sapere esattamente quale sarà il valore di rimborso, né quale sarà l'importo dei dividendi nei prossimi anni (teoricamente i dividendi potrebbero persino non esserci, anche se è un'ipotesi del tutto irrealistica).
E questo articolo non è assolutissimamente, al solito, un consiglio per gli acquisti.
E', sempre della serie "Educational Channel", un'occasione per spiegare come il fare i bargain hunter avendo come controparte i clienti delle Poste consenta di realizzare operazioni con un rapporto rischio/rendimento che è difficile trovare se la controparte è una banca d'affari yankee.
Nel caso delle Poste l'approccio che funziona quasi sempre è: se ti vogliono vendere qualcosa NON COMPRARLA.
Ma, se quegli stessi prodotti vengono svenduti dai clienti, inizia a farti per bene i conti.
120 anni di immobili in USA
In attesa dei nuovi dati dell'indice Case/Shiller, merita una nota proprio un freschissimo studio di Robert Shiller su un arco temporale di 120 anni.
Studio che ha dimostrato come negli ultimi 120 anni il mercato dell'usato residenziale (il tipo di compravendita più diffusa) USA abbia visto un guadagno al netto dell'inflazione del 40%.
Al picco della bolla, nell'estate del 2006, la plusvalenza sarebbe stata di circa il 120%.
In un arco temporale così ampio ciò signica un rendimento medio annuo composto dello 0,3% rispetto ad un massimo dello 0,7% circa.
Sebbene non abbia particolarmente senso aspettarsi rendimenti reali (ossia al netto dell'inflazione) dagli immobili (sono beni che si deteriorano, anche se certo non come le automobili, e sono soggetti ad oneri di compravendita), in tutti i paesi hanno un legame fortissimo con l'inflazione.
Paesi emergenti e fondi azionari globali
Fra le pubblicazioni recenti quella forse più interessante è l'Annuario 2010 del Credit Suisse (tratta di 110 anni del mercato azionario).
Gli autori vengono dalla London Business School (segnatamente sono Elroy Dimson, Paul Marsh e Mike Staunton).
I dati più interessanti sono quelli relativi ai paesi emergenti.
Stiamo osservando tutti con estrema attenzione i cosiddetti Emerging Markets (anche se in realtà è da un bel pezzo che sono emersi) anche perché, in un decennio cupissimo per le borse come 2000-2009, esse una decina di punti percentuali l'anno di performance positiva la hanno tirata su.
Soprattutto, hanno una crescita del PIL importante e le tipiche prospettive favorevoli dei later starter, che hanno di norma una crescita ben più consistente dei paesi partiti prima.
Oltretutto, il 2010 sarà un anno simbolicamente rilevante: è, con ogni probabilità, l'anno del sorpasso della Cina sul Giappone.
D'altra parte, che un miliardo e trecento milioni circa di cinesi producessero meno di 127 milioni circa di giapponesi non rientrava certo nell'ordine naturale delle cose.
Tuttavia, i dati dello Yearbook non si limitano, al solito, ad analizzare un periodo "breve" come un decennio.
Relativamente agli emergenti è stato studiato il periodo più lungo esaminabile, ossia i 34 anni fra il 1976 ed il 2009.
In tutto questo tempo gli Emerging Markets hanno addirittura sottoperformato il principale indice mondiale (Msci World) dell'1% annuo.
La ricerca evidenzia come storicamente il legame fra crescita del PIL e rendimento dei mercati azionari sia molto più debole di ciò che ci si potrebbe immaginare.
Inoltre manca qualsiasi correlazione fra crescita del PIL pro capite ed andamento del mercato azionario: conta il PIL complessivo.
Un elemento che incide è che i mercati tendono a riflettere in anticipo sulle quotazioni la maggiore crescita economica prevista.
Focalizza l'attenzione sugli USA il capo strategist dell'investment banking del Credit Suisse Jonathan Wilmot.
Si tratta di un'analisi costruita su una serie storica lunghissima (in alcuni casi risale a più di duecento anni).
Wilmot evidenzia come il trend della produttività USA nonché la crescita reale degli utili sia persistentemente ad un tasso del 2% circa annuo per oltre cento anni.
Wilmot (ma qui si entra nel campo delle opinioni) ha aspettative piuttosto positive sul prossimo decennio borsistico USA.
Tutto sommato, visto che per un investitore privato è difficile valutare le varie aree del mondo e le opportunità che offrono, è il caso di ricordare che esistono i vecchi fondi comuni globali.
Spesso sono finte gestioni attive che servono solo a scroccare più commissioni degli ETF.
Però ci sono anche gestori di valore ed è improprio paragonarli a cavalli (al di là del fatto che i mercati finanziari hanno un legame con l'economia reale, a differenza del gioco d'azzardo).
Anche perché nelle corse di cavalli puntare su quelli più forti (che possono benissimo perdere lo stesso, peraltro) significa dover accettare quote più sfavorevoli.
Invece fra i fondi le commissioni sono molto simili.
Inoltre, mentre non c'è dubbio che i rendimenti passati non garantiscano assolutamente quelli futuri, non è assolutamente vero che i gestori abbiano tutti lo stesso valore.
Merita un'altra segnalazione Carmignac, il cui fondo Investissement utilizza una gestione attiva spaziando in tutto il mondo.
E' stato fondato 21 anni fa (quando è stata fondata la boutique di gestione parigina Carmignac) dal sessantatreenne Edouard Carmignac, che lo segue sin dalla fondazione.
Dal 2000, nonostante un decennio cupissimo per l'azionario, ha una performance annualizzata dell'8,13% lordo.
Dal lancio, avvenuto nel gennaio 1989, ha reso un 860% cumulato.
Il suo benchmark Msci World Free nello stesso periodo è salito del 76%, mentre la media di categoria è cresciuta nel contempo del 168%.
Da notare come gli azionari globali smentiscano il luogo comune che i fondi facciano peggio dell'indice (il che ha anche un senso, visto che sono gravati da commissioni).
Presumibilmente la media di categoria dei globali performa meglio dell'indice globale perché, se la gestione attiva è realmente tale, è difficile che non si indirizzi in aree in cui ci sono opportunità valide di investimento.
Tariffe assicurazioni auto
Succede spesso che le dichiarazioni di Marchionni siano molto interessanti, vista la sua grande franchezza ed il peso che ha nel settore auto.
Parlo di Fausto Marchionni, non di Sergio Marchionne, ossia dell'Amministratore Delegato e Direttore Generale di Fondiaria-Sai.
Il suo gruppo, fra Fondiaria-Sai e Milano Assicurazioni, rappresenta circa un quarto del settore delle polizze auto.
Settore che non smette di sorprendere.
Ad esempio, c'è stata una polemica recente fra le compagnie assicurative italiane e l'ISVAP (che molto spannometricamente sta alle assicurazioni italiane come Bank'Italia sta alle banche italiane).
L'ISVAP gli contesta sostanzialmente di cercare di aggirare l'obbligo di legge di assicurare tutti, ad esempio autosabotandosi i call center in zone come Napoli e Caserta.
Dal suo punto di vista, ha sicuramente ragione l'ISVAP a sostenere che le assicurazioni debbono rispettare la legge e, poiché si tratta di assicurazioni obbligatorie, non possono svignarsela.
Dal loro punto di vista, hanno sicuramente ragione le compagnie a sostenere che in zone in cui la sinistrosità è superiore anche del 1.000% rispetto alla media nazionale (che già è quella che è) è ovvio che se la vogliano svignare.
Chi è platealmente dalla parte del torto è la demagogia d'accatto di politici e pseudoassociazioni di consumatori che per difendere i truffatori (poiché elettori ed associati) fanno pagare il conto a quelli onesti.
Marchionni ha recentemente sostenuto che il problema, ancor più dei sinistri falsi, sono quelli gonfiati.
Ha ricordato anche come nella "catena del risarcimento" si inseriscano frequentemente figure come i consulenti per l'infortunistica stradale.
Figure che fanno lievitare i costi dei sinistri senza avere nessuna regolamentazione od albo professionale che garantisca la correttezza del loro operato.
Da notare come il combined ratio di società del peso di Fondiaria-Sai ed Unipol (per più ragioni) si sia trovato l'anno scorso ad essere sopra quota cento.
Il combined ratio è la quota di spese rispetto agli incassi (il riferimento è all'intero ramo danni).
In sostanza, sono addirittura in perdita.
Con riferimento a Fondiaria-Sai, il piano industriale prevede per il 2011 un'utile netto di 370 milioni (che sarebbe adeguato per rendere le attuali quotazioni enormemente a sconto, del resto sono quotazioni che vengono da un tracollo) ed un combined ratio del 97,8%.
Quando il ramo danni tornerà in utile scatteranno subito le polemiche sulla crescita delle polizze.
Tuttavia, è del tutto evidente che, se si vogliono contenere/ridurre le tariffe, il punto non è il 2,2% di utili sul 100% di ricavi, bensì il 97,8% di costi.
E' sceso in campo anche Fabio Cerchiai (Presidente dell'ANIA, Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici).
Cerchiai fra l'altro sostiene che sarebbe un fondamentale principio di prevenzione quello di incrociare le banche dati di ANIA ed ACI.
Contesta anche che in alcune aree territoriali il fenomeno delle truffe assicurative attualmente rientri tra le fonti di profitto della criminalità organizzata.
Inoltre, sostiene l'esigenza di correggere urgentemente il meccanismo bonus-malus cambiato dal Governo Prodi.
Ad esempio, con l'attuale normativa, nei casi di incidente con concorso di colpa il malus non scatta per nessuno dei 2 automobilisti coinvolti.
Il che è una stortura evidente.
Debito pubblico italiano
Ieri sono arrivate le stime dell'Isae.
Prevedono un +1,0% del PIL nel 2010 e dell'1,4% nel 2011 con una disoccupazione che si attesterebbe all'8,8% nel 2010/2011 contro il 7,8% del 2009.
La stima del rapporto debito pubblico/PIL è del 114,8% nel 2009, del 117,2% nel 2010 e del 117,8% nel 2011.
Per avere un quadro della situazione occorre guardare al passato.
Il picco del rapporto debito PIL è stato raggiunto nel 1994 quando è andato al 121,8%.
Non significativo, da quel punto di vista, il ruolo del Governo Berlusconi I (che quell'anno restò in carica solo per pochi mesi).
Importante, invece, il ruolo dei governi successivi (Dini, Prodi I, D'Alema I-II, Amato) che portarono il rapporto debito PIL al 108,8% del 2001.
Prendendo i dati ISTAT si vede come gli anni perduti siano stati il periodo che intercorre fra il 2002 ed il 2008, quando il rapporto è stato intorno a 105,7%, prima del rapidissimo peggioramento successivo.
Segnatamente:
2000: 109,2%
2001: 108,8%
2002: 105,7%
2003: 104,4%
2004: 103,8%
2005: 105,8%
2006: 106,5%
2007: 103,5%
2008: 105,7%
2009: 115,1% (è una stima).
Da notare che tutti i paesi stanno affrontando il peggioramento dei conti pubblici dovuto alla cosiddetta "Grande Recessione".
Significativa, da questo punto di vista, la scelta della Germania.
Il 12/6/2009 il Bundesrat concluse un cambiamento importante della costituzione germanica.
Con quel cambiamento dal 2016 il deficit pubblico federale non supererà più lo 0,35% del PIL e dal 2020 i länder non potranno più indebitarsi.
E' stato un cambiamento di fatto bipartisan, visto che la modifica della costituzione venne fatta dalla Grosse Koalition.
Mancano gli interventi dell'Italia, ma la strada potrebbe averla indicata Berlusconi quando ha parlato di necessità di un intervento europeo sulle pensioni.
Sebbene Berlusconi sia stato smentito da Tremonti (veniamo da un intervento recentissimo in materia pensionistica), occorre considerare che le agenzie di rating danno un enorme peso al settore previdenziale.
Lo fanno anche in considerazione del fatto che il debito pubblico previdenziale (inteso come promesse di pagare pensioni in futuro), pur essendo un debito sommerso e non ufficiale, è molto spesso più alto di quello ufficiale.
Inoltre è molto più facile intervenire lì.
Significativo proprio il caso italiano, con le riforme Amato-Dini che ridussero il debito previdenziale italiano dal 300% circa del PIL al 120-130%.
Berlusconi potrebbe sfruttare il fatto che Grecia, Spagna, Francia ed Irlanda (a cui è presumibile che si aggreghino altri) stanno cercando di intervenire sul settore previdenziale.
E' evidente che a questo punto se ne parlerà dopo le elezioni regionali (anzi, è strano che Berlusconi ne abbia parlato in campagna elettorale), però occorre considerare che non c'è spazio per interventi fiscali.
Anche perché è dal gennaio del 1994 che Berlusconi promette di ridurre le tasse.
Poiché dopo 16 anni di promesse di riduzione della pressione fiscale la stessa è più alta di 16 anni fa (e più alta pure dell'ultimo Governo Prodi), Berlusconi è costretto ad intervenire sulla spesa pubblica.
Altrimenti può trovarsi nel 2013 ad elezioni politiche in cui si presenta con una pressione fiscale che resta ben più alta di quella del 1994.
Dopo 19 anni di promesse false sulla riduzione delle tasse, presentarsi con una tassazione addirittura più alta determinerebbe il suo annientamento politico in qualunque paese occidentale.
In Italia forse no, ma la questione è seria.
Tanto seria che Berlusconi ha sollecitato pubblicamente l'Europa ad un intervento congiunto sulla previdenza addirittura durante questa campagna elettorale per le regionali.
Questa pressione potrebbe spingere l'attuale governo a fare la riforma definitiva delle pensioni dopo le regionali, in maniera da avere abbastanza tempo da trarne benefici in vista delle politiche.
Magari con un'argomentazione che potrebbe fare molta presa sull'elettorato: dopo tantissimi pezzi di riforma in tutti questi anni, il suo completamento significherebbe non parlarne più.
Il che, con lo stillicidio di interventi fatti nell'ultimo ventennio, potrebbe essere interpretato da una parte importante dell'opinione pubblica come motivo di sollievo.
In ogni caso, Berlusconi ha una maggioranza ampissima in entrambe le camere grazie a due soli partiti.
Inoltre, ha molto tempo fra elezioni regionali ed elezioni politiche.
Questo lo mette nelle migliori condizioni possibili per chiudere la questione pensioni.
Che poi lo faccia o meno lo vedremo.
Basilea 3 ed i bond ibridi
Nel 2010 in Europa scadono 55 miliardi di € in bond bancari ibridi Tier 1 e Tier 2.
Per consolidata tradizione le banche esercitano l'opzione di rimborso anticipato alla prima occasione possibile.
Il problema è che Basilea 3 non solo cambierà gli obblighi in termini di indici patrimoniali, ma pare voler cambiare pure il modo in cui vengono calcolati.
Con il risultato che le banche non sanno per certo quali coefficienti dovranno rispettare e come gli strumenti ibridi dovranno concorrere alla loro formazione.
Siamo in tantissimi a temere che Basilea 3 sarà più un male che non una cura.
Quello che si sa per certo è che le banche vengono spinte a rafforzare il loro patrimonio e che il Comitato di Basilea sostiene che per contribuire al rafforzamento del Tier 1 gli strumenti ibridi dovranno essere in grado di assorbire le perdite.
Tuttavia, occorrerà aspettare almeno fino al 16 aprile 2010 (la fine della prima fase di consultazione) per sapere come vanno le cose.
Situazione attuale in Italia: UBI banca ha dichiarato che rinuncia a ritirare un bond perpetual (segnatamente di Banca Lombarda) alla prima data utile del 10 marzo.
Si può anche sostenere che non lo faccia perché non esercitare la call fa passare il bond da obbligazione a tasso fisso ad obbligazione a tasso variabile (attualmente più "conveniente" per l'emittente).
Tuttavia, a parte che si tratta di un vantaggio potenzialmente temporaneo, a più riprese è prevalsa la logica del richiamo alla prima call a prescindere da considerazioni di questo tipo.
Del resto, la stessa UBI banca si è comportata così in passato.
Basilea 3, oltre ai danni che potrebbe determinare in termini di restrizione del credito, potrebbe danneggiare gravemente questi strumenti.
Attualmente le obbligazioni di tipo Tier 1 danno rendimenti decisamente validi sia come tassi fissi che come tassi variabili perché il rischio vero è che salti la cedola se la banca non fa utili (cosa che fra le banche italiane non è successa praticamente mai).
E' successo pure che la terrificante crisi bancaria 2007/2009 portasse in perdita per un anno il Banco Popolare.
Esso però ha pagato ugualmente la cedola, pur non avendo nessun obbligo contrattuale a farlo (cosa che dà il senso di come gli istituti tengano a questi strumenti).
Se passa la tesi che questi strumenti debbano per forza essere in grado di assorbire le perdite per essere contabilizzati come strumenti validi al rafforzamento del Tier 1, questo rischia di ridurne a minimi termini l'utilizzo.
Fra l'altro finisce che il potenziale sottoscrittore viene spinto a buttarsi sulle azioni: sono anch'esse rischiose, ma hanno ben più potenzialità in termini di guadagno.
Quindi, rischio per rischio....
A meno che i tassi non siano corposamente incrementati, ma questo spingerebbe gli istituti bancari ad utilizzare altri strumenti, togliendone ai risparmiatori uno che invece, pur avendo quotazioni molto volatili, è interessante.
Ed è, comunque, uno strumento in più.
In fin dei conti, a dispetto del fatto che veniamo da una crisi bancaria destinata ad uscire dalla cronaca per entrare direttamente nel mito, è tradizionalmente più conveniente essere soci delle banche (azioni e bond ibridi) che clienti (conti correnti).
Anche se essere soci non è adatto a tutti e, come è evidente, occorre essere disposti ad accettare oscillazioni anche parecchio violente e periodi di attesa anche notevolissimi.
PIL italiano
Con i dati definitivi relativi al PIL italiano del 2009 si chiude un decennio terribile che ha visto una crescita media intorno al mezzo punto percentuale.
Segnatamente:
2000 +3,7%
2001 +1,8%
2002 +0,5%
2003 0,0%
2004 +1,5%
2005 +0,7%
2006 +2,0%
2007 +1,6%
2008 -1,0%
2009 -4,9%.
Stendendo un velo pietoso sul confronto con il resto di Eurolandia e dell'Euro27 per "carità di Patria".
Le principali stime sul PIL italiano per il 2010 oscillano fra lo 0,qualcosa% e l'1,niente%.
Livelli di crescita del tutto sufficienti per far tornare a salire gli utili anche a causa dell'effetto (che sui bilanci è, come al solito, tardivo) delle ristrutturazioni.
Per contro del tutto inadeguati a recuperare una parte anche minima dei disoccupati legati a quelle ristrutturazioni.
Anzi, è realistico che abbia ragione Confindustria a sostenere che la disoccupazione continuerà ad aumentare.
AGGIORNAMENTO: Il 1/3/2010 l'ISTAT ha corretto il dato italiano relativo al 2009 da -4,9% a -5,0%....
Sui fondamentali attuali della borsa italiana
Le stime di Bloomberg sui dividendi del FTSE IT. ALL SHARE sono del 3,39%.
Un livello interessante considerando che vengono distribuiti in dividendi circa la metà degli utili e la parte restante resta ad incrementare il valore delle aziende quotate.
Più parsimoniose e prudenti, al solito, le banche (in buona parte a causa dell'arrivo di Basilea 3).
Discutibile, se non deprecabile, la scelta di FIAT di erogare un dividendo pur essendo in perdita.
Le elaborazioni di Financial Service Tech su dati Bloomberg stimano un P/E atteso per il FTSE IT ALL SHARE (il principale indice di borsa italiano) di 11,6.
Questo significa decine di punti percentuali di rialzo potenziale per arrivare al P/E medio storico (che oscilla fra 14 e 17).
Senza contare che il P/E tradizionalmente è più basso se i tassi sono più alti e viceversa.
Attualmente la concorrenza di BOT ed affini è praticamente irrilevante e le stime dell'Associazione Bancaria Italiana (che non può sapere che cosa farà la BCE, ma di certo è fonte infinitamente più informata di qualunque associazione di consumatori) sono di un tasso ufficiale della BCE all'1,5% alla fine del 2010, ossia ancora a livelli spropositatamente bassi.
Considerando che dopo un 2010 realisticamente di stagnazione dovrebbe esserci, fra il 2011 ed il 2013, una ripresa che è stata annunciata talmente tante volte da ricordare Godot, se contasse solo l'analisi fondamentale il mercato dovrebbe essere eccezionalmente a sconto.
Questo perché persino se i P/E si adeguassero alla media storica, senza tenere minimamente conto di un contesto di tassi che resteranno eccezionalmente bassi per un periodo prolungato, lo spazio per un 2010 che recupera le perdite di inizio anno e chiude in territorio comodamente positivo (in maniera assimilabile al 2009) è veramente tanto.
Che poi accada è, ovviamente, un altro discorso, ma il mercato è eccezionalmente a sconto.
Senza contare che, dal punto di vista dei tassi, il nostro sistema bancassicurativo è in situazione sostanzialmente rovesciata rispetto alle principali banche USA.
Il peso delle banche d'affari là è tale che un contesto di tassi bassi gli permette di avere utili da trading che qui si vedono in maniera appena simbolica.
Questo determina una situazione tale che possono legittimamente temere un cambiamento della politica monetaria ed è un rischio che incombe.
Il nostro sistema bancassicurativo è profondamente diverso e, quando ci sarà la ripresa economica ed un ritorno dei tassi a livelli più normali, per le assicurazioni verrà limitata la grana enorme dei rendimenti garantiti su molte polizze e per le banche aumenterà il margine di interesse.
Dopo un 2008 ed un 2009 caratterizzati da una picchiata degli utili, il nostro sistema bancassicurativo potrebbe vedere una crescita piuttosto armoniosa degli utili negli anni a venire.
Senza contare che nel 2009 troppe assicurazioni hanno chiuso in perdita nel ramo danni, in buona parte a causa delle truffe nel settore auto, e si stanno attrezzando in maniera molto aggressiva per aggiustare i conti.
Occorre ricordare che l'ABI ha stimato che le perdite su crediti aumenteranno, dopo il 2008 ed il 2009, anche nel 2010 e nel 2011.
Questo è normale: le perdite su crediti seguono sempre in ritardo l'andamento del ciclo economico.
Quando c'è una recessione le aziende non falliscono immediatamente: cercano di reggere l'anima con i denti prima di fallire.
Le stime dell'ABI sono di una crescita delle sofferenze nel 2009 del 34%, nel 2010 del 27% e nel 2011 del 9%.
Tuttavia, l'andamento degli utili migliorerà con molto anticipo perché le svalutazioni su crediti sono state fatte dai nostri istituti in maniera molto prudenziale e molto anticipata, impattando sugli utili con ampissimo anticipo rispetto a quando si verificheranno.
Con il risultato che l'ABI stima un rimbalzo degli utili minimo dell'8% "già" dal 2010 (dopo un -45% nel 2009) seguito da una ripresa corposa anche se non si azzarda a dire quando potranno tornare ai livelli del 2007.
Da notare che i dati dell'ABI si riferiscono a tutto il sistema bancario italiano e non alle società quotate.
Tuttavia, le società bancarie quotate sono una parte fondamentale del sistema bancario italiano nella sua interezza.
Inoltre pesano sull'indice di borsa italiano molto più di quanto non facciano nella stragrande maggioranza dei listini.
Per questo le loro vicende vanno osservate con un'attenzione persino maggiore rispetto alle altre borse.
Lo stato attuale è di una borsa italiana che tratta ampissimamente a sconto, in una situazione perfettamente rovesciata rispetto a quella dell'inizio del passato decennio, quando l'euforia imperversava.
Nel marzo del 2000 il P/E del nostro listino riuscì a raggiungere un picco intorno a 32, con quotazioni sostanzialmente doppie rispetto a quelle che avrebbero dovuto essere per avere multipli nella media storica.
Inoltre venivamo da una crescita economica importante che si stava avviando alla sua liquefazione.
Cose che hanno inciso pesantemente su quello che è poi stato uno dei peggiori decenni borsistici di sempre.
Ora la situazione è opposta.
Non nel senso che ci avvieremo verso una forte crescita economica (il che, per quanto auspicabile, non ha proprio basi di appoggio) ma perché andiamo verso un triennio (il 2011-2013) in cui con ogni probabilità ci sarà un importante miglioramento del ciclo economico e degli utili aziendali.
Non foss'altro perché una fase di ciclo economico peggiore di quella attuale, con tutta la buona volontà, non sarebbe certo facile da realizzare.
E' una borsa a sconto persino sugli utili attuali che sono, e va ricordato sempre, gli utili di una fase di ciclo economico terrificante.
Il futuro non lo può prevedere nessuno, ciò di cui si può prendere atto è che il nostro mercato è fortemente a sconto sia rispetto ai multipli storici, sia in rapporto ai tassi, sia sulla base della tesi che un giorno remoto la ripresa economica ci sarà pure qui.
Del resto, con il balzo del 5,7% del PIL USA nel 4° trimestre 2009 è evidente come ci sia chi è, se non già ripartito, almeno sulla buona strada.
January effect
Come tutti gli anni, a fine gennaio inizia il dibattito sul january effect od effetto gennaio che dir si voglia.
Si tratta del dibattito sul suo effetto predittivo circa l'andamento del mercato nel resto dell'anno.
Le tabelle:
Non è una bella cosa il fatto che la borsa a gennaio di quest'anno sia scesa (sia sull'S&P500 che come borsa italiana).
Non perché questo significhi che scenderà nel resto dell'anno: negli ultimi 60 anni, 24 casi di discesa dell'indice a gennaio sono stati seguiti 12 volte da un'indice in salita e 12 volte da un indice in discesa.
Praticamente non significa niente come capacità di prevedere i ribassi.
Però sarebbe stato perlomeno benaugurante se gennaio fosse stato in salita.
Infatti, anche se si tratta di un misto fra scaramanzia e profezia che si autorealizza, fa impressione l'attendibilità di questo parametro nel preannunciare rialzi.
Ai 36 anni di gennaio in nero sono seguiti ben 32 periodi rialzisti fra febbraio e dicembre, contro appena 4 periodi ribassisti.
Euribor e banche
Exane Bnp Paribas ha appena reso noto uno studio interessante che stima come l'aumento di ogni punto percentuale di Euribor a 3 mesi si traduca mediamente in una crescita del margine di interesse nella misura del 5% ed un incremento degli EPS (gli Earning per Share, utili per azione) nella misura del 17%.
In effetti la situazione attuale è la peggiore possibile per le banche commerciali, come quelle italiane.
Questo perché ci sono tassi eccezionalmente bassi ed un livello di sofferenze consistente.
Quanto sia eccezionale il livello dei tassi di interesse è solo parzialmente visibile dai dati del Refi della BCE e dall'Euribor, in quanto l'essere ai minimi della storia dell'EURO non dà bene l'idea della situazione.
Questo perché l'EURO è troppo recente.
Si capisce meglio la situazione guardando il TUS della Banca d'Inghilterra che è al minimo della sua storia, che parte dal 1694......
Un livello di tassi che dà bene il senso dello stato comatoso in cui versano le nostre economie.
Stato che si vede anche dalle difficoltà di famiglie ed imprese a rimborsare i propri debiti.
L'ABI (l'Associazione Bancaria Italiana) stima che le sofferenze bancarie degli istituti tricolore, al netto delle svalutazioni, dovrebbero essere cresciute del +34,5% nel 2009 e dovrebbero salire del +27% nel 2010 e del +9% nel 2011.
E' vero che quando ci sarà la ripresa economica i livelli degli utili del 2007 saranno ampiamente raggiungibili (anche l'effetto di diluzione degli utili causa aumento di capitale di Unicredit è del tutto marginale), ma la ripresa vera non è certo dietro l'angolo.
Nel frattempo la situazione attuale, con l'accoppiata tassi bassi e sofferenze alte, è la peggiore possibile per i nostri istituti.
Dal punto di vista dei tempi della ripresa dovremmo essere all'interno di una lunga notte.
Le stime di Confindustria, che prevedono un ritorno del PIL della nostra economia al livello del 2007 solo intorno al 2013 sono analoghe a quelle dell'FMI.
In pratica, la crisi in Italia dovrebbe durare complessivamente circa sei anni.
Proprio i dati del Fondo Monetario Internazionale sono particolarmente tristi dal nostro punto di vista.
Perché, se si considera come fine della crisi l'anno in cui il PIL torna al livello pre-crisi, è difficile non notare come la crisi degli USA abbia una durata stimata di 3 anni, quella del Giappone di 4 anni, quella di Eurolandia di 5 anni e quella dell'Italia di 6 anni....
Investire in Cina
Difficile non notare come gli acquisti di quote di fondi comuni azionari da parte dei risparmiatori italiani siano sempre più concentrati sui mercati "emergenti" (sono emersi da un bel po', ma tant'é).
Difficile anche non notare come, a parte qualche scrupolo di Google, non si intraveda niente di assimilabile da parte di altre aziende occidentali, orientali o dell'Emisfero Australe.
Difficile anche non notare come quelli che criticano soggetti come Google di farsi troppi pochi scrupoli in realtà non se ne facciano alcuno a comprare prodotti cinesi per il loro basso costo.
Difficile, in sintesi, non notare l'enorme interesse che circonda la Cina.
Ci sono motivi validi per avere scetticismo sull'attuale mania di investire in Cina.
Almeno se si è una singola azienda che vuole investire direttamente lì, visto il modo a dir poco improprio in cui il regime cinese è portato a "privilegiare" le aziende locali.
Sorvolando sulle questioni inerenti lo spionaggio industriale.
Inoltre il costo del lavoro bassissimo non è un'esclusività della Cina, ma una caratteristica di tutta quell'area.
Già la sola accoppiata India-Indonesia è in grado di mettere in campo una quantità altrettanto immane di forza lavoro a bassissimo costo, con alcuni vantaggi oggettivi come l'avere già effettuato la transizione verso la democrazia.
Fatte tutte le doverose premesse per evidenziare che la Cina non è l'Eldorado, mi sembra giusto segnalare il ritorno in campo di un campione della gestione attiva: Anthony Bolton.
Anthony Bolton è il più celebre gestore britannico e, nella sua carriera con il fondo Fidelity Special Situation, ha potuto vantare un rendimento medio annuo del 19,5% nel periodo fra il 1979 ed il 2007.
Dopo una pausa di un biennio, fatta con un tempismo lodevole (anche le sue valutazioni nel corso del biennio meritavano decisamente ascolto), torna in campo con un fondo specializzato sulla Cina che partirà nel marzo 2010.
L'opinione di Bolton è che la situazione attuale della Cina sia molto simle a quella taiwanese e della Corea del Sud ai tempi della loro impetuosa crescita (circa venti anni fa) ed a quella giapponese prima ancora.
P.S.
Non ho legami con Fidelity e non ho motivo di considerarla la casa migliore in assoluto.
Tuttavia, investe in Cina da oltre 16 anni ed è un ottimo supporto per un gestore di valore tale che il suo rientro mi sembrava meritare decisamente una segnalazione.
Al solito, non è un consiglio per gli acquisti, solo un articolo su cui riflettere bene.
Analisi fondamentale - O'Higgins
Fra gli studi di analisi fondamentale pubblicati in questo inizio anno l'unico che mi sia sembrato un minimo rilevante è quello di B&F pubblicato il 2/1/2010.
Tecnicamente non è nient'altro che un articolo basato sulle tecniche di O'Higgins.
O'Higgins, per chi non lo sapesse, è tra l'altro l'autore del libro "Beating the Dow".
Quel testo, pubblicato nel 1990 (e che merita sempre) ha suscitato molto interesse perché propone tecniche di semplicissima applicazione basate su un approccio fondamentale.
Approccio fondamentale che, applicato alle azioni, può essere grossolanamente definito come comprare frazioni di aziende (le azioni sono esattamente questo) che valgono più di quello che quotano.
In seguito, bivaccare nell'attesa che le quotazioni diventino più ragionevoli.
Niente di speciale, non è che scegliere le azioni basandosi su dividendi o book value sia stata un'invenzione di O'Higgins.
Però è riuscito a metterci il cappello sopra (aggiungendoci anche alcune varianti personali).
I dati che mi sembrano più interessanti dell'analisi di Borsa&Finanza sono quelli relativi a cosa sarebbe successo ad un investitore italiano se avesse scelto i 10 titoli più appetibili (sui 40 del FTSE MIB) per dividendi e per Book Value cambiandoli ogni anno.
I risultati sarebbero stati questi:
2003
Portafoglio dividendi +26,3% Portafoglio Book Value +38,2% Indice FTSE MIB +11,8%
2004
Portafoglio dividendi +20,1% Portafoglio Book Value +21,0% Indice FTSE MIB +16,9%
2005
Portafoglio dividendi +23,1% Portafoglio Book Value +26,4% Indice FTSE MIB +16,1%
2006
Portafoglio dividendi +16,4% Portafoglio Book Value +36,5% Indice FTSE MIB +15,8%
2007
Portafoglio dividendi -4,8% Portafoglio Book Value -10,4% Indice FTSE MIB -7,9%
2008
Portafoglio dividendi -36,2% Portafoglio Book Value -46,2% Indice FTSE MIB -50,6%
2009
Portafoglio dividendi +32,0% Portafoglio Book Value +32,3% Indice FTSE MIB +21,2%.
Niente di nuovo, s'intende.
Qualunque portafoglio titoli creato selezionando titoli che valgono più di quello che quotano tende a soprapperformare il mercato (pur sottoperformandolo in alcuni anni).
Il fatto è che questa analisi è fatta in maniera più ampia di come si possa fare dal salotto di casa, comprendendo dividendi, diritti e warrant staccati.
O, almeno, personalmente dal salotto di casa lo potrei anche fare, avendo tutti i dati a disposizione per il periodo considerato, ma sarebbe una cosa lunga.
Peraltro, meccanismi di selezione di titoli come quello dei dividendi alti esclude aziende che non distribuiscono utili perché hanno più convenienza ad investirli per finanziare la propria grandiosa crescita (come Google, per citare un caso celebre) ed include titolo con un trend degli utili "precario" da tanti anni come Telecom.
E scegliere titoli con Book Value basso rischia di selezionare le aziende a rischio fallimento.
L'analisi fondamentale è una cosa molto più complessa che guardare i numeretti dei multipli.
Piuttosto, il fatto che persino tecniche così rozze permettano di ottenere extrarendimenti dà il senso delle potenzialità dell'analisi fondamentale.
Anche se quella seria prevede pure lo studio dei risultati degli anni passati: non è che se una società non fa utili in un anno, magari di recessione, non valga niente.
E prevede stime dei risultati futuri (con tutti i limiti delle stime).
Inoltre, tanto più è ampio l'indice considerato, tanto più è facile trovare titoli enormemente a sconto.
Qui vengono considerati solo i quaranti titoli principali.
Questo è comodo, ma è un limite.
Oltre al fatto che aggiornare il portafoglio una volta l'anno è comodo ma se, come succede spesso, un titolo a sconto raggiunge valori ragionevoli nel corso dell'anno, un meccanismo di rotazione di portafoglio un pò più ampio di una volta all'anno è più efficiente (sempre che non comporti un incremento rilevante delle commissioni, s'intende).
Inoltre i fondamentali cambiano ed è sbagliato intestardirsi: significativi cambiamenti del fair value (del "valore corretto") vanno considerati se si vuole barattare la comodità di un aggiornamento annuo con maggiori extrarendimenti.
I cambiamenti delle pensioni con l'arrivo del 2010
Con l'arrivo di questo anno è scattato un altro pezzo di riforma previdenziale.
Esso è costituito dall'innalzamento graduale dell'età di pensionamento delle donne statali (dal 2015 potrebbe esserci un lieve innalzamento dell'età di pensionamento pure dei maschi per parificare le età nel 2018) e, soprattutto, la variazione dei coefficienti di trasformazione.
Per ciò che riguarda l'innalzamento dell'età di pensionamento per le donne questo, per ora almeno, riguarda le sole statali e non le lavoratrici del settore privato.
Come è evidente, la cosa apre un varco per modifiche anche nel settore privato.
L'intervento è stato fatto in esecuzione di una sentenza della Corte di Giustizia Europea emessa nel novembre del 2008 che aveva contestato all'Italia l'inadempienza rispetto al principio di parità di retribuzione fra la lavoratori e lavoratrici.
Dal gennaio del 2010 al gennaio del 2018 il graduale innalzamento dell'età di pensionamento porterà le donne del settore pubblico in pensione di vecchiaia ad almeno 65 anni.
In realtà una differenza ci sarà comunque: se non esistesse la pensione pubblica e lavoratori e lavoratrici versassero i contributi a soggetti privati, i coefficienti di trasformazione non sarebbero unisex.
Questo perché, essendo la vita media delle donne più lunga di quella degli uomini, a parità di versamenti e di età di pensionamento i modelli privatistici comportano assegni previdenziali più bassi per le donne rispetto agli uomini, dovendo essere erogati per periodi mediamente più lunghi.
La logica matematica è elementare: su base privatistica a parità di versamenti ricevuti per erogare gli stessi importi per uomini e donne occorre, a seconda dei punti di vista, erogare di più a chi vive di meno (gli uomini, come è noto), oppure erogare di meno a chi vive più (le donne, come è noto).
I coefficienti di trasformazione delle pensioni pubbliche però sono unisex, con il risultato che gli uomini sia nel settore pubblico che in quello privato incassano assegni più bassi di quelli che incasserebbero su basi esclusivamente privatistiche/matematiche.
Le donne invece incassano assegni più alti di quelli che incasserebbero su basi esclusivamente privatistiche/matematiche.
Questa impostazione è una scelta politica, non matematica e sarà la politica, se riterrà, a rimuoverla.
A riguardare sia uomini che donne c'è la modifica dei coefficienti.
Detta modifica riguarda tutti i lavoratori sottoposti al regime contributivo (legato, come dice il nome, alle retribuzioni versate nel corso della vita lavorativa) o misto (per misto si intende misto fra metodo contributivo e retributivo).
Una ricerca realizzata da Progetica stima che il pezzo di riforma scattato in questo gennaio determini perdite in termini di assegni previdenziali variabili fra il 3% ed il 20% nel periodo compreso fra il 2010 ed il 2050.
In pratica, i contributi versati vengono assoggettati ad una capitalizzazione virtuale (che non è mutata).
Il risultato è, concettualmente, l'equivalente di un premio unico assicurativo.
Questo importo viene moltiplicato per dei coefficienti allo scopo di ottenere l'entità dell'assegno previdenziale.
Il 1/1/2010 questi coefficienti sono stati rivisti.
Al ribasso, ovviamente, per fare in modo che l'innalzamento della vita media non squilibri il sistema.
Dopo questo aggiornamento sono previsti ulteriori aggiornamenti dei coefficienti ogni 3 anni.
Presumendo che la vita media continui a crescere, i coefficienti continueranno a scendere.
Da notare che dal 2015 scatterà il primo adeguamento dell'età di pensionamento alla vita media (la prima volta con un incremento di soli tre mesi).
A regime questo renderà sostanzialmente neutro l'adeguamento dei coefficienti, in quanto la causa vera della loro riduzione (l'aumento della vita media, appunto), verrà sostanzialmente sterilizzato.
Questo rende i coefficienti scattati in questo gennaio presumibilmente simili a quelli definitivi, quando l'insieme di miniriforme previdenziali avvenute in tutti questi anni avranno, faticosissimamente, dato origine alla riforma complessiva.
Nel dettaglio, i tagli delle pensioni scattati dall'1/1/2010:
Età 57 Coefficiente di trasformazione vecchio 4,720% Coefficiente di trasformazione nuovo 4,419%
Età 58 Coefficiente di trasformazione vecchio 4,860% Coefficiente di trasformazione nuovo 4,538%
Età 59 Coefficiente di trasformazione vecchio 5,006% Coefficiente di trasformazione nuovo 4,664%
Età 60 Coefficiente di trasformazione vecchio 5,163% Coefficiente di trasformazione nuovo 4,798%
Età 61 Coefficiente di trasformazione vecchio 5,334% Coefficiente di trasformazione nuovo 4,940%
Età 62 Coefficiente di trasformazione vecchio 5,510% Coefficiente di trasformazione nuovo 5,093%
Età 63 Coefficiente di trasformazione vecchio 5,706% Coefficiente di trasformazione nuovo 5,257%
Età 64 Coefficiente di trasformazione vecchio 5,911% Coefficiente di trasformazione nuovo 5,432%
Età 65 Coefficiente di trasformazione vecchio 6,136% Coefficiente di trasformazione nuovo 5,620% .
EPS superiori al 10%
Dopo un lungo arco temporale in cui è successo di tutto, si può legittimamente presumere che la stabilizzazione dell'economia in corso renda possibile effettuare stime relativamente attendibili per il futuro prossimo.
Mi pare che meritino spazio i dati dell'Ufficio Studi di Borsa&Finanza pubblicati il 28/12/2009.
Ho utilizzato quei dati effettuando una selezione che evidenzia le aziende che realisticamente avranno EPS superiori al 10% nel 2010.
Il punto, al solito, è che LE AZIONI SONO FRAZIONI DI AZIENDE.
Mettere denaro in aziende con EPS superiori al 10% (o P/E sotto 10, per usare una definizione più comune) equivale a mettere soldi in un'aziendina da 100.000 € che fa almeno 10.000 € di utili.
Il payout ratio (la percentuale di utili che vengono erogati come dividendi) è tradizionalmente prossima al 60%.
Le stime di B&F (che sono una rielaborazione di dati Bloomberg) su valori rilevati al 23/12/2009 parlano, per il FTSE Italia All Share, di dividendi medi del 3,28% a fronte di un P/E atteso di 15,8.
Quindi il payout ratio stimato è intorno al 52%.
Incide la scelta sostanzialmente obbligata delle banche di destinare larghissima parte degli utili al rafforzamento patrimoniale e non ai dividendi.
Peraltro, gli utili non distribuiti agli azionisti come dividendi aumentano il valore dell'azienda.
In realtà il rapporto B&F è incompleto perché mancano dati su varie aziende.
Almeno quattro con ogni probabilità avranno EPS superiori al 10% sulle quotazioni attuali: Basicnet, Kerself, Piquadro e Mittel (più altre, probabilmente).
Sono comunque tante le aziende segnalate con questa caratteristica.
La quotazione è l'ultimo prezzo dell'ultima seduta dell'anno, il 30/12/2009.
Utility:
Iride Quotazione 1,33 Nel 2009 c'è stato l'onere straordinario della restituzione di aiuti di Stato imposta dall'Europa.
EPS stima per l'anno in corso 0,08
EPS stima per il 2010 0,14 (10,53%)
Telecom Italia Quotazione 1,088
EPS stima per l'anno in corso 0,10
EPS stima per il 2010 0,11 (10,11%)
ENEL Quotazione 4,0475
EPS stima per l'anno in corso 0,50
EPS stima per il 2010 0,44 (10,87%)
Industriali:
Trevi Quotazione 11,03
EPS stima per l'anno in corso 1,17
EPS stima per il 2010 1,24 (11,24%)
Cembre Quotazione 4,66
EPS stima per l'anno in corso 0,41
EPS stima per il 2010 0,48 (10,30%)
Finmeccanica Quotazione 11,19
EPS stima per l'anno in corso 1,24
EPS stima per il 2010 1,39 (12,42%)
Ternienergia Quotazione 1,705
EPS stima per l'anno in corso 0,11
EPS stima per il 2010 0,23 (13,49%)
ENI Quotazione 17,80
EPS stima per l'anno in corso 1,47
EPS stima per il 2010 1,89 (10,62%)
Astaldi Quotazione 5,985
EPS stima per l'anno in corso 0,55
EPS stima per il 2010 0,68 (11,36%)
Maire Tecnimont Quotazione 2,47
EPS stima per l'anno in corso 0,24
EPS stima per il 2010 0,28 (11,34%)
CSP International Fashion Quotazione 0,7555
EPS stima per l'anno in corso 0,11
EPS stima per il 2010 0,13 (17,21%)
Finanziari:
Italmobiliare EPS Quotazione 30,95
EPS stima per l'anno in corso 3,84
EPS stima per il 2010 3,98 (12,86%)
Banca IFIS Quotazione 7,31 Sono dati che non tengono conto dell'OPA su Toscana Finanza. Visto il prezzo a dir poco ultrataccagno offerto, da questa OPA Banca IFIS può solo beneficiare.
EPS stima per l'anno in corso 0,64
EPS stima per il 2010 0,87 (11,90%)
Vittoria Assicurazioni Quotazione 3,8775
EPS stima per l'anno in corso 0,3
EPS stima per il 2010 0,47 (12,12%)
Azioni speciali:
Telecom Italia Risparmio Quotazione 0,773
(una delle sole due per le quali pure l'azione ordinaria rientra in questa classifica)
EPS stima per l'anno in corso 0,10
EPS stima per il 2010 0,11 (14,23%)
Danieli & CO Risparmio Quotazione 9,20
EPS stima per l'anno in corso 1,43
EPS stima per il 2010 1,45 (15,76%)
Italcementi Risparmio Quotazione 5,09
EPS stima per l'anno in corso 0,52
EPS stima per il 2010 0,62 (12,18%)
Buzzi Unicem Risparmio Quotazione 7,235
EPS stima per l'anno in corso 0,74
EPS stima per il 2010 0,95 (13,13%)
Italmobiliare Risparmio Quotazione 22,22
(una delle sole due per le quali pure l'azione ordinaria rientra in questa classifica)
EPS stima per l'anno in corso 3,84
EPS stima per il 2010 3,98 (17,91%)
Intesa Sanpaolo Risparmio Quotazione 2,345
EPS stima per l'anno in corso 0,21
EPS stima per il 2010 0,24 (10,23%)
Fondiaria-SAI Risparmio Quotazione 7,865
EPS stima per l'anno in corso 0,44
EPS stima per il 2010 1,08 (13,73%)
Unipol Priv. Quotazione 0,617
EPS stima per l'anno in corso 0,02
EPS stima per il 2010 0,07 (11,35%)
Media-Tech
Reply Quotazione 16,00
EPS stima per l'anno in corso 1,81
EPS stima per il 2010 1,93 (12,06%)
Engineering Quotazione 27,60
EPS stima per l'anno in corso 2,84
EPS stima per il 2010 3,22 (11,67%)
Buongiorno Quotazione 1,16
EPS stima per l'anno in corso 0,10
EPS stima per il 2010 0,12 (10,34%)
Digital Bros Quotazione 2,255
EPS stima per l'anno in corso 0,34
EPS stima per il 2010 0,31 (13,75%)
Seat Pagine Gialle
Esclusa perché sono utili virtuali. Può succedere che un'azienda praticamente fallita si salvi e moltiplichi il suo valore. Recentissimo il caso di Cell Therapeutics. Quando un'azienda quota praticamente niente, anche se arriva a quotare pochissimo questo può significare un rialzo di centinaia di punti percentuali. Tuttavia, la caccia alle aziende cadaveriche rientra nel gioco d'azzardo, mentre questa è una classica selezione per cassettisti.
Aggiunti quattro titoli (realisticamente ne mancano altri) per i quali B&F non ha ancora pubblicato dati, ma non per questo non macineranno utili l'anno prossimo.
Basicnet Quotazione 1,95
Kerself Quotazione 8,75
Piquadro Quotazione 1,145
Mittel Quotazione 3,98
Vicini (basta un modesto calo di prezzo od utili un pò migliori delle attese per riportarli in questo tipo di classifica):
Prysmian Quotazione 12,19
EPS stima per l'anno in corso 1,13
EPS stima per il 2010 1,17 (9,60%)
La Doria Quotazione 2,1575
EPS stima per l'anno in corso 0,44
EPS stima per il 2010 0,19 (8,81%)
Milano Assicurazioni Quotazione 2,05
EPS stima per l'anno in corso 0,09
EPS stima per il 2010 0,19 (9,27%)
Fondiaria-SAI Quotazione 11,11
EPS stima per l'anno in corso 0,44
EPS stima per il 2010 1,08 (9,72%)
Exprivia Quotazione 1,225
EPS stima per l'anno in corso 0,11
EPS stima per il 2010 0,12 (9,80%)
Lo scopo di questo articolo è duplice:
A) Verificare, fra un anno, l'attendibilità di queste stime.
In realtà gli analisti negli anni hanno dimostrato un'approssimazione ragionevole nel prevedere gli utili, almeno in anni un minimo normali.
Sono i target price che come strumento per scegliere le azioni funzionano peggio delle freccette, anche perché la finalità della loro emissione è in larghissima parte quella di condizionare i prezzi.
B) Verificare l'andamento di un portafoglio titoli costruito su queste basi (va da sé che è il primo di una serie di anni e che verrà riproposto nei prossimi).
E' presentato in maniera insolita perché quasi nessuno utilizza gli EPS come percentuale.
Il fatto è che per molte persone è più comprensibile presentato in questa maniera che non con il P/E.
Gli è invece più comprensibile come un titolo con P/E 10, per andare nella media storica del mercato (oscillante fra 14 e 17), dovrebbe salire del 40-70%.
Poi, ovviamente, gli utili variano.
Magari in meglio, ma anche in peggio.
E, ovviamente, le quotazioni girano intorno ai valori delle aziende (prima di rispecchiarli) anche per tanto tanto tanto tempo (tempo nel quale, magari, i fondamentali si deteriorano).
Anche per questo non basta un titolo, ma serve un plotone di titoli che valgano più di quello che quotano.
Nota: personalmente sarò decisamente sovraesposto sui titoli che dovrebbero accellerare come utili nel 2011, specie gli assicurativi.
C'è sempre il rischio di anticipare troppo ma, ad esempio, Milano Assicurazioni (che non ho) aveva questi EPS pre-crisi: 2003 0.63 2004 0.56 2005 0.63 2006 0.54 2007 0.54.
Con oltre mezzo € di utili per azione per un quinquennio intero, ipotizzando un P/E basso come 12 potrebbe benissimo essere oltre i 6 € fra 2-3-4 anni, se e quando torna agli utili pre-crisi.
Il triplo delle quotazioni attuali (erogando dividendi importanti) ed in questa classifica rientra fra le "riserve".......
Il fatto è che alla fine del 2010 il mercato già cercherà di anticipare, almeno in parte, gli utili del 2011.
Ma che siano pochi gli analisti con il coraggio di fare stime di lungo periodo è normale, dopo che in questa crisi abbiamo visto di tutto.
Studiare tanto non dà certezze.
Ma aiuta, eccome se aiuta.
Utili FTSE MIB
Dovrebbero essere le ultime stime dell'anno sugli utili del FTSE MIB (i primi 40 titoli della borsa italiana).
La crescita stimata degli EPS (Earnings Per Share, ossia utili per azione) è analoga ad altre stime: il consensus degli analisti presume per il 2010 una crescita degli utili del 25% per l'S&P500 (il principale indice USA) e del 27% per l'Eurostoxx (il principale indice europeo).
Si tratta di una ripresa molto più lenta delle apparenze perché le apparenze vengono distorte dalla differenza dell'impatto fra discesa e salita.
In sostanza: se un indice cala del 50% e poi sale del 100% la maggior parte delle persone pensa che alla fine l'indice starà ben più in alto.
In realtà, una volta che l'indice è dimezzato, se raddoppia va solo in pari.
Tornare ai livelli degli utili e delle quotazioni del 2007 richiede una ripresa economica vera e, per quanto la borsa anticipi, lo fa tradizionalmente di 6-9 mesi.
Il 2010 sarà solo una fase di passaggio.
Fase zavvorrata, tra le altre cose, dal fatto che le sofferenze su crediti che si scaricheranno sulle banche italiane anche nel 2010 saranno imponenti (e le banche sono una componente fondamentale del nostro listino).
La questione è vecchia: i fallimenti delle aziende avvengono in ritardo rispetto al ciclo economico.
Negli anni di recessione molte aziende cercano di reggere l'anima con i denti ma i fallimenti sono copiosi anche l'anno dopo.
Oltre a questo tassi così bassi danneggiano le banche perché riducono i margini di intermediazione e danneggiano le assicurazioni a causa dei rendimenti minimi delle polizze.
Inoltre le assicurazioni hanno bisogno di tempo per sistemare il ramo danni e tutte le aziende industriali hanno bisogno di tempo per beneficiare appieno delle ristrutturazioni in corso.
Senza contare che è verosimile la stima di Confindustria che ritiene che torneremo ai livelli produttivi del 2007 solo nel 2013, ossia che si tratti di una crisi che durerà complessivamente sei anni.
A2A
Stime al 31/12/09 EPS 0,09 DIV 0,07
Stime al 31/12/2010 EPS 0,11 DIV 0,10 PRX
Ansaldo STS
Stime al 31/12/09 EPS 0,82 DIV 0,29
Stime al 31/12/2010 EPS 0,93 DIV 0,33 PRX
Atlantia
Stime al 31/12/09 EPS 1,29 DIV 0,74
Stime al 31/12/2010 EPS 1,36 DIV 0,78 PRX
Autogrill
Stime al 31/12/09 EPS 0,45 DIV 0,06
Stime al 31/12/2010 EPS 0,52 DIV 0,18 PRX
Banca Mps
Stime al 31/12/09 EPS 0,04 DIV 0,02
Stime al 31/12/2010 EPS 0,07 DIV 0,03 PRX
Banca Pop Milano
Stime al 31/12/09 EPS 0,37 DIV 0,12
Stime al 31/12/2010 EPS 0,34 DIV 0,15 PRX
Banco Popolare
Stime al 31/12/09 EPS 0,46 DIV 0,06
Stime al 31/12/2010 EPS 0,44 DIV 0,10 PRX
Bulgari
Stime al 31/12/09 EPS 0,03 DIV 0,04
Stime al 31/12/2010 EPS 0,18 DIV 0,08 PRX
Buzzi Unicem
Stime al 31/12/09 EPS 0,72 DIV 0,21
Stime al 31/12/2010 EPS 0,93 DIV 0,24 PRX
Campari
Stime al 31/12/09 EPS 0,51 DIV 0,11
Stime al 31/12/2010 EPS 0,55 DIV 0,12 PRX
Cir
Stime al 31/12/09 EPS 0,08 DIV 0,01
Stime al 31/12/2010 EPS 0,10 DIV 0,04 PRX
Enel
Stime al 31/12/09 EPS 0,49 DIV 0,26
Stime al 31/12/2010 EPS 0,44 DIV 0,26 PRX
Eni
Stime al 31/12/09 EPS 1,52 DIV 1,04
Stime al 31/12/2010 EPS 1,92 DIV 1,08 PRX
Exor
Stime al 31/12/09 EPS (0,43) DIV 0,27
Stime al 31/12/2010 EPS 0,49 DIV 0,29 PRX
FIAT
Stime al 31/12/09 EPS (0,26) DIV 0,01
Stime al 31/12/2010 EPS 0,41 DIV 0,09 PRX
Finmeccanica
Stime al 31/12/09 EPS 1,30 DIV 0,44
Stime al 31/12/2010 EPS 1,45 DIV 0,48 PRX
Fondiaria-Sai
Stime al 31/12/09 EPS 0,41 DIV 0,66
Stime al 31/12/2010 EPS 1,09 DIV 0,74 PRX
Generali
Stime al 31/12/09 EPS 1,02 DIV 0,45
Stime al 31/12/2010 EPS 1,45 DIV 0,61 PRX
Geox
Stime al 31/12/09 EPS 0,29 DIV 0,17
Stime al 31/12/2010 EPS 0,29 DIV 0,16 PRX
Impregilo
Stime al 31/12/09 EPS 0,13 DIV 0,04
Stime al 31/12/2010 EPS 0,20 DIV 0,05 PRX
Intesa Sanpaolo
Stime al 31/12/09 EPS 0,21 DIV 0,06
Stime al 31/12/2010 EPS 0,24 DIV 0,10 PRX
Italcementi
Stime al 31/12/09 EPS 0,50 DIV 0,19
Stime al 31/12/2010 EPS 0,65 DIV 0,25 PRX
Lottomatica
Stime al 31/12/09 EPS 0,87 DIV 0,63
Stime al 31/12/2010 EPS 0,84 DIV 0,58 REP
Luxottica
Stime al 31/12/09 EPS 0,83 DIV 0,32
Stime al 31/12/2010 EPS 0,95 DIV 0,39 PRX
Mediaset
Stime al 31/12/09 EPS 0,26 DIV 0,27
Stime al 31/12/2010 EPS 0,31 DIV 0,29 PRX
Mediobanca
(I valori si riferiscono agli esercizi che chiudono al 30 giugno)
Stime al 31/12/09 EPS 0,63 DIV 0,31
Stime al 31/12/2010 EPS 0,82 DIV 0,45 REP
Mediolanum
Stime al 31/12/09 EPS 0,31 DIV 0,18
Stime al 31/12/2010 EPS 0,29 DIV 0,18 PRX
Mondadori
Stime al 31/12/09 EPS 0,18 DIV 0,05
Stime al 31/12/2010 EPS 0,26 DIV 0,14 PRX
Parmalat
Stime al 31/12/09 EPS 0,09 DIV 0,10
Stime al 31/12/2010 EPS 0,10 DIV 0,05 PRX
Pirelli & C.
Stime al 31/12/09 EPS 0,01 DIV 0,01
Stime al 31/12/2010 EPS 0,03 DIV 0,01 PRX
Prysmian
Stime al 31/12/09 EPS 1,10 DIV 0,39
Stime al 31/12/2010 EPS 1,13 DIV 0,37 PRX
Saipem
Stime al 31/12/09 EPS 1,59 DIV 0,53
Stime al 31/12/2010 EPS 1,38 DIV 0,48 PRX
Snam Rete Gas
Stime al 31/12/09 EPS 0,23 DIV 0,18
Stime al 31/12/2010 EPS 0,26 DIV 0,19 PRX
Stm
Stime al 31/12/09 EPS (0,85) DIV 0,13
Stime al 31/12/2010 EPS 0,18 DIV 0,13 PRX
Telecom Italia
Stime al 31/12/09 EPS 0,10 DIV 0,05
Stime al 31/12/2010 EPS 0,11 DIV 0,05 PRX
Tenaris
---- ---- ---- ---- ---
Terna
Stime al 31/12/09 EPS 0,16 DIV 0,18
Stime al 31/12/2010 EPS 0,17 DIV 0,19 PRX
UBI Banca
Stime al 31/12/09 EPS 0,41 DIV 0,32
Stime al 31/12/2010 EPS 0,61 DIV 0,36 PRX
UniCredit
Stime al 31/12/09 EPS 0,11 DIV 0,03
Stime al 31/12/2010 EPS 0,15 DIV 0,06 REP
Unipol
Stime al 31/12/09 EPS 0,02 DIV 0,02
Stime al 31/12/2010 EPS 0,06 DIV 0,04 PRX
NOTA:
Utili per azione e dividendo per azione sono espressi in €.
Il consensus sugli EPS è calcolato sulla base del dato che raccoglie il numero più alto di previsioni fra EBG (utile prima di ammortamenti e voci straordinarie) PRX (utile prima di voci straordinarie) REP (as reported).
Il consensus è basato su previsioni raccolte entro il 28 dicembre 2009.
Fonte: REUTERS 3000 Xtra (stime: Reuters Research).
Mercato immobiliare in Italia
Gli immobili rappresentano una quota enorme della ricchezza nazionale in qualsiasi paese.
Questo gli dà una rilevanza enorme e li mette in condizione di fare potenzialmente molti danni.
Nel dopoguerra lo scoppio della bolla immobiliare giapponese aveva già dato il senso di quanto fosse grande la capacità di fare danni delle bolle immobiliari ben prima della crisi dei mutui subprime.
La bolla immobiliare ha avuto un ruolo cruciale in quella che è stata timbrata come la più grande recessione del dopoguerra.
Per essere precisi, questa definizione è approssimativa.
Ad esempio, in Italia il PIL era sceso nel dopoguerra in soli due anni (il 1975 ed il 1993) prima del doppio calo del 2008 e del 2009.
Ebbbene, si può già dire che l'entità del calo del solo 2009 è superiore alla somma di quello del 1975 e del 1993.
Si può considerare una recessione applicando il criterio classico dei due trimestri consecutivi di calo (che possono caratterizzare un anno complessivamente in crescita) oppure considerare i dati dell'anno intero.
Se si considera l'anno intero è inadeguato definire quella attuale come la recessione più pesante del dopoguerra essendo stata una recessione più pesante DELLA SOMMA di tutte quelle precedenti nel dopoguerra.
Le stime di Confindustria, usate dai telegiornali per sostenere l'imminente crescita economica, stimano una jobless recovery, ossia una crescita economica senza occupazione.
Segnatamente, le stime del Csc (Centro Studi Confindustria) parlano di un PIL a -1,0% nel 2008, -4,7% nel 2009, +1,1% nel 2010 e +1,3% nel 2011.
Questo a fronte di una disoccupazione del 6,7% nel 2008, 7,6% nel 2009, 8,7% nel 2010 e 9,0% nel 2011.
Considerando che la BCE ha sostanzialmente chiarito che nella seconda metà del 2010 inizieranno lentissimi incrementi dei tassi, lo scenario è il peggiore possibile per i prezzi degli immobili.
I tassi incidono molto perché hanno un effetto duplice: rendono più competitive le obbligazioni come strumento di rendita rispetto agli affitti e rendono più cari i mutui.
Un contesto di disoccupazione in crescita con tassi in (peraltro lentissima) crescita è quello peggiore possibile per gli immobili.
Senza contare che i prezzi degli immobili attuali in paesi come USA e Germania sono nettamente inferiori a quelli italiani, nonostante abbiano salari nettamente superiori ai nostri.
E' importante la questione salariale perché incide sulla sostenibilità dei prezzi degli immobili.
Se si aggiunge quanto è più facile, rispetto all'Italia, buttare fuori l'affittuario moroso, è fin troppo chiaro perché è in crollo l'acquisto di immobili in Italia a scopo di investimento, viste le alternative.
Inoltre veniamo da un tracollo delle NTN (Numero di Transazioni Normalizzate, in sostanza le compravendite immobiliari) ed in tutti i precedenti cicli immobiliari in Italia il calo delle compravendite è stato accompagnato da un tardivo calo dei prezzi.
L'unico elemento che potrebbe essere a favore della sostenibilità dei prezzi degli immobili è il denaro che rientra con lo scudo fiscale.
Per contro c'è la mole enorme di immobili messi in vendita a causa dei pignoramenti, quelli messi in vendita dai comuni e quelli messi in vendita, direttamente od indirettamente, dalle banche.
Al picco della crisi bancaria, quando i telegiornali ripetevano in continuazione che le banche mettevano in vendita "asset non core", questi erano in larghissima parte immobili.
Indipendentemente dal fatto che siano passati o meno da fondi immobiliari una parte di quegli immobili si sta riversando sul mercato.
Sui pignoramenti va annotato che nel periodo 2007-2009 per Adusbef e Federconsumatori essi sono saliti del 60,5% per complessive 130 mila case all'asta.
Quando si tratta di quelle due associazioni i dati sono, al solito, inattendibili e finalizzati a sostenere una tesi.
Tuttavia, lo shock dell'impennata dei tassi dopo il crack Lehman (con il picco dell'Euribor dell'ottobre del 2008) e l'aumento della disoccupazione incide su un trend pesante da questo punto di vista.
Inoltre non è più l'epoca in cui dal pignoramento alla messa all'asta in Italia si impiegavano 6-7 anni.
Ora il tempo impiegato è sceso sotto i due anni, diventando più simile a quello degli altri paesi.
Sullo scudo fiscale va annotato che fino al 15 dicembre 2009 esso ha fatto registrare 90-100 miliardi EURO a cui andrà aggiunto altro denaro per la riapertura dei termini.
Occorre considerare come larghissima parte del denaro scudato sia fittizio.
Intanto perché spesso non si tratta di denaro.
Vengono scudati anche immobili esteri (che, ovviamente, restano all'estero), quote societarie, gioielli ed opere d'arte.
Altre risorse verranno soltanto regolarizzate perché i termini dello Scudo sono tali che gli importi non scudati verranno considerati automaticamente come evasione.
Su queste basi pagare appena il 5% è un costo minimo anche se non si ha intenzione di investire niente in Italia.
Semplicemente, è un obolo per mettersi al sicuro da contestazioni successive, un condono puro e semplice.
Secondo Prometeia appena il 16% andrà in immobili.
Un livello inadeguato persino a compensare la mole di immmobili messi in vendita per i pignoramenti e le vendite dei comuni e delle banche.
E' possibile che l'impatto sia concentrato nell'acquisto di quegli immobili di fascia alta che rappresentano uno "sfizio".
Questo perché si tratta di soggetti che hanno dovuto tenere uno stile di vita inferiore a quello che avrebbero potuto per nascondersi dal fisco.
N.B.
Il senso di questo articolo non è sostenere che i prezzi degli immobili in Italia continueranno a calare.
Il futuro non lo conosce nessuno.
E' un articolo che si limita ad evidenziare i principali termini della situazione.
Gli utili del FTSE MIB
Ora che l'economia reale si sta stabilizzando, aumentano le possibilità degli analisti di valutare con ragionevole approssimazione il trend degli utili.
Per inciso, non è poi così malvagia la capacità degli analisti di valutare gli EPS (Earning per share, ossia utili per azione) ed i dividendi (qui indentificati con DIV, i cui dati sono in genere anticipati dal management delle singole aziende).
Quelli che sono inattendibili sono i target price perché una parte importante di essi hanno la funzione di manipolare il mercato, mentre le stime sugli EPS li leggiamo in quattro gatti e non è conveniente fare brutta figura cannandoli.
Qua sotto vengono presentati i dati delle società del FTSE MIB (le prime quaranta società quotate nella borsa italiana).
Da notare come le aziende con business anticiclici, dopo aver ignorato in buona parte crisi, non abbiano prospettive di crescita importante degli utili.
Caso esemplare, in questo senso, è l'ENEL, che ha utili stimati in riduzione.
Comunque restano su livelli decisamente alti viste le attuali quotazioni (sia gli utili che i dividendi di ENEL).
Telecom è stimata come stabile.
Discorso diverso per i finanziari, con stime di violento incremento degli utili degli assicurativi (che del resto vengono da un anno terrificante).
In questo è da notare come gli utili delle imprese assicurative potrebbero riprendersi ben prima delle banche.
Del resto proprio oggi il presidente dell'ABI, Faissola, ha detto che in termini di rettifiche sui crediti il 2010 potrebbe essere pure un pò peggiore del pessimo 2009.
Questo perché l'esperienza insegna come i crack delle aziende avvengano in ritardo rispetto al ciclo economico.
Del resto, Corrado Passera spiegava la situazione già nella prima metà del 2009.
Spiegava anche che per tornare ad utili importanti le banche italiane devono aspettare il 2011.
Occorre considerare che, quando c'è una crisi economica, solo una ridotta parte delle aziende fallisce subito, altre cercano di reggere l'anima con i denti finché possono.
Per questo i danni sui bilanci delle banche si scaricano in ritardo.
A2A
Stime al 31/12/09 EPS 0,09 Stime al 31/12/09 DIV 0,07
Stime al 31/12/2010 EPS 0,11 Stime al 31/12/2010 DIV 0,10
Ansaldo STS
Stime al 31/12/09 EPS 0,82 Stime al 31/12/09 DIV 0,29
Stime al 31/12/2010 EPS 0,93 Stime al 31/12/2010 DIV 0,33
Atlantia
Stime al 31/12/09 EPS 1,29 Stime al 31/12/09 DIV 0,74
Stime al 31/12/2010 EPS 1,36 Stime al 31/12/2010 DIV 0,78
Autogrill
Stime al 31/12/09 EPS 0,45 Stime al 31/12/09 DIV 0,06
Stime al 31/12/2010 EPS 0,52 Stime al 31/12/2010 DIV 0,18
Banca Mps
Stime al 31/12/09 EPS 0,04 Stime al 31/12/09 DIV 0,02
Stime al 31/12/2010 EPS 0,07 Stime al 31/12/2010 DIV 0,03
Banca Pop Milano
Stime al 31/12/09 EPS 0,37 Stime al 31/12/09 DIV 0,12
Stime al 31/12/2010 EPS 0,34 Stime al 31/12/2010 DIV 0,15
Banco Popolare
Stime al 31/12/09 EPS 0,46 Stime al 31/12/09 DIV 0,06
Stime al 31/12/2010 EPS 0,44 Stime al 31/12/2010 DIV 0,11
Bulgari
Stime al 31/12/09 EPS 0,03 Stime al 31/12/09 DIV 0,04
Stime al 31/12/2010 EPS 0,18 Stime al 31/12/2010 DIV 0,08
Buzzi Unicem
Stime al 31/12/09 EPS 0,72 Stime al 31/12/09 DIV 0,21
Stime al 31/12/2010 EPS 0,93 Stime al 31/12/2010 DIV 0,24
Campari
Stime al 31/12/09 EPS 0,51 Stime al 31/12/09 DIV 0,11
Stime al 31/12/2010 EPS 0,55 Stime al 31/12/2010 DIV 0,12
Cir
Stime al 31/12/09 EPS 0,08 Stime al 31/12/09 DIV 0,01
Stime al 31/12/2010 EPS 0,10 Stime al 31/12/2010 DIV 0,04
Enel
Stime al 31/12/09 EPS 0,49 Stime al 31/12/09 DIV 0,27
Stime al 31/12/2010 EPS 0,45 Stime al 31/12/2010 DIV 0,27
Eni
Stime al 31/12/09 EPS 1,51 Stime al 31/12/09 DIV 1,05
Stime al 31/12/2010 EPS 1,89 Stime al 31/12/2010 DIV 1,09
Exor
Stime al 31/12/09 EPS (0,61) Stime al 31/12/09 DIV 0,27
Stime al 31/12/2010 EPS 0,49 Stime al 31/12/2010 DIV 0,29
Fiat
Stime al 31/12/09 EPS (0,26) Stime al 31/12/09 DIV 0,01
Stime al 31/12/2010 EPS 0,41 Stime al 31/12/2010 DIV 0,08
Finmeccanica
Stime al 31/12/09 EPS 1,29 Stime al 31/12/09 DIV 0,44
Stime al 31/12/2010 EPS 1,45 Stime al 31/12/2010 DIV 0,48
Fondiaria-Sai
Stime al 31/12/09 EPS 0,41 Stime al 31/12/09 DIV 0,67
Stime al 31/12/2010 EPS 1,10 Stime al 31/12/2010 DIV 0,75
Generali
Stime al 31/12/09 EPS 1,05 Stime al 31/12/09 DIV 0,46
Stime al 31/12/2010 EPS 1,48 Stime al 31/12/2010 DIV 0,61
Geox
Stime al 31/12/09 EPS 0,29 Stime al 31/12/09 DIV 0,17
Stime al 31/12/2010 EPS 0,29 Stime al 31/12/2010 DIV 0,16
Impregilo
Stime al 31/12/09 EPS 0,13 Stime al 31/12/09 DIV 0,04
Stime al 31/12/2010 EPS 0,20 Stime al 31/12/2010 DIV 0,05
Intesa Sanpaolo
Stime al 31/12/09 EPS 0,21 Stime al 31/12/09 DIV 0,06
Stime al 31/12/2010 EPS 0,24 Stime al 31/12/2010 DIV 0,10
Italcementi
Stime al 31/12/09 EPS 0,50 Stime al 31/12/09 DIV 0,19
Stime al 31/12/2010 EPS 0,64 Stime al 31/12/2010 DIV 0,25
Lottomatica
Stime al 31/12/09 EPS 0,88 Stime al 31/12/09 DIV 0,63
Stime al 31/12/2010 EPS 0,86 Stime al 31/12/2010 DIV 0,58
Luxottica
Stime al 31/12/09 EPS 0,83 Stime al 31/12/09 DIV 0,32
Stime al 31/12/2010 EPS 0,95 Stime al 31/12/2010 DIV 0,39
Mediaset
Stime al 31/12/09 EPS 0,26 Stime al 31/12/09 DIV 0,27
Stime al 31/12/2010 EPS 0,31 Stime al 31/12/2010 DIV 0,28
Mediobanca (I suoi esercizi chiudono al 30 giugno)
Stime al 31/12/09 EPS 0,66 Stime al 31/12/09 DIV 0,31
Stime al 31/12/2010 EPS 0,86 Stime al 31/12/2010 DIV 0,46
Mediolanum
Stime al 31/12/09 EPS 0,31 Stime al 31/12/09 DIV 0,18
Stime al 31/12/2010 EPS 0,29 Stime al 31/12/2010 DIV 0,18
Mondadori
Stime al 31/12/09 EPS 0,18 Stime al 31/12/09 DIV 0,05
Stime al 31/12/2010 EPS 0,26 Stime al 31/12/2010 DIV 0,14
Parmalat
Stime al 31/12/09 EPS 0,09 Stime al 31/12/09 DIV 0,10
Stime al 31/12/2010 EPS 0,10 Stime al 31/12/2010 DIV 0,05
Pirelli & C.
Stime al 31/12/09 EPS 0,01 Stime al 31/12/09 DIV 0,01
Stime al 31/12/2010 EPS 0,03 Stime al 31/12/2010 DIV 0,01
Prysmian
Stime al 31/12/09 EPS 1,10 Stime al 31/12/09 DIV 0,39
Stime al 31/12/2010 EPS 1,16 Stime al 31/12/2010 DIV 0,37
Saipem
Stime al 31/12/09 EPS 1,58 Stime al 31/12/09 DIV 0,53
Stime al 31/12/2010 EPS 1,37 Stime al 31/12/2010 DIV 0,48
Snam Rete Gas
Stime al 31/12/09 EPS 0,23 Stime al 31/12/09 DIV 0,18
Stime al 31/12/2010 EPS 0,26 Stime al 31/12/2010 DIV 0,19
Stm
Stime al 31/12/09 EPS (0,90) Stime al 31/12/09 DIV 0,13
Stime al 31/12/2010 EPS 0,18 Stime al 31/12/2010 DIV 0,13
Telecom Italia
Stime al 31/12/09 EPS 0,11 Stime al 31/12/09 DIV 0,05
Stime al 31/12/2010 EPS 0,11 Stime al 31/12/2010 DIV 0,05
Tenaris
Stime al 31/12/09 EPS ---- Stime al 31/12/09 DIV ----
Stime al 31/12/2010 EPS ---- Stime al 31/12/2010 DIV ----
Terna
Stime al 31/12/09 EPS 0,16 Stime al 31/12/09 DIV 0,18
Stime al 31/12/2010 EPS 0,17 Stime al 31/12/2010 DIV 0,19
UBI Banca
Stime al 31/12/09 EPS 0,41 Stime al 31/12/09 DIV 0,31
Stime al 31/12/2010 EPS 0,62 Stime al 31/12/2010 DIV 0,36
UniCredit
Stime al 31/12/09 EPS 0,11 Stime al 31/12/09 DIV 0,03
Stime al 31/12/2010 EPS 0,15 Stime al 31/12/2010 DIV 0,06
Unipol
Stime al 31/12/09 EPS 0,02 Stime al 31/12/09 DIV 0,02
Stime al 31/12/2010 EPS 0,06 Stime al 31/12/2010 DIV 0,04
Fonte: REUTERS 3000 Xtra (con stime di Reuters Research). Si tratta del consensus calcolato fra tutti gli analisti, con previsioni raccolte al 14/12/2009.
P/E mercato italiano
Oggi mi è arrivato a casa, per motivi che personalmente mi sfuggono, una copia omaggio del Sole 24 Ore (quello in formato cartaceo).
Un articolo interessante riportava una ricerca di HSBC inerente il P/E di più mercati.
Fra le varie cose, veniva evidenziato come il P/E prospettico corrente di Wall Street sia di 14,9 a fronte di una media storica (dal 1995) di 17,3.
Per l'Italia è calcolato un 12 attuale contro il 16,4 storico.
Per Eurolandia è calcolato un 12,3 contro un 15,7 che è la media degli ultimi 15 anni.
In sostanza sono stime di mercati tuttora fortemente a sconto.
Sono andato a prendere i dati di Borsa&Finanza (che sono elaborazioni Financial Service Tech su dati Bloomberg) che stimano il P/E atteso del FTSE IT ALL SHARE (attualmente è il più vasto indice italiano) a 15,2.
In realtà sono tutti dati in divenire.
Anche perché non ci si sbilancia per niente a sostenere che il mercato è enormemente a sconto.
Questo anche considerando che le prossime due trimestrali, la quarta del 2009 e la prima del 2010, registreranno una violenta crescita dei profitti, pur restando a livelli ben inferiori al picco del 2007.
Questo per una ragione elementare: le prossime due trimestrali andranno a sostituire, rispettivamente, la quarta trimestrale del 2008 e la prima del 2009.
Ossia andranno a sostituire quelle che forse sono state le trimestrali più devastate dal dopoguerra, quelle che hanno subito appieno l'onda d'urto del crack di Lehman Brothers (avvenuto il 15 settembre 2008) e che hanno subito una quantità immane di svalutazioni da parte del sistema bancassicurativo.
E' vero che per tornare al picco degli utili del 2007 occorrerà aspettare la ripresa vera, presumibilmente fra il 2011 ed il 2013 (dopo una presumibile stagnazione del 2010), ma ormai bastano sei mesi perché il grosso della nebbia sui risultati societari si diradi.
Senza contare che, se questa era l'Apocalisse, si conferma che le grandi aziende resistono meglio alle crisi rispetto alle piccole e medie imprese.
Hanno più capacità di ottenere finanziamenti, possono far pesare il loro potere contrattuale sulle aziende minori, hanno maggiore forza nell'imporre ristrutturazioni e possono delocalizzare parte della produzione in paesi con salari/fiscalità/altro più vantaggiosi.
Hanno anche maggiore solidità patrimoniale, mentre in Italia le piccole e medie imprese spesso spostano risorse ottenute negli anni buoni dalle aziende alle famiglie.
Da un lato è comprensibile visto che è un modo per mettere al sicuro dette risorse, dall'altro incide nella cronica sottocapitalizzazione delle piccole e medie imprese in Italia.
A 2009 quasi finito si può dire che delle 40 aziende che compongono il FTSE MIB (le prime 40 società quotate nella borsa italiana) dovrebbero essere 37 a chiudere in utile.
Utili spesso simbolici ed in forte contrazione dal picco del 2007 (del resto le attuali quotazioni sono quasi dimezzate rispetto al picco del 2007, nonostante la forte ripresa dal minimo del 9/3/2009) ma se questa era l'Apocalisse, francamente....
Da notare che un bull market (un mercato rialzista) dura in media 44 mesi (utilizzando le statistiche dell'S&P500, che è forse il più importante indice mondiale).
Dal marzo del 2009 è stato di appena 9 mesi.
Le medie storiche non garantiscono assolutamente niente.
Ma non ci sarebbe assolutamente niente di strano se ci fossero davanti a noi 3 anni mercato rialzista.
Anche perché è vero che la borsa anticipa, ma anticipa usualmente di sei mesi, mica di anni.
E la ripresa, quella vera, sarà presumibilmente lenta.
Verrebbe da dire auspicabilmente lenta, visto che il vero vantaggio delle crisi è dato dalla possibilità di acquistare a prezzi scontati, reinvestendo i dividendi e risorse supplementari.
Se avesse ragione Goldman Sachs questo vantaggio verrebbe in buona parte bruciato visto che stimano una ripresa degli utili davvero rapida.
Goldman Sachs Global Ecs Research ha stimato, con riferimento all'Europa, una crescita degli utili del 39% nel 2010 e del 24% nel 2011.
Calcolandolo come tasso composto si tratta di una stima di una settantina di punti percentuali di crescita in un biennio.
E' vero che per tornare in pari su più mercati occorrerebbe sostanzialmente un raddoppio di utili ed indici, è vero che dagli utili simbolici di un anno disastroso per l'economia reale come il 2009 è facile schizzare all'insù, ma sarebbe quasi sconveniente se la ripresa degli utili societari fosse così rapida da ridurre in maniera consistente la possibilità di comprare a sconto.
In ogni caso, che sia un mercato a sconto è reso palese da multipli compressi pur essendo calcolati sugli utili di un anno disastroso come il 2009.
Per non parlare delle quotazioni in rapporto ai mezzi propri: ci sono tutt'ora troppe società che quotano meno di quello che dovrebbero quotare se fallissero e vendessero gli asset che hanno in pancia.
Ci sono marchi che hanno resistito al passare delle generazioni che vengono valutati meno di zero.
Con alcuni casi quasi inquietanti.
Ad esempio, è vero che nel 2009 il numero di banche statunitensi fallite (quasi tutte minuscole) ha superato quota 100, ma vedere il Monte dei Paschi di Siena a quotazioni così lontane dai mezzi propri.....
E' vero che ha fatto utili da schifo, del tutto simbolici, ma c'è da prima che un genovese scoprisse l'America e, con ogni probabilità, ci sarà ancora quando sarà fallita un'altra quantità immane di banche statunitensi.
E' normale che dopo il macello dell'ultimo biennio le quotazioni manifestino ancora il terrore generato dalla crisi, è normale che ci vorrà tempo per tornare agli utili pre-crisi, ma se uno ha veramente paura che fallisca il Monte dei Paschi di Siena tanto vale che venda pure i titoli di stato italiani, visto che i CDS (quelli che anticiparono il fallimento di Lehman, per capirci) stimano le probabilità di un fallimento dell'MPS come inferiori a quelle dello Stato Italiano....
Sul declino dell'Italia
Forse il 2009 è l'anno dell'arresto del declino italiano.
Non rispetto al resto del pianeta, ovviamente, ma solo rispetto al resto dell'Europa.
L'Asia non giapponese rappresenta circa la metà della popolazione del pianeta.
L'anomalia vera era che non contasse niente.
La sua crescita economica la porta semplicemente a valori più ragionevoli rispetto alla sua popolazione.
Pur pesantemente ridimensionata, la quota di PML italiana (il PML è il Prodotto Mondiale Lordo, praticamente il PIL planetario) è del 2,6%.
La popolazione italiana è di 60 milioni di abitanti a fronte di 6,7 miliardi di popolazione planetaria.
In pratica, pur essendo lo 0,9% della popolazione del pianeta, produciamo il 2,6% della ricchezza, ossia meno del triplo.
Rispetto ad un quindicennio fa è un crollo, così come per i cinesi c'è stato un lunghissimo periodo di crescita ininterrotta.
Tuttavia, un riequilibrio della ricchezza in rapporto alla popolazione rientra nell'ordine naturale delle cose.
Da notare che l'Africa nella sua interezza rappresenta appena il 3,1% del PML, ossia tutto il continente è appena sopra l'Italia (ma la coppia Sudafrica-Nigeria rappresenta l'1,8% del PML).
Se si vogliono guardare le statistiche dell'Italia in rapporto all'Europa occorre ricorrere all'Eurostat, cercando GDP per capita in Purchasing Power Standards (PPS) (EU-27 = 100).
GDP sta per prodotto interno lordo mentre i PPS fanno riferimento alla PPP, ossia alla parità di potere d'acquisto (il cui calcolo in Eurolandia è semplificato dalla Moneta Unica).
Il declino italiano è stato micidiale nel periodo che va dal 2001 al 2008.
Tenendo come base 100 l'Europa dei 27 sia nel 2001 che nel 2008 abbiamo un tracollo dell'Italia da 117,8 punti a 100,6.
In sostanza, abbiamo perso una media di due punti l'anno precipitando a quella quota 100 che ci mette assolutamente nella media dell'EU-27.
Niente di drammatico, s'intende, ma c'è stato un tempo in cui l'Italia aveva una ricchezza procapite ben più alta della media di un gruppone che comprende paesi come Cipro, Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria, Romania eccetera.
Dovremmo aver toccato il pavimento ed aver smesso di scendere.
Anche se sarebbe sbagliato sostenere che la delocalizzazione dei processi produttivi, in particolare lo spostamento degli investimenti dove i salari sono più bassi, sia la causa del declino italiano.
Se così fosse, la Germania avrebbe dovuto essere colpita ben più duramente essendo la prima economia manifatturiera del continente e ben più vicina ai paesi dell'Est.
Ebbene, mentre l'Italia è passata da 117,8 punti del 2001 a 100,6 del 2008 la Germania è passata da 116,6 a 116,1 con una variazione insignificante.
Inoltre i loro stipendi sono molto più alti dei nostri e la scusa della "zavorra" Mezzogiorno non tiene visti i successi della Ex Germania dell'Est che ha raggiunto un PIL procapite sostanzialmente identico a quello italiano (di tutta l'Italia).
L'impatto della delocalizzazione dei processi produttivi è ipoteticamente deducibile andando più in là nel tempo visto che, sempre considerando l'EU-27 come base 100, l'indice germanico nel 1997 era di 124,3 mentre quello italiano nel 1997 era di 119,0.
In sostanza, l'Italia ha avuto una sostanziale tenuta alla fine del passato decennio mentre la Germania scricchiolava.
Scricchiolava per le difficoltà di integrare la Germania dell'Est (cosa che però le è riuscita), scricchiolava per le difficoltà determinate da una concorrenza con salari bassissimi dall'Europa dell'Est che prima non c'era perché congelata dalla Cortina di Ferro (e però anche lì ha vinto tenendo salari ben più alti dei nostri).
L'Italia invece beneficiava dei flussi di investimenti derivati dall'ingresso nell'EURO.
Anche se adesso va di moda sostenere che le svalutazioni "competitive" sono solo un vantaggio.
In realtà per decenni interi molti investimenti che avrebbero potuto venire in Italia non ci venivano perché investire in un paese con un troiaio di moneta come la liretta significava che, anche qualora gli investimenti fossero andati bene, quello che si guadagnava con detti investimenti veniva poi distrutto dal cambio....
Fra le altre cose, l'EURO ci ha consentito risparmi in termini di collocamento dei titoli del debito pubblico senza i quali non avremmo avuto la possibilità di resistere alla crisi del 2008-2009.
Credo che meriti uno spazio un'intervista di questa settimana di MiFi a Pier Carlo Padoan (vicesegretario generale dell'OCSE), ricordando sempre che Milano Finanza è uno dei pochissimi giornali che meritino di essere comprati.
Domanda:
Concludiamo con l'Italia. Che fare per stimolarne la crescita?
Risposta:
L'Italia è entrata nella crisi finanziaria con una bassa crescita potenziale ed effettiva.
Continuerà a soffrire di questo handicap anche dopo l'uscita dalla crisi.
Paradossalmente le ricette applicabili all'Italia sono le stesse che indicavamo prima della crisi, e che possono riassumersi nell'aggredire le cause strutturali della bassa crescita.
L'elenco è lungo e ben noto.
Domanda:
Può ricordare le principali?
Risposta:
Al primo posto metterei l'investimento in formazione perché nel lungo periodo dà il risultato migliore in termini di crescita globale.
Ci sono altri elementi come l'aumento della produttività della pubblica amministrazione, il miglioramento del mercato del lavoro, e la liberalizzazione dei mercati dei prodotti e dei servizi, rimasta a metà.
L'esperienza dei paesi OCSE insegna che queste ricette richiedeono un po' di tempo per dare frutti, ma poi gli effetti sono duraturi perché aumentano la crescita potenziale.
P.S. Annoto che nella Pubblica Amministrazione una zavorra notevole allo sviluppo economico è lo stato della giustizia civile, che è quella che interessa alla maggior parte dei cittadini.
E' difficile non notare come la politica sembri interessata solo a quella penale, che è di interesse anche per i cittadini ma sembra esserlo soprattutto dei politici italiani.
Per motivi fin troppo evidenti (purtroppo).
Compravendite immobiliari in USA ed Italia
Riparte il mercato delle compravendite immobiliari negli USA.
I dati di ottobre segnano un +10,1% a 6,1 milioni.
Il prezzo mediano delle compravendite è sceso di un altro 7,1% a 173.000 $.
Con il cambio attuale il prezzo mediano è di 116.000-117.000 €.
In pratica, le compravendite sono ripartite perché la bolla immobiliare è scoppiata.
Completamente diversi i dati delle compravendite in Italia.
Dal 1985 erano scese al massimo per un anno.
Con il 2009 praticamente finito possiamo dire che siamo al terzo anno consecutivo di cali.
1985
428.864
1986
462.656
1987
462.648
1988
492.816
1989
474.570
1990
517.085
1991
555.888
1992
465.373
1993
501.891
1994
495.178
1995
502.468
1996
483.782
1997
523.646
1998
548.570
1999
604.000
2000
690.478
2001
681.265
2002
761.522
2003
762.085
2004
804.125
2005
833.350
2006
845.051
2007
805.000
2008
686.587
2009
608.000 Stima effettuata da UBH e basata sull'ultimo dato dell'Agenzia del Territorio.
Da annotare:
A) Il tracollo delle compravendite incide sulla crisi profondissima delle agenzie immobiliari.
B) Le compravendite sono collassate sul violento braccio di ferro in corso tra proprietari e potenziali acquirenti sul prezzo.
Per UBH (sostanzialmente Grimaldi/ProfessioneCasa) dopo il calo dei prezzi medio del -6,8% nel 2008 quello del 2009 è del -9,7%, con uno sconto medio rispetto al prezzo iniziale salito al 15,3%.
Confronto fra fondi pensione e TFR
Sempre della serie Educational Channel, e ad integrazione del capitolo pensioni, è doveroso un confronto fra fondi e TFR.
Alla scadenza il TFR eroga un capitale, il fondo pensione eroga una rendita, ma può erogare fino al 50% in forma di capitale ed il resto in forma di rendita.
La rivalutazione del TFR è pari all'1,5% più il 75% dell'inflazione, mentre la rivalutazione del fondo pensione dipende dall'andamento degli investimenti fatti sui mercati finanziari.
Le anticipazioni con il TFR possono avvenire nella misura massima del 70%, dopo 8 anni con lo stesso datore di lavoro e per questi casi specifici: acquisto o ristrutturazione della prima casa per sé oppure per i figli, spese sanitarie, congedi parentali oppure formativi.
Da osservare che il 70% fa riferimento al TFR a cui il lavoratore avrebbe diritto in caso di cessazione del rapporto di lavoro alla data della richiesta.
Va precisato anche che, con riferimento al TFR, per spese sanitarie si intendono quelle per terapie ed interventi straordinari riconosciuti dalle competenti strutture pubbliche e che per acquisto e/o ristrutturazione della prima casa per sé o per i figli si intende documentato con atto notarile.
Per il fondo pensione si intendono spese sanitarie conseguenti a gravissime condizioni relative a sé stessi, al coniuge e/o ai figli (terapie ed interventi straordinari riconosciuti dalle competenti strutture pubbliche) ma, con riferimento alla casa, la possibilità di anticipazione è più ampia.
Questo perché all'acquisto della prima casa per sé o per i figli (sempre documentato da atto notarile) sono stati aggiunti gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, restauro, risanamento conservativo nonché ristrutturazione della casa stessa.
In sostanza, tutte quelle che danno diritto alla relativa detrazione IRPEF.
Sempre da un punto di vista fiscale va notato che con il fondo pensione, nel caso di anticipazione per spese sanitarie, c'è la cedolare secca del 15%, mentre le anticipazioni legate alla casa hanno la cedolare secca del 23%.
Anche le anticipazioni fino al 30% per qualsivoglia esigenza dell'iscritto hanno la tassazione mediante cedolare secca del 23%.
Le anticipazioni con il TFR sono invece soggette a tassazione separata (con l'applicazione dell'aliquota media del lavoratore nell'anno in esame).
Inoltre, la legge n. 53 del 2000 sui congedi parentali e formativi ha esteso anche a queste due specifiche fattispecie la possibilità di richiedere anticipazioni sul TFR.
Da notare che se si appartiene a quella parte del settore pubblico che non ha il TFR (Trattamento di Fine Rapporto) ma ha il TFS (Trattamento di Fine Servizio), l'anticipo di somme non è previsto.
Le anticipazioni con il fondo pensione possono avvenire in misura più ampia: da subito fino ad un massimo del 75% per spese sanitarie, dopo 8 anni fino ad un massimo del 75% per acquisto e ristrutturazione della prima casa, dopo 8 anni con un massimo del 30% per qualsivoglia altro motivo.
Inoltre, con il fondo pensione si può chiedere anche più di una volta l'anticipazione, decorsi 8 anni, per "ulteriori esigenze degli aderenti", sempre entro il 75% dei versamenti rivalutati effettuati alle forme pensionistiche complementari a decorrere dalla prima iscrizione.
Va chiarito che gli 8 anni non sono relativi all'iscrizione ad uno specifico fondo pensione, bensì al sistema di previdenza complementare.
Da notare la differenza in termini di limitazione alla concessione dell'anticipo.
Nel caso del TFR la disciplina dello stesso prevede che le richieste vengano soddisfatte annualmente con il doppio limite del 10% degli aventi titolo e del 4% del totale dei dipendenti, mentre con i fondi pensione non esistono questi vincoli.
Con il TFR l'anticipazione può essere ottenuta una volta sola nel corso del rapporto di lavoro e la somma dell'anticipo viene tolta a tutti gli effetti dal TFR (in astratto, i contratti collettivi possono fissare condizioni di maggior favore).
Per i fondi pensione si deve evidenziare come la somma anticipabile sia relativa a tutta la posizione individuale.
In sostanza, con il fondo pensione l'anticipo che si può richiedere è relativo a TFR versato nel fondo più il contributo del datore di lavoro più il contributo del lavoratore più le rivalutazioni finanziarie.
Da annotare che con il fondo pensione si può anche reintegrare il tesoretto, su scelta dell'aderente, in qualunque momento anche per mezzo di contribuzioni annuali eccedenti il limite di 5.164,57 EURO (che è il tetto annuale di deducibilità fiscale dei contributi).
Il TFR del lavoratore, in caso di decesso dello stesso, va corrisposto al coniuge, ai figli e, qualora vivessero a carico del lavoratore in esame, ai suoi parenti entro il terzo grado ed ai suoi affini entro il secondo grado.
In assenza di questi soggetti e, secondo l'orientamento giurisprudenziale, in mancanza di testamento, il TFR viene attribuito secondo le norme della successione legittima.
Dal punto di vista fiscale il TFR non concorre a formare l'attivo ereditario.
Nel caso di un fondo di previdenza complementare occorre distinguere fra decesso avvenuto prima o dopo il raggiungimento dei requisiti necessari per la percezione della pensione integrativa.
Se il decesso è avvenuto prima del pensionamento, tutta la posizione maturata viene versata agli eredi od alle altre persone che sono state indicate dall'iscritto.
In assenza di detti soggetti, la posizione viene assorbita dallo stesso fondo pensione oppure, qualora si tratti di forme pensionistiche individuali, viene devoluta a finalità sociali seguendo le modalità stabilite con decreto del ministro del lavoro e della previdenza sociale.
Da notare come la Covip abbia precisato che la suddetta disposizione è ispirata al principio del rispetto della volontà dell'aderente.
Di conseguenza, la posizione sarà attribuita ai legittimi eredi qualora non risulti una diversa volontà dell'aderente.
Qualora detta volontà sia stata espressa, la posizione verrà riscattata dal soggetto oppure dai soggetti specificamente designati dall'iscritto.
Inoltre l'Autorità di vigilanza ha sottolineato come l'aderente possa determinare la quota della posizione individuale spettante a ciascuno degli aventi diritto, e questo sia nel caso in cui ad essa concorrano solo gli eredi, sia in quella in cui concorrano solo terzi e sia in quella in cui concorrano sia eredi che terzi.
Nel caso di decesso avvenuto mentre la rendita veniva già percepita, la trasmissione agli eredi avviene nel caso in cui il lavoratore aveva scelto, al momento dell'adesione al fondo, l'opzione di reversibilità.
La normativa stabilisce che in caso di morte del titolare della pensione possa essere prevista la restituzione ai beneficiari dello stesso del montante residuo oppure, in alternativa, l'erogazione di una rendita.
Da annotare che le percentuali di reversibilità che sono previste dai fondi sono molto diverse fra loro e possono anche essere inferiori al 100%.
Per inciso, gli schemi di regolamento Covip stabiliscono che la rendita vitalizia possa essere declinata anche, opzionalmente, in una di queste forme:
A) Rendita vitalizia reversibile, ossia corrisposta all'aderente fino a quando è in vita e, successivamente, in misura totale oppure per quota scelta dallo stesso aderente alla persona od alle persone designate da quest'ultimo.
B) Rendita certa e successivamente vitalizia, corrisposta per i primi anni (di solito 5 o 10) all'aderente oppure, in caso di suo decesso, al soggetto da lui designato.
In seguito, se l'aderente è ancora in vita, viene erogata allo stesso una rendita vitalizia.
C) Rendita vitalizia differita. Essa viene corrisposta all'aderente all'epoca stabilita od al raggiungimento di una determinata età, successiva all'esercizio del diritto all'erogazione.
Il TFR è sottoposto a tassazione separata.
Quando il capitale investito nel fondo pensione produce dei rendimenti, essi vengono tassati all'11% anziché al 12,50% dell'aliquota ordinaria.
Per i fondi pensione la tassazione finale è pari al 15% che viene ridotto di uno 0,3% per ogni anno di adesione alla previdenza complementare (non necessariamente al singolo fondo) superiore al 15° fino ad un minimo del 9% sia per il capitale che per la rendita (in pratica, dal 35° anno in su non c'è un ulteriore sgravio fiscale).
Detta aliquota viene applicata all'importo della prestazione in esame al netto dei contributi non dedotti nonché dei rendimenti già assoggettati ad imposta durante la fase di accumulo.
Questo impianto fiscale vale per i fondi pensione anche nel caso di riscatto in caso morte.
Nel caso che i vecchi iscritti percepiscano tutto sotto forma di capitale l'importo viene assoggettato a tassazione separata come il TFR.
Da notare che, con il decreto 252/05, attualmente è possibile riscattare l'intero ammontare sotto forma di capitale solo se la conversione in rendita del 70% del montante dà diritto ad una rendita che risulta inferiore alla metà dell'assegno sociale.
Se si tratta di PIP (Piani Individuali di Previdenza) non si parla di contributo bensì di premio, in linea con lo slang assicurativo che parla di premi assicurativi.
Per ciò che concerne i fondi pensione, per i lavoratori dipendenti i contributi sono in genere triplici.
Si sommano infatti quello del lavoratore dipendente stesso, del datore di lavoro e la quota del TFR o tutto il TFR (per gli assunti di prima occupazione dal 28 aprile 1993).
Nel caso di conferimento tacito (il cosiddetto silenzio assenso) si ha il versamento del solo TFR senza contributi né datoriali né del lavoratore stesso.
Va da sé che liberi professionisti e lavoratori autonomi non hanno né contributo datoriale né TFR.
L'ammontare della contribuzione può essere determinato sia in misura fissa che in percentuale rispetto al Ral (retribuzione annua lorda).
La contribuzione è deducibile fiscalmente con il limite di 5.164,57 EURO.
La deducibilità vale anche per i contributi che vengono versati a beneficio di familiari che siano fiscalmente a carico di chi li versa.
Nel caso del TFR avviene ad ogni cessazione del rapporto lavorativo (licenziamento/dimissioni/pensionamento).
Nel caso dei fondi pensione ci sono 3 fattispecie:
1) Riscatto parziale. Fino al 50% della posizione individuale che è stata maturata in caso di disoccupazione determinata dalla cessazione dell'attività lavorativa per un periodo compreso fra 12 e 48 mesi, o nel caso in cui il datore di lavoro abbia fatto ricorso a procedure di mobilità o di cassa integrazione (sia ordinaria che straordinaria).
2) Riscatto totale. Nel caso di disoccupazione determinata dalla cessazione dell'attività lavorativa per un periodo superiore a 48 mesi oppure nel caso di invalidità permanente che comporti la riduzione della capacità lavorativa a meno di 1/3.
3) Nella previdenza complementare è possibile effettuare un riscatto totale nel caso di cessazione dei requisiti di partecipazione, ad esempio nel caso del passaggio ad un'azienda che opera in un altro settore e fa riferimento ad un altro fondo negoziale. Da ricordare che il lavoratore può tenere il proprio investimento nel fondo pensione a cui ha già versato contributi anche in assenza di ulteriore contribuzione.
Si può effettuare il trasferimento della posizione individuale da una forma pensionistica complementare ad un'altra una volta che sono decorsi 2 anni dall'iscrizione.
Le operazioni di trasferimento non possono essere ostacolate da clausole.
Sono inoltre esenti da oneri fiscali, a patto che esse avvengano in favore di altre forme di previdenza complementare (non quindi previdenza libera/assicurativa).
Per chiudere, un distinguo fra gli strumenti della previdenza integrativa.
A) Fondi pensione preesistenti: sono fondi chiusi che sono stati costituiti prima del 15 novembre 1992. Si sono dovuti adattare alla nuova legislazione per ottenere i flussi di TFR.
B) Piani individuali di previdenza: i cosiddetti PIP sono piani assicurativi appositamente finalizzati ad esigenze previdenziali.
C) Fondi pensione aperti: sono istituiti da banche, SIM, assicurazioni ed SGR.
D) Fondi pensione chiusi: sono di tre tipi.
Quelli settoriali sono suddivisi per settore produttivo, ad esempio il Fonchim è del settore chimico.
Quelli aziendali sono costituiti su base aziendale, ad esempio il Fopen è dell'ENEL.
Quelli territoriali sono suddivisi su base, ovviamente, territoriale. Ad esempio il Fopadiva è della Valle D'Aosta.
Investimenti immobiliari USA VS Cina
Nel numero di questo mese di Patrimoni c'è stato un confronto involontario fra Roberto Lenzi e Wilson Wong.
Involontario perché gli articoli erano diversi: Lenzi (dello studio legale Lenzi & Associati di Milano) rispondeva alla lettera di un lettore mentre Wilson Wong (gestore del Greater China Fund di Fidelity) rispondeva ad un intervistatore.
Lo spunto mi pare interessante per tornare sul settore immobiliare.
Non foss'altro perché la Cina supererà il Giappone come seconda economia del pianeta.
Non che sia un grande sforzo: come popolazione sono il decuplo....
Non si può peraltro dire che abbiano niente di cui vantarsi: se ci si mette in dieci per picchiare uno e nemmeno ci si riesce per così tanto tempo....
Tuttavia, visto che il sorpasso è nell'ordine naturale delle cose, i confronti fra USA e Cina sono i confronti fra la primissima economia del pianeta e la futura seconda.
Per inciso, che cosa accadrà fra decenni non lo può sapere nessuno, ma se si guardano un pò di previsioni di qualche decennio fa sarà il caso di essere estremamente prudenti nel dare per scontato che la Cina supererà tutti solo perché è di gran lunga la più popolata.
Il numero fa, ma se contasse solo quello non avrebbe avuto un ruolo piuttosto marginale per generazioni intere.
Che acquisisca un crescente peso politico è scontato, vista anche la scarsissima voglia dell'Europa di pesare, non è così scontato che sia destinata ad essere mai la prima nazione al mondo.
Da notare, alcune cose:
A) L'India è quasi altrettanto popolata.
Ha un PIL procapite molto più basso ma, come numero di ingegneri, è al livello di Europa ed USA messi assieme.
Puntare così accanitamente sull'istruzione non dà risultati immediati ma, in prospettiva....
B) La scelta della baronessa Ashton come ministro degli esteri europeo (a discapito di candidature di peso come quelle francesi e quella italiana di D'Alema) è stata ampissimamente criticata dalla stampa estera per essere una scelta di bassissimo profilo (assieme a quella di Van Rompuy, che pure ha ben altro spessore).
Da sottolineare come delle tante candidature fosse l'unica senza esperienze diplomatiche, l'unica mai eletta a nessuna carica (ma sempre nominata).
Non si è sempre detto che la parità dei sessi verrà raggiunta quando una donna INCOMPETENTE raggiungerà ruoli di potere?
Almeno in quello ci siamo.
Però è difficile notare come da tantissimo tempo ci si aspetti che l'Europa parli con una voce sola.
E' significativo che sia stato considerato praticamente inevitabile che dovesse essere un esponente espressione di un paese che all'Europa non ha nemmeno mai creduto.
Annoto, a futura memoria, le dure valutazioni della stampa estera.
Financial Times: "resta aperto l'interrogativo se l'Unione europea abbia davvero scelto i migliori candidati possibili" e "il loro basso profilo lascia intendere che le decisioni più importanti di politica estera saranno ancora nelle mani dei governi nazionali".
Herald Tribune: scegliendo "personaggi semisconosciuti con una scelta minimalista" la UE si condanna ad un posto marginale sulla scena globale, "la scarsa notorietà dei nominati enfatizza i problemi dell'Europa invece di dimostrare la sua prontezza ad assumere un posto di rilievo sulla scena internazionale".
Spiegel: "Con il nuovo duo l'Europa punta su due sconosciuti e spreca la possibilità di brillare sulla scena mondiale".
Bild: "Bruxelles fa una figuraccia: la UE cerca reputazione e fama ma si mette d'accordo su due signor Nessuno".
Frankfurter Allgemeine Zeitung: "Era davvero necessario fare un vertice speciale a Bruxelles per questo risultato?".
The Guardian: li timbra come "due tecnocrati dal basso profilo".
Daily Mail: "Il grande inciucio europeo: un'amica raccomandata laburista viene fatta ministro degli esteri, così che un fanatico federalista può diventare presidente.".
Sun: evidenzia come la Ashton "non sia mai stata scelta dagli elettori" ma sempre e solo nominata.
El Pais: "due figure grigie e di basso profilo".
Le Figaro: l'unica nota positiva, sebbene sul solo Van Rompuy, definito "un uomo discreto, avvezzo all'arte del consenso".
Liberation: definisce Van Rompuy "l'anestetico locale, un presidente per fare tappezzeria" ed aggiunge una frecciata alla stampa italiana "Segno dei tempi, i giornalisti italiani, smobilitati dopo la squalifica di Massimo D'Alema, si interessavano soltanto a una cosa: la Francia rigiocherà la partita contro l'Irlanda...".
C) Il divario resta enorme fra le rispettive ricchezze procapite.
Per i cinesi è di 3.566 dollari americani, per gli americani 46.443 $.
D) C'è un fortissimo incremento delle compravendite di immobili fatte da italiani all'estero.
Stando ai dati di Scenari Immobiliari dal 2001 ad oggi si è passati da 17.250 ad una stima per fine 2009 di 35.000.
Da notare che vengono fatte in contanti anche perché, per accendere un mutuo in Italia finalizzato ad acquisti all'estero, occorre di standard avere un immobile sul territorio italiano già interamente pagato da ipotecare.
Nel merito:
1) La domanda posta a Roberto Lenzi era relativa all'iter ed ai costi inerenti l'acquisto di immobili negli USA.
La risposta evidenzia alcune cose interessanti.
Fra le cose rilevanti da segnalare mi pare che ci sia l'evidenziazione di come il regime sia diverso dal nostro.
Gli USA, infatti, appartengono al mondo della Common Law che è di origine anglosassone mentre da noi i riferimenti normativi sono quelli di civil law (che hanno impronta romanistica).
Il sistema nord-americano si basa su alcuni principi differenti dai nostri, fra cui un diverso modo d'intendere il diritto di proprietà (che viene considerato uno status rapportato al periodo di tempo nel quale il proprietario godrà del possesso del bene), ed un diverso approccio dello Stato (mentre in Italia sono le autorità a preoccuparsi di garantire che le transazioni si svolgano in maniera corretta, negli Stati Uniti vige un concetto più liberistico e privatistico: sono le parti ad individuare le tutele migliori per il buon fine delle trattative).
In USA, inoltre, non c'è l'atto pubblico notarile (il trasferimento è atto privato) ovvero il regime di pubblicità dell'atto che assume valenza dichiarativa e non costitutiva, così come da noi conosciuta.
Per avere conoscenza dei trasferimenti immobiliari e dei diritti connessi, è facoltà (non obbligo) delle parti archiviare od annotare (cosiddetto recording) i documenti, ma in alcuni stati c'è un diverso modo di trascrizione (cosiddetto Torrens system).
Il sistema dominante è organizzato a livello locale (presso circa tremila contee).
Manca, quindi, un ufficio del registro centralizzato con funzioni di "pubblica fede" che offra precise e dettagliate garanzie delle parti.
I registri dei documenti non consentono di definire se un soggetto vanti diritti specifici su un immobile ed il modo di annotazione presenta, pertanto, caratteri di insufficiente affidabilità.
Questo sistema ha fatto sviluppare il mercato delle cosidette title insurance policy, ossia polizze assicurative che assicurano all'acquirente (od alla banca in caso di finanziamento) determinati diritti contenuti nel contratto.
In ogni caso, con coperture limitate.
Tali polizze hanno una funzione di natura risarcitoria, non contemplando alcuna garanzia sulla circolazione degli immobili.
Per ciò che riguarda l'iter in uso, in quasi tutti gli stati viene preventivamente stipulato un accordo (cosiddetto real estate contract) diretto a stabilire tempi, modalità e condizioni della compravendita.
Assume valore vincolante e sottrae il bene alle eventuali pretese del creditore e del venditore senza necessità di compiere alcun atto di pubblicità.
E' normale per le parti farsi assistere da consulenti legali dovendo prevedere nel documento ad ogni aspetto tecnico che sia afferente al proprio interesse.
Successivamente, si dovrà verificare la legittimazione del venditore ed i diritti connessi (cosiddetto investigation of title).
Infine, la fase finale dell'operazione di cessione (cosiddetto closing), che si concretizza con la consegna dell'atto formale di trasferimento del diritto sull'immobile (cosiddetto deed conveyance).
I costi della compravendita sono variabili in funzione della difficoltà della transazione nonché dei soggetti che intervengono.
Le principali voci sono relative all'intervento dell'agenzia immobiliare, agli onorari per la consulenza ed assistenza legale, al costo della polizza assicurativa (per il venditore) ed alla verifica della stessa (per l'acquirente), all'eventuale mutuo (per l'acquirente), ai costi per l'intervento di altri soggetti (eventuale stima indipendente, ispezioni tecniche, eccetera), alle imposte inerenti al trasferimento (per l'acquirente).
Con una certa approssimazione, il Consiglio Nazionale Forense USA, individua, a carico di un acquirente, un'incidenza complessiva media pari a circa il 5-6% del prezzo, cui aggiungere le commissioni dell'agente immobiliare (circa il 3%) e gli onorari legali.
2) Anche Wilson Wong evidenzia molte cose da sapere relative al mercato immobiliare, in questo caso cinese.
Esiste una barriera psicologica: quando la famiglia cinese raggiunge un reddito di 33.000 reminbi mensili (3.280 €) tende ad aumentare i consumi, soprattutto acquistando abitazioni.
Questo trend si è registrato nelle grandi città nel 2003, nelle metropoli di medie dimensioni nel 2006 ed ora l'onda lunga sta arrivando in centri urbani ancora più piccoli, quelli che più incidono sul PIL (16% annuo).
Questa tendenza, per chi investe, è un importante driver di lungo termine.
Solo il 10% delle famiglie che vivono in aree rurali possiede un condizionatore, il 20% un frigorifero e solo il 5% un computer.
La penetrazione resta contenuta ma con il PIL in forte crescita migliorerà proprio nel segmento dei consumi discrezionali (ossia ciclici) su cui vale la pena di investire.
Per gli stranieri, comprare case da mettere a reddito resta invece un azzardo.
Visti i limiti imposti dalla legge, per un investitore straniero è arduo procurarsi yuan, indispensabili per la transazione.
Senza contare che, se l'acquisto riesce, non è scontato riuscire ad affittare: con i tassi bassi è cresciuto il numero di persone che acquistano.
Oltretutto, il sistema impositivo cinese prevede una fiscalità stringente per gli speculatori.
Se per accendere un mutuo per la prima casa ci sono buone agevolazioni, un secondo è difficile: cala il montante erogato e lievita lo spread.
Meglio la via indiretta, ossia puntare su settori correlati all'edilizia.
Se dal 2008 sono cresciuti numero di transazini e prezzi di immobili e materiali da costruzione, anche i margini restano esigui ed alle imprese occorrono grandi capitali per operare.
Il risultato è che la redditività è incerta ed il rischio elevato....
Kerself
Kerself è forse il titolo growth più controverso di Piazza Affari.
Opera in un settore, quello dell'energia solare, a fortissima crescita soprattutto in Italia.
Si scontra però con molti operatori che vogliono prendersi una fetta di mercato.
Questo è un elemento importante perché un settore a forte crescita in cui la torta si allarga ma molti più soggetti si prendono una fettina determina una situazione in cui la torta è più grande ma le fettine sempre uguali sono.
Non solo occorre valutare quanto il settore crescerà, ma occorre valutare quanto la concorrenza sarà dura (anche se Kerself ha una leadership importante nel nostro mercato), come varieranno gli incentivi pubblici eccetera.
Questo lo rende un titolo di difficilissima valutazione.
Ho trovato aspetti sgradevoli in ricavi e marginalità espressi dalla trimestrale: Borsaitaliana.it: trimestrale Kerself .
Ed anche l'analisi di Intermonte ( Kerself analisi Intermonte che pure ha un Target Price a 17 €, simile a quello di Websim inchiodato a 18 €) pone l'accento su una questione rilevante: "but this is attributable chiefly to a significant decline in solar
module prices during the quarter.".
Ossia, se la concorrenza abbassa i prezzi del prodotto venduto si rischia qualcosa di assimilabile a quello che è successo con le tariffe telefoniche: si telefona molto di più di un decennio fa, ma la Telecom è andata in costante agonia come utili.
Poi, certo, le loro stime del P/E sono incoraggianti (2008 21,3 - 2009 10,7 - 2010 6,1 - 2011 5,2) e calcolate su una quotazione di 9,19 €.
Se avessero ragione ed alla fine del 2010 le quotazioni si allineassero su un P/E di 14-17 (la media storica dell'indice, insomma) ci sarebbe un potenziale +100% e passa.
Però occorre che abbiano ragione e che ci sia l'allineamento.
Che sia interessante non ci sono dubbi, però è il tipo di scommessa che ha molto senso in un portafoglio titoli vasto, non certo in uno con pochi titoli.
Anche perché gli scambi sono talmente rarefatti e "discutibili" che le quotazioni possono andare molto per i cavoli loro.
Bah, settemila - ottomila € li ho e me li tengo.
Però, mentre di altri titoli (su cui sono ben più esposto) mi dimentico quasi ed aspetto che tornino a valori più congrui, qui continuo a domandarmi quanto diamine valga davvero su base fondamentale.
Di più di quello che quota di sicuro, ma quanto valga davvero non lo sa nessuno.
Sul fallimento del superbonus Maroni
Entro nell'argomento perché Draghi si è sforzato, invano come al solito, di spiegare un punto fondamentale: il problema non è la produttività di chi lavora in Italia.
La produttività del lavoro in Italia è in linea con quella dei principali paesi nostri concorrenti.
Noi però abbiamo un bassissimo livello di occupazione.
Va di moda dire sui telegiornali che stiamo meglio di altri perché abbiamo meno disoccupazione.
Ora, a parte il fatto che la percentuale di disoccupazione cala anche se (e nella misura in cui) gli individui sono troppo scoraggiati per cercare un lavoro, noi abbiamo appena 23 milioni di occupati su 60 milioni di abitanti.
Segnatamente, i dati riportati in questo momento sul sito dell'ISTAT (relativi al 2° trimestre del 2009) evidenziano 23.203.000 occupati (in decisa riduzione su base annua dell'1,6% o, se si preferisce, di 378.000 occupati).
Gli ultimi dati sulla popolazione residente nella Penisola sono del maggio 2009 ed indicano la popolazione residente in 60.157.551 abitanti.
E' un livello ridicolo, frutto della tendenza ad entrare tardi nel mercato del lavoro, a farsi scoraggiare più facilmente di altri (in Spagna hanno percentuali di disoccupazione più alte, ma almeno lo cercano) e di età di pensionamento storicamente più basse (anche se gli attuali giovani non avranno certo il trattamento dei genitori).
Draghi evidenzia che l'innalzamento dell'età previdenziale serve anche, eccome, a produrre più ricchezza.
Quando i telegiornali ne fanno esclusivamente una questione di riduzione della spesa pubblica gli mettono in bocca concetti diversi da quelli che ha espresso.
Per di più, è difficile non notare come ci sia l'abitudine di non riportare le dichiarazioni dalla viva voce del dichiarante ma una interpretazione delle cose che spesso ha una parentela meno che simbolica con la realtà.
Vorrei mettere da parte la questione degli occupati del settore pubblico.
E' una questione diversa per ragioni semplici: un dipendente pubblico può lavorare bene e con passione, può appartenere a settori fondamentali e non privatizzabili (come la polizia) ma comunque il suo stipendio deriva dalle tasse.
Poiché le tasse sono un freno alla crescita economica, è normale che un settore pubblico "esuberante" non sia esattamente uno strumento di sviluppo.
Il punto però è un altro.
C'è stata una forte polemica legata a Berlusconi che ha sostenuto (con significative ragioni) che la paura della crisi aveva in parte l'effetto di una profezia che si autorealizza.
Questo perché se hai paura del futuro e riduci i consumi in attesa del peggio è la stessa riduzione dei consumi ad avere un impatto negativo sulla congiuntura, a ridurre gli ordinativi, a determinare un trend negativo dell'occupazione che a sua volta incide negativamente sui consumi (è difficile che uno licenziato o cassaintegrato si dia alla pazza gioia, diciamo).
A Berlusconi è stato fatto notare che se un miliardario (in EURO, oltretutto) invita a spendere maggiormente è oltremodo difficile che non gli si rinfacci il fatto che è una posizione abbastanza comoda per invitare ALTRI a consumare.
Anticipo la domanda: poiché i meccanismi del calcolo del PIL tengono conto del sommerso PROBABILMENTE le escort rientrano nel calcolo.
Ho provato a documentarmi ma, pur essendoci una ricchissima bibliografia inerente al Prodotto Interno Lordo, questa proprio non sono riuscito a trovarla.
L'ho cercato perché me lo hanno chiesto nel mondo reale ma non sono in grado di dirlo con certezza.
Ho persino, e con imbarazzo, rigirato la domanda all'ISTAT, precisando e ripetendo che se ritengono di aver ben altro da fare che rispondere a questo tipo di curiosità lo capisco benissimo.
Precisazione che faccio soprattutto per quella fava (che sa benissimo chi è) che me lo ha chiesto e che mi ha fatto perdere un sacco di tempo.
Ora, al di là della "unicità" del personaggio Berlusconi (uso il termine più neutro possibile perché questo non è un blog politico) l'argomentazione sostenuta è rilevante.
I consumi rappresentano una componente fondamentale nello sviluppo calcolato utilizzando il PIL come parametro di misurazione.
Parametro che, oltretutto, per quanto perennemente criticato, è il più oggettivo ed efficiente che ci sia.
Quando senti parlare di "indici della felicità" scatta il, per così dire, vaghissimo sospetto che sarebbero leggerissimamente taroccati.
Già con un +0,6% del PIL nell'ultimo trimestre contro un -6,0% nei precedenti 12 mesi sembra che cresciamo più della Cina....
La premessa, come spesso mi capita, è stata un pò lunga ma volevo far presente che, di fondo, se vuoi rilanciare i consumi devi dare più denaro ai potenziali consumatori.
Il dipendente standard del settore privato, quando viene mandato in pensione, smette di produrre per il suo TFR, indipendentemente dal fatto che sia reindirizzato o meno su un fondo pensione.
Si tratta del 6,91% a cui va aggiunto lo 0,50% per “contributo al Fondo di Garanzia INPS".
Smette anche di pagare contributi (32,7%).
Sono una quarantina di punti percentuali a cui vanno a sommarsi circa una settantina di punti percentuali di uscite in termini di pensione erogata.
Poniamo che vengano mandate subito a regime le riforme pensioni facendo in modo che i padri vadano in pensione ad età simile a quella a cui andranno i figli.
Questo significherebbe, oltre a maggiore equità intergenerazionale, potergli mettere in busta paga lo stipendio attuale più una quarantina di punti percentuali legati a TFR e contributi più una settantina di punti percentuali di pensione.
IL TUTTO SENZA ONERI PER LO STATO.
In sostanza: li manderesti in collera per l'equiparazione con i figli in termini di età di pensionamento ma gli potresti sostanzialmente raddoppiare lo stipendio, appunto, SENZA ONERI PER LO STATO.
Personalmente avrei anche qualcosina da eccepire sul fatto che oggi si dia per scontato che i figli debbano per forza stare peggio dei padri.
Mi pare di ricordare che in tempi remoti l'aspirazione fosse un pò diversa, ma insomma....
Peraltro, anche in questa specifica ipotesi, la generazione degli attuali pensionandi sarebbe comunque trattata molto meglio di quella dei futuri pensionati.
Con quali esiti sui consumi va da sé, come va da sé che, se perdono il lavoro nel periodo del prolungamento dello stesso, dovrebbero poter andare in pensione con le regole precedenti.
Per inciso l'idea non è neanche innovativa: come forma mentis ricorda il superbonus Maroni, che è stato un fallimento totale perché era un bonus che di super aveva solo il nome.
Infatti metteva in busta paga solo il 32,7% dello stipendio lordo (il 33,7% sulla fascia retributiva annua eccedente i 37.883 €).
Ed era facoltativo, con il bel risultato che la gente preferiva non lavorare e lo facevano solo quelli che lo avrebbero fatto comunque...
Ma un superbonus vero potrebbe sostenere fortemente il nostro PIL.
E dire senza oneri per lo Stato è riduttivo.
Tanto più che, come ricorda Draghi (invano come al solito), il nostro rapporto debito pubblico/Prodotto Interno Lordo sta schizzando verso l'alto principalmente per il tracollo del PIL.
Il costo degli immobili in Italia
Mi sembra che meriti uno spazio quanto recentissimamente riportato dal vertice dell'Agenzia del Territorio in Commissione ambiente e territorio della Camera dei Deputati.
Il miglioramento delle procedure di aggiornamento catastale pare che ci sia stato, con l'Agenzia che ha scoperto un numero cospicuo di immobili non accatastati.
La cosa ha del surreale per un paese occidentale.
Negli USA gli immobili sono molto tassati in buona parte in base alla logica che, essendo ben visibili, su quelli non si evade di sicuro.
Qui invece si scoprono in continuazione immobili scosciuti al Catasto e di costruzione "non esattamente" recente.....
Da notare che la stima attuale è di 64 milioni di unità immobiliari (di cui 32,6 milioni di abitazioni), all'interno delle quali quelle che producono rendita catastale sono 56 milioni.
La stima complessiva a fine 2008 era di 5.700 miliardi (il 90% appartenente a privati).
In sostanza le famiglie italiane dispongono mediamente di 114 MQ ed il valore stimato della loro casa era di 178.000 €, ossia 1.560 € a MQ.
Siamo lontani dalla stima di Bank'Italia di fine 2006 che era di 196.000 €, ma non al livello del crollo di altri paesi.
Poi certo, occorrerà vedere cosa accadrà quando i tassi di interesse saliranno per tornare a livelli più normali.
Anche perché la cosa avrà un impatto doppio, rendendo più attraenti le obbligazioni rispetto all'investimento immobiliare ed aumentando il costo dei mutui a tasso variabile.
Da notare, oltretutto, che attualmente ci sono due spinte divergenti perché lo scudo fiscale farà tornare in Italia risorse che potrebbero spingere in su il mercato immobiliare ma il piano casa potrebbe indebolire il mercato di sostituzione, che è quello principale, facendo cambiare idea a potenziali compratori che potrebbero allargare la proprietà che già hanno.
Con quali esiti non lo può sapere nessuno.
Da notare però che nei precedenti cicli immobiliari in Italia la discesa non è mai stata inferiore a 3 anni ed attualmente c'è stata solo quella del 2008 e del 2009.
Ho provato a cercare altri dati come quelli di Nomisma, Tecnocasa, UBH (il network di Grimaldi e ProfessioneCasa, per capirci) ma francamente è alquanto inquietante che alla fine del 2009 non riescano ancora a concordare sui dati del 2008....
A conferma, qualora ce ne fosse bisogno, che il mercato immobiliare italiano ha la trasparenza di una bisca clandestina piena di bari.
In teoria i dati dell'Agenzia del Territorio sono i più interessanti essendo basati sui rogiti, che negli altri paesi sono dati di pietra (per contro, in Italia i rogiti sono abbastanza fantasiosi).
In ogni caso, secondo l'Agenzia del Territorio l'alloggio medio più caro si trova al Centro Italia dove l'abitazione media risulta essere di 117 MQ per 255.000 € (2.180 € a MQ).
Al Sud la casa media è di 113 MQ per 133.000 € (1.175 € a MQ).
Al Nord la casa media è di 115 MQ per 182.000 € (1.585 € a MQ).
Va da sé che medie che inglobino grandi città e paeselli vanno prese per quello che sono: nelle città principali a quei prezzi si trovano spesso monolocUli.
I dividendi come strumento di rendita
Precisiamo: ho delle remore a proporre cose che possano essere assimilate a "consigli per gli acquisti".
Intanto perché è bischero farlo: se vanno bene non te ne viene niente, se vanno male ti stressano.
Inoltre questo post (e quelli che verrano in seguito sullo stesso argomento) in realtà è riferito ad una sola persona.
Lo pubblico comunque perché può essere di interesse anche per altri, ma è una persona specifica a cui vorrei far capire che i dividendi possono essere un'ottimo strumento per ottenere una rendita.
Peraltro non certo più instabile dei BOT che, è il caso di ricordarlo, sono riusciti a passare dall'oltre 4% dell'anno scorso allo 0,niente% di quest'anno.
Chiudiamo un decennio di borsa pessimo per quella italiana (non solo, peraltro), partito da una bolla rialzista e chiuso con quella che è ampissimamente la recessione peggiore del dopoguerra.
In realtà, il danno vero lo ha fatto chi ha avuto la pessima idea di iniziare ad investire nel 2000, quando c'erano multipli tiratissimi.
Il motivo per il quale si può dire che il prossimo decennio sarà probabilmente buono è lo stesso identico motivo per il quale si poteva dire, dieci anni fa, che la situazione era rischiosa: le borse girano INTORNO a valori corretti, ma poi ci tornano.
L'attuale P/E prossimo a 15 del FTSE All Share è un'ottima base, considerato che è calcolato sullo schifo di utili di quest'anno.
Anche se il 2010 sarà probabilmente un anno di stagnazione e la ripresa la vedremo probabilmente fra il 2011 ed il 2013, è probabile che convenga aspettarla e beneficiarne.
Non foss'altro perché, quando si è pagati per aspettare, si può anche aspettare più volentieri.
E la campagna di dividendi resta ben più appetitosa dei BOT (non è un grande sforzo, in effetti....).
Faccio inoltre notare come il CONSENSUS degli utili delle società del FTSE MIB pubblicato dalla Reuters stimi spannometricamente un +20% degli utili già per l'anno prossimo per le prime 40 società quotate nella borsa italiana.
Solo una specie di ripresina, visto quanto è stato massiccio il loro calo, con una forte ripresa degli assicurativi.
Da notare come per gli assicurativi praticamente tutto quello che poteva andare storto c'è andato.
Terremoto compreso, visto quanti enti pubblici contraggono polizze per i terremoti.
Questa premessa serve per spiegare come, comunque, i prezzi attuali restino ottimi essendo come multipli rappresentativi solo degli utili da schifo di questo 2009.
Fermo restando che, personalmente, resterò pienamente investito finché gli utili non si normalizzeranno stile 2007 (che fu solo un +7% circa rispetto al 2006), il che chiarisce che mi dovrò mettere comodo perché la ripresa richiederà tempi inquietantemente lunghi, come accade sempre dopo una crisi bancaria.
Del resto, le banche possono essere antipatiche finché si vuole, ma è assurdo tifargli contro perché sono i polmoni di un sistema economico e non si corre bene con i polmoni danneggiati.
Questo intervento è per reintrodurre alcuni principi di base.
Molti conoscono la teoria dei Dogs of the Dow che è una delle tante tecniche che aspirano, con un certo successo, a fare meglio dell'indice.
Sostanzialmente, è la più nota di quelle che si basano sulla scelta delle azioni che danno dividendi elevati.
Funziona abbastanza bene ma, del resto, è difficile (sebbene non escluso) che eroghino dividendi aziende in perdita.
Lo evidenzio perché, in realtà, basta eliminare dalla selezione dei titoli in cui si investe le aziende in perdita per scroccare qualche punticino di overperformance.
Così come altri modelli di investimento "trucidi" come selezionare i titoli in base al P/E od al P/MP portano qualche punto di overperformance medio su periodi lunghi.
Non certo tutti gli anni e, quando i modelli quantitativi su base fondamentale cannano, tendono a farlo tutti assieme.
Con casi limite come il 1999, quando montava una bolla rialzista ed andava di moda dire che i fondamentali non contassero niente.
Esistono modelli misti.
Come l'EBO, vedi: Cellino SIM: EBO .
In questo caso è misto nel senso che cerca di valutare l'azienda sia dal punto di vista patrimoniale che reddituale.
Questo rende l'EBO un modello più "completo" di quelli che valutano solo un aspetto.
Ed il perché è evidente: se valuti solo gli utili di un anno, questi possono squagliarsi l'anno successivo.
Se valuti solo il patrimonio un enorme sconto del titolo rispetto al patrimonio stesso può essere dovuto al fatto che l'azienda produce solo perdite ed è destinata al fallimento.
Un modello misto a cui sono legato riguardava il MIB30 che era l'indice delle prime 30 azioni italiane (è un indice che neanche esiste più).
Era un modello di mia ideazione di una trucidità allucinante: si trattava semplicemente di selezionare i 10 titoli che facevano più utili (utilizzando l'indicatore più diffuso, il P/E), selezionare i 10 titoli con il dividendo più alto e poi comprare quelli che rientravano in entrambe le TOP10.
Il modello era assurdo nel suo essere assolutamente rozzo, tant'è vero che in quelle classifiche rientrava spesso Telecom i cui utili continuavano a calare per la troppa concorrenza nel settore telefonico.
E che quegli utili fossero destinati a calare lo sapevamo tutti visto quanto le compagnie telefonavano a casa per proporre tariffe scontate.
Tuttavia, succedeva che l'anno dopo, pur avendo utili in calo, rientrava comunque nelle TOP10 di P/E e dei dividendi perché il titolo era sceso e, scendendo sia gli utili sia le quotazioni, i multipli restavano APPARENTEMENTE appetitosi.
Nonostante questo, quel modello così rozzo funzionava: l'analisi che feci riguardava un periodo di 8 anni e l'overperformance media rispetto all'indice era di un +6,9% (a cui andrebbe aggiunto, oltretutto, il fatto che i dividendi erano più alti della media).
Perché funzionava?
Perché, come tutti i modelli misti un minimo sensati, tendeva a correggere le storture dei singoli multipli.
Il P/E è abbastanza inaffidabile perché l'utile di un anno può voler dire ben poco potendo essere frutto di fattori straordinari.
Ma, se è accompagnato da un dividendo corposo, usualmente significa che l'azienda è consapevole che si tratta di utili ripetibili.
Il dividendo in sé vuole dire poco perché può essere fuori misura in quanto legato ad un pay-out ratio fuori misura (ossia una percentuale di utili destinati a dividendo ben al di sopra della media delle altre aziende).
Usare il P/E come "correttore" permetteva di togliere di mezzo proprio quelli con un pay-out ratio fuori misura che magari alla prima difficoltà dovevano annunciare un calo del dividendo, provocando così un calo del titolo in cui aveva investito chi guardava al solo dividendo.
Inoltre quel modello così rozzo che implementai (e che non userei mai in maniera meccanica, senza guardare se c'è un equivalente della Telecom di allora dentro, della serie: bene la meccanica ma HUMANS DO IT BETTER) era limitato solo ai primi 30 titoli del listino.
Questo è sbagliato perché, in realtà, nessun titolo azionario rispecchia perfettamente il valore dell'azienda di cui l'azione costituisce una frazione.
Anche perché la quasi totalità delle compravendite, specie quelle intraday, sono fatte senza nemmeno considerare il valore intrinseco delle stesse, ma cercando di prevedere l'andamento dei prezzi.
Il che è una benedizione per i seguaci di Benjamin Graham, a partire ovviamente da Warren Buffett, perché se la stragrande maggioranza delle compravendite non venisse fatta cercando di seguire i prezzi gli stessi non si allontanerebbero così tanto (e, spesso, così a lungo) dai fondamentali (che possono benissimo variare), togliendo lo spazio per comprare "a sconto".
L'ho fatta un pò lunga ma l'intento è semplicemente di presentare una selezione di titoli finalizzata ad avere una rendita da dividendi (prossima al 5%) ed un importante capital gain.
La propongo a partire dalla prima seduta di borsa di novembre (che è domani).
La proporrò per tutto il prossimo decennio.
Sempre che io non muoia prima s'intende ma, in caso contrario, non è un grande sforzo visto che richiede al massimo due/tre aggiornamenti l'anno.
Mi aspetto un rendimento complessivo medio ANNUO ben superiore al 10%.
Il che non è un grande sforzo: ho fatto meglio in questo schifo di decennio con un indice che è stato addirittura negativo e nel prossimo decennio l'indice ha tutte le condizioni per fare davvero bene.
Infatti in realtà mi aspetto una ventina di punti percentuali ma come media annua non tutti gli anni.
Giova ricordare che negli ultimi 32 anni pure Buffett è andato in perdita in 4....
Questa selezione si basa su tutto il listino italiano per la ragione di cui sopra: ridurre il campo di applicazione riduce la potenziale performance perché toglie di mezzo delle occasioni.
Senza contare che titoli spettacolarmente a sconto con casi limite come Basicnet li trovi solo fra le piccole, fra i titoli principali detto valore emerge prima, fra le piccole anche molto dopo, ma quello che conta è che emerga.
I titoli sono:
Fondiaria SAI rnc (ultimo prezzo 8,36). Ha un pay-out ratio tiratissimo ma le stime del CONSENSUS di Bloomberg evidenziano come avrà con ogni probabilità un'accellerazione fortissima dei profitti già l'anno prossimo e la stima del management di 370 milioni di EURO per il 2011 è credibile. In sostanza: ha un dividendo altissimo, ma ampiamente sostenibile.
Unipol priv. (ultimo prezzo 0,646). Capisco che possa sembrare strano abbinarla a Fondiaria-SAI visto che non lo ha proprio erogato il dividendo l'anno scorso ma gli utili sono stati del tutto analoghi così come il trend degli utili stimato dal CONSENSUS Bloomberg. Inoltre è vero che l'anno scorso ha preferito utilizzare gli utili per rafforzare il proprio patrimonio (che può essere stata una scelta saggia) ma il mercato tende ad apprezzare più la notizia del ritorno al dividendo che non la conferma di una notizia che già sapeva.
Basicnet (ultimo prezzo 1,82). Meglio nota per i suoi marchi Robe di Kappa/Superga/Jesus Jeans/K-Way. Questo è un caso da Guinnes dei Primati: se considerassimo solo il patrimonio con una valorizzazione decente dei marchi potrebbe quotare uno sproposito, solo con gli utili che fa potrebbe quotare il doppio ed è appena arrivata la terza trimestrale di quest'anno, in cui ha fatto comunque un +7% dei profitti persino in un anno così. E' anche per questo che quel modello basato sul MIB30 era limitato: sui 30 titoli principali si vedono sottovalutazioni anche clamorose destinate a rientrare, ma non raggiungono mai picchi di questo livello. Per contro, sui titoli piccoli occorre aspettare anche tantissimo tempo prima che i prezzi vadano incontro ai fondamentali.
Italmobiliare rnc (ultimo prezzo 22,46). Questo è un caso particolare perché è una holding il cui sconto rispetto al NAV è sopra la media storica e le risparmio sono fortemente a sconto. Quindi potrebbe salire bene per uno sconto rispetto al NAV che torna a livelli normali o per uno sconto delle risparmio rispetto alle ordinarie che torna a livelli normali. Se poi i due fattori viaggiano assieme può avere un'erezione stile Rocco Siffredi da giovane. A cui va aggiunto quanto possono crescere le sue partecipazioni, come la controllata Italcementi che è una multinazionale che vive in un settore che ha risentito molto della crisi, ma è anche vero che sono fallite delle sue concorrenti. Questa è una delle cose migliori che possano capitare agli highlander: non c'è concorrente migliore di un concorrente morto. Se poi si considerano gli 80 EURO a cui era arrivata a quotare nel 2007 (quasi il quadruplo, e non erano multipli così tirati)... La stima sul dividendo però è quasi impossibile, gli utili per erogarlo li ha eccome, ma potrebbe essere condizionata dalla volontà di aderire all'aumento di capitale di una delle sue partecipazioni: Unicredit.
Piquadro (ultimo prezzo 1,16). Quasi l'unica del settore lusso che abbia tenuto. Del resto ha ottimi prodotti, ottimi utili ed ottimo dividendo. Discorso vecchio: essendo piccolina ci vorrà tempo perché quoti quello che vale. Oppure potrebbe schizzare su all'improvviso. Ma nessuno può sapere quando.
ENEL (ultimo prezzo 4,055). Anche per essere sicuro di superare l'asticella del 5% di dividendi. In realtà non è tanto una questione di dividendi. Quando venne collocata (il 2/11/1999, ormai c'è il decennale) fu collocata a prezzi cari, fra uno Stato che aveva enorme fame di denaro ed una bolla rialzista che faceva in modo che venisse acquistata a qualsiasi prezzo. Sempre prendendo il CONSENSUS di Bloomberg ha un EPS stimato al 31/12/2009 di 0,49 ed un EPS stimato al 31/12/2010 in calo a 0,46. In pratica, è come se alla fine del 2010 comprando un'aziendina con 100.000 EURO questa facesse 11.000 EURO di utili. Con l'intento di distribuirne un 60% circa in dividendi e tenere il resto ad aumentare il valore dell'azienda... Quando fu collocata, dieci anni fa, era davvero cara ma adesso è davvero a sconto. Il passato decennio non è andato granché bene (nonostante i 4,47 EURO di dividendo, compresi i dieci centesimi del 26/11/2009). Ma qui arriva al decennale in una situazione rovesciata rispetto ad allora.
Preciso: non sono consigli per gli acquisti (se non per una specifica persona). Fra l'altro ad ENEL personalmente preferisco Kerself (sempre settore energetico, ma fotovoltaico) che è in un subsettore in fortissima crescita e potrebbe macinare utili a tutto spiano.
Tuttavia, aggiornerò questo portafoglio titoli evidenziandone i risultati in tutto il prossimo decennio.
Questo sempre sperando di non crepare, s'intende, annoto però che ho 36 anni: va bene mettere le mani avanti, ma le sto mettendo anche da qualche altra parte, diciamo.
In ogni caso, le strategie relative alla rendita da dividendi le curerò molto perché spannometricamente intorno al 2013 avrò già più reddito da dividendi che non da lavoro, è ovvio che la cosa mi prema (anche se ci arrivo, in realtà, più grazie ai capital gain che non ai dividendi stessi, comunque tutto si tiene).
Riforma pensioni Tremonti Sacconi
Il 3/8/2009 il Governo Berlusconi è intervenuto completando l'intervento del Governo Prodi (fatto con il protocollo del welfare del 2007), che introduceva degli automatismi.
Questi automatismi facevano in modo che ogni triennio vengano cambiati i coefficienti di conversione utilizzati per effettuare la trasformazione del montante contributivo in rendita previdenziale.
In sostanza: il montante contributivo, praticamente i contributi versati (e rivalutati) a cui si è giunti nel momento in cui si va in pensione, viene moltiplicato per un coefficiente.
Poiché la struttura del sistema contributivo è fondata sull'equivalenza fra i contributi da una parte e la pensione erogata dall'altra (ed è esattamente questo che lo rende strutturalmente solido), questo coefficiente deve tener conto dell'innalzamento della vita media.
Con l'innalzamento della vita media il coefficiente va abbassato per ridurre l'assegno previdenziale e ricreare l'equilibrio del sistema.
In pratica: poiché vengono pagate pensioni per più anni, farle pagare per un importo inferiore fa in modo che il denaro complessivamente erogato sia equivalente.
L'intervento del Governo Prodi nel 2007 era in linea con lo spirito della Riforma Dini, fatta nel 1995 e che introduceva il sistema contributivo a partire dal 1996 portandolo a regime piano piano (a livello definitivo solo nel 2015, anche se tutte le pensioni diverranno definitivamente contributive solo nel 2034).
Detta riforma prevedeva che i coefficienti venissero rivisti ogni decennio, a partire dal 2005.
Nel 2005 l'allora Governo Berlusconi, forse spaventato da elezioni troppo vicine, fece "saltare un giro".
Si è arrivati all'intervento del Governo Prodi del 2007 che ha reso la revisione dei coefficienti triennale.
Revisione che, si badi bene, ci sarà comunque nel 2010 nonostante la rivoluzione Tremonti-Sacconi.
Tuttavia, la definizione di rivoluzione non è impropria (sebbene sia stata infilata in un emendamento solo, oltretutto messo in uno dei tanti decreti del 2009), visto che viene cambiata completamente la logica di queste revisioni per il futuro.
Quella della Riforma Dini era basata su una logica semplice:
A) Il sistema deve essere strutturalmente in equilibrio e questo viene prima di tutto.
B) Se si innalza la vita media, affinché lo Stato eroghi complessivamente gli stessi importi, dovrà erogare nei singoli anni importi inferiori.
C) Si spinge sulla previdenza integrativa, in maniera tale che ognuno possa organizzarsi come meglio crede. Andare in pensione in anticipo sarà un lusso, ma il più possibile un "lusso accessibile".
La rivoluzione Tremonti-Sacconi si basa a sua volta su una logica semplice:
A) Il sistema deve essere strutturalmente in equilibrio e questo viene prima di tutto.
B) Se si innalza la vita media, si sposta in là l'età del pensionamento. Questo permette di non ridurre gli assegni anche se con il "costo" di lavorare di più.
C) Questo è reso necessario anche dal fatto che la previdenza integrativa non la sta facendo quasi nessuno. Sebbene questo intervento limiti le possibilità di scelta dei cittadini, innalzare d'autorità e per tutti l'età di pensionamento permette di mantenere l'equilibrio del sistema e di avere pensionati più vecchi ma con più denaro.
Il meccanismo di questa rivoluzione è semplice:
dal 2015 scatterà il legame automatico fra età di pensionamento ed aspettative di vita (certificate dall'ISTAT e con con riferimento all'allungamento della vita media nel quinquennio precedente).
Il ricalcolo verrà effettuato ogni 5 anni.
Da notare che l'adeguamento dovrebbe riguardare sia le pensioni di anzianità che quelle di vecchiaia.
Questo punto dovrà essere chiarito nel decreto di attuazione di questa normativa (la cui emanazione dovrà avvenire nel 2014).
Se, com'è ormai consolidata abitudine, la speranza di vita aumenterà, si dovrà andare in pensione più tardi.
Tuttavia, solo un decreto ministeriale (che verrà pubblicato, appunto, nel 2014) stabilirà di quanto più tardi.
In ogni caso, in sede di prima applicazione, ossia nel 2015, il primo incremento sarà di soli tre mesi.
Per gli altri incrementi presumibilmente il governo opterà per un innalzamento simmetrico fra speranza di vita ed età di pensionamento.
Da notare che secondo le elaborazioni Progetica, che è di gran lunga l'istituto più autorevole del settore, con l'attuale andamento fra il 2030 ed il 2035 dovrebbero sparire le pensioni di anzianità (che sono quelle legate alla vita lavorativa) restando solo quelle di vecchiaia, che sono legate all'età anagrafica ed il cui requisito minimo è già di 65 anni.
Donne: la Tremonti-Sacconi prevede anche l'equiparazione (solo per il pubblico impiego e su pressioni europee) dell'età di pensionamento fra uomini e donne.
Fino ad oggi l'età di pensionamento era di 65 anni per i maschi e 60 per le femmine.
Ora viene equiparata a 65 per entrambi.
Questo con un avvicinamento graduale all'obiettivo.
L'anno prossimo le statali potranno smettere di lavorare a 61 anni invece di 60.
Poi ci saranno scatti di un anno ogni due fino a raggiungere i 65 nel 2018.
Attualmente l'equiparazione non è estesa al settore privato sebbene, ovviamente, si apra un varco in quella direzione.
Direzione che, in realtà, non è la più rilevante.
Nel settore privato attualmente l'andare in pensione in anticipo per le donne ha come conseguenza assegni più bassi.
La discriminazione vera non è in questo poiché l'intervento dei coefficienti di trasformazione fa in modo che ad un'età più bassa di pensionamento con il contributivo corrispondano assegni più bassi per determinare un'erogazione complessiva equivalente.
La discriminazione rispetto alle assicurazioni private piuttosto è data dal fatto che nelle assicurazioni private la logica è che, poiché le femmine vivono mediamente di più, occorre che, a parità di età di pensionamento, l'erogazione sia comunque più bassa.
Invece nel nostro sistema pubblico quando l'età di pensionamento è la stessa l'assegno erogato è lo stesso, senza tener conto della maggiore longevità femminile media.
Non è detto che sarà sempre così, anche perché il sistema contributivo, essendo basato sull'equivalenza fra contributi da un lato e pensioni dall'altro, è strutturalmente in equilibrio, ma con un distinguo di genere.
In pratica, è in attivo per la parte maschile ed in passivo per quella femminile.
Non è detto che sia destinato ad essere sempre così.
In ogni caso, sarà una scelta politica, non economica.
Nulla esclude che la politica, nel tempo, mantenga questa situazione senza incorporare nel calcolo dei coefficienti la maggiore longevità media femminile.
Così come, del resto, nulla esclude il contrario.
La previdenza in Italia
Della serie: Educational Channel.
Questo è il primo di una serie di paragrafi per illustrare il sistema previdenziale italiano.
Il fatto è che la quasi totalità dei futuri pensionati ha idee molto approssimative su qualcosa che ha una rilevanza enorme sulla vita di tutti.
Sempre che non si muoia prima, s'intende, il che non sarebbe esattamente una grande soddisfazione.
L'intento è far conoscere quanto non è scritto nel, peraltro ottimo, sito dell'INPS.
A dispetto delle tante miniriforme che si sono susseguite negli anni, la rivoluzione vera e propria è legata ad un governo tecnico, quello di Lamberto Dini del 1995, sostenuto da una maggioranza singolare (centrosinistra più Lega).
Fu fissata una rivoluzione lenta, che partiva dal 1996 per concludersi nel 2015.
Rivoluzione che porta alla trasformazione del sistema retributivo (legato, appunto, alla retribuzione) a quello contributivo (basato sui contributi versati).
Il montante contributivo (l'insieme dei contributi versati) viene rivalutato utilizzando la media geometrica degli ultimi cinque anni di PIL nominale.
PIL nominale, non quello reale di cui parlano sempre i telegiornali: in pratica ingloba nel suo calcolo anche l'inflazione.
In astratto, una fase di calo del PIL può determinare una situazione in cui i contributi previdenziali vengono rivalutati utilizzando un moltiplicatore negativo, con il risultato di diminuirli.
Ed è anche questo un elemento che fa in modo che il sistema contributivo sia strutturalmente in equilibrio.
Del resto, sono i lavoratori in essere a pagare la pensione ai pensionati e con questo modello i loro destini sono legati.
Comunque, nemmeno il terrificante biennio 2008-2009 determinerà questa situazione.
Occorre considerare che il PIL in Italia è sceso solo rarissime volte nel Dopoguerra, nel 1975, nel 1993, nel 2008 e nel 2009.
Tuttavia, in questo caso si rivela "protettivo" il fatto che si usi la media geometrica degli ultimi 5 anni ed anche il fatto che venga utilizzato il PIL nominale.
Nel 2008 il PIL reale in Italia è sceso del -1,0% (contro il +0,8% di Eurolandia....) ma il PIL nominale è salito a causa dell'inflazione.
Una volta determinato il montante contributivo questo viene moltiplicato per un coefficiente di conversione.
In questo non è molto diverso da un'assicurazione privata: si versano dei contributi (detti, in questo caso, premi assicurativi), vengono rivalutati (auspicabilmente in positivo) e, qualora vengano trasformati in rendita, questo viene fatto mediante un coefficiente di trasformazione.
La Riforma Dini nasceva per essere strutturalmente a prova di bomba: in sé è il sistema contributivo ad esserlo.
E' la sua stessa natura, che determina l'equivalenza fra contributi versati e prestazioni erogate, a fare in modo che, a regime, il sistema sia in equilibrio.
Quella riforma teneva conto del fatto che i coefficienti di trasformazione fissati inizialmente potessero diventare, con il tempo, inadeguati a causa dell'innalzamento della vita media.
La Riforma Dini prevedeva che essi venissero modificati ogni 10 anni.
Doveva accadere nel 2005, quando un Governo Berlusconi, presumibilmente su pressione di elezioni troppo vicine, fece slittare l'adeguamento.
E' stato un Governo Prodi, nel 2007, ad introdurre l'adeguamento triennale dei coefficienti.
Infatti nel 2010 verranno rivisti.
Ovviamente al ribasso a causa dell'innalzamento della vita media.
In pratica: per distribuire in più anni verranno erogate pensioni più basse.
E' stato un altro Governo Berlusconi, nel 2009, a creare una situazione diversa introducendo un meccanismo di adeguamento automatico dell'età del pensionamento sulla base della speranza di vita.
Il punto è il solito: la vita media continua ad aumentare.
L'esplosione vera c'è stata nel XX secolo.
Alla fine dell'800 la vita media in Italia era di 42 anni.
Nel XX secolo la vita media è salita di un terzo di secolo.....
Occorre anche considerare che quasi tutto lo sviluppo c'è stato nel secolo scorso.
A ben vedere, alla fine dell'800 non si viveva in maniera molto diversa dagli antichi romani: si viaggiava soprattutto con i cavalli e ci si illuminava con le candele.
Questo incremento della vita media impatta comunque, ma è neutrale sull'equilibrio del sistema contributivo.
In sostanza: se aumenta la durata della vita media e l'adeguamento è fatto intervenendo con l'abbassamento dei coefficienti di trasformazione il sistema è in equilibrio perché si incassa la pensione per più anni ma l'assegno è più basso.
Se l'adeguamento è fatto nei termini previsti dalla legge Tremonti-Sacconi si va in pensione più tardi con lo stesso assegno.
L'equilibrio del sistema è lo stesso.
Personalmente preferivo il modello Dini perché offriva più facoltà di scelta e si poteva decidere comunque di avere lo stesso assegno posticipando l'età del pensionamento di propria scelta.
Oppure, sempre di propria scelta, andare in pensione prima con un assegno ridotto ed integrando con una pensione privata (sempre che uno sia in grado di costruirsela, s'intende).
Il modello imposto da Tremonti e Sacconi limita questa libertà di scelta e forza a lavorare di più.
Fra l'altro può essere anche tanto di più.
Se si va sul sito dell'ISTAT, fra le infinite cose interessanti che si trovano, c'è anche negli ultimi 19 anni la vita media è salita di 4 anni.
E' vero che la velocità di salita si è ridotta ma, se si pensa di poter andare in pensione fra una ventina di anni, sarà decisamente il caso di aggiungerne mentalmente altri.
Peraltro, questo forzare a restare al lavoro può avere un impatto positivo sulla nostra misera crescita economica, che negli ultimi 15 anni ha sistematicamente sottoperformato il resto di Eurolandia.
Occorre considerare che la percentuale di occupati fra i 55 e i 65 anni in Italia è circa la metà di paesi come Svezia e Norvegia.
In Italia ci sono circa 22 milioni di lavoratori su 60 milioni di abitanti.
E' evidente che se lavora uno su tre (e ci sarebbe da dire sul come) non si va molto lontano.
Va detto che la struttura previdenziale italiana viene spesso criticata perché i contributi vengono versati per pagare le pensioni in essere, senza creare un fondo vero e proprio.
Questo determina una sorta di debito pubblico supplementare.
Questo debito era sostanzialmente pari al 300% del PIL prima che le riforme Amato e Dini lo riducessero di colpo al 120-130%.
Già questo dà il senso di come sia inconsistente la ricorrente polemica secondo la quale è stato un danno per i futuri pensionati il passaggio (peraltro non ancora completato) dal retributivo al contributivo.
In realtà non saremmo mai stati in grado di sostenere il vecchio sistema previdenziale.
Del resto, mentre il contributivo, a regime, è in sé in equilibrio, essendo determinato dall'equilibrio fra contributi versati e prestazioni erogate, il retributivo si basa sul versamento di denaro in più rispetto ai contributi versati.
Denaro che, semplicemente, non c'è.
Per inciso, il nostro sistema è il più adatto a noi.
Volendo semplificare al massimo, sebbene tutti i sistemi siano misti, possiamo spannometricamente fare un distinguo fra quelli americano/britannico, giapponese ed italiano/europeo.
Quello americano ha mostrato la corda proprio sulla scia della crisi dei mutui subprime.
Nel week-end in cui è fallita Lehman Brothers sono andate in crisi anche Merrill Lynch ed AIG.
Merrill è stata salvata mettendo a repentaglio la più solida banca che avessero a disposizione, Bank of America (fondata da un italiano, fra l'altro), ma Lehman è stata mollata subito a differenza di AIG.
Mentre Lehman affondava sono stati fatti salvataggi in serie di AIG perché dentro la stessa c'è una parte importante delle pensioni degli americani.
Questo rende difficile considerare il sistema americano realmente migliore di quello italiano.
Infatti, se il sistema privato è in crisi lo Stato è costretto ad intervenire, con il paradossale risultato che quando le cose vanno bene vengono privatizzati gli utili (AIG, anche se sembra più un hedge fund, teoricamente sarebbe un'assicurazione), se le cose vanno male vengono socializzate le perdite.....
Il Giappone ha fondi pensione anche pubblici.
Tanto tempo fa vennero stimati nel 100% del PIL ma la loro gestione è stata via via causa di polemiche, con tanto di aggressioni anche fisiche ai politici.
Da notare, più in generale, che il Giappone ha un debito pubblico ben più alto di quello italiano, ma ha sia debiti che denaro (vedi le enormi riserve valutarie), noi abbiamo sia debiti che.... Gli occhi per piangere.
In Italia realisticamente non ci sarebbero le aggressioni fisiche ai politici, ma il fatto che i contributi vadano a pagare le pensioni in essere ha un aspetto positivo: così è impossibile che ci sia malagestione dei fondi, non essendoci i fondi.
Da notare, peraltro, che anche l'Italia aveva un sistema a capitalizzazione, in cui i contributi venivano "messi da parte" prima di essere erogati come pensioni.
Peccato che venne distrutto dall'inflazione bellica, che trasformò di fatto 100 lire del 1939 in 2,2 del 1947....
Non ci sono stime recenti dei costi di gestione dell'INPS.
L'ultimo di cui sono a conoscenza è dello 0,2% che è un costo di gestione ragionevole e, di certo, molto inferiore rispetto a quello che ci sarebbe se il sistema fosse in mano alle assicurazioni.
Questo per motivi elementari: l'INPS ha gigantesche economie di scala e le imprese assicurative, essendo imprese, vogliono giustamente fare profitti.
Inoltre, l'evoluzione verso il modello contributivo evita distorsioni ed abusi orrendi che hanno sempre caratterizzato il retributivo.
Ad esempio, continuiamo a pagare lo scotto di false promozioni nell'ultimo anno di lavoro e di straordinari a raffica nell'ultimo anno, essendo il vecchio sistema legato proprio all'ultimo anno di retribuzione.
Il sistema contributivo è perfetto per noi anche perché la mancanza di convenienza ad evadere è palese.
In Italia, peraltro, non abbiamo una forte pressione fiscale, bensì una forte pressione contributiva.
Ed il sistema contributivo è perfetto per sterilizzare l'evasione.
Sterilizzare nel senso che INPS e company non possono né potranno mai sapere con certezza se evadi.
Quello che possono sapere con certezza è, alla fine per tuo percorso lavorativo, quanto hai versato.
In sostanza, l'evasione viene comunque punita.
Anche perché può non essere facile vivere nemmeno avendo versato tutti i contributi, figuriamoci in caso contrario.
Da notare, comunque, che quando si parla di percentuale di reddito che viene erogata come pensione si parla di lordo.
Se viene erogato un 60% di lordo su questo la pressione fiscale sarà comunque molto inferiore rispetto a quella che c'era sullo stipendio pieno.
Quindi un 60% di tasso di sostituzione (ossia il rapporto tra pensione ed ultima retribuzione) lordo corrisponde ad una percentuale ben più alta del 60% a livello di netto.
Senza contare che ad una certa età si presume che un ipotetico mutuo sia stato pagato e non ci sia più bisogno dell'auto per andare al lavoro.
Se poi si considera che con la riforma Tremonti - Sacconi l'adeguamento dell'età di pensionamento alla vita media limiterà la riduzione dei coefficienti di trasformazione, si può ben dedurre che gli attuali giovani, quando andranno in pensione, ci andranno con un assegno che gli permetterà di vivere senza grandi problemi.
Però nulla esclude che ci vadano dopo i 70 anni.......
Bonus ai manager e danni della politica
Da molti mesi impera la tesi dei politici che la crisi del sistema bancario, a partire da quello USA, sia stata determinata dall'avidità di banchieri a caccia di bonus.
Tesi popolare e, realisticamente, sostenuta per questo.
Tesi che ha, verosimilmente, un fondamento di verità.
Tuttavia, tuttora, non esistono fatti a sostegno.
Al contrario, esistono importati prove a discapito.
C'è uno studio di Rene Stulz e di Rüdiger Fahlenbrach (della Ohio State University) che evidenzia come il correre rischi eccessivi fosse controproducente per gli stessi manager.
E' noto che Richard Fuld, CEO di Lehman Brothers, ha accusato una perdita di quasi un miliardo di dollari a causa della perdita di valore della sua partecipazione.
Sanford Weill di Citigroup ha perso sostanzialmente la metà di detta somma.
In questa ricerca emerge che le banche i cui amministratori avevano più azioni hanno ottenuto un andamento peggiore rispetto a quelle i cui amministratori delegati ne avevano meno.
Ossia si è trattato di una incapacità di comprendere la reale situazione, anziché di avidità.
Aggiungerei che è ancora più significativo il caso di Magnoni, responsabile europeo di Lehman, che ha continuato ad investire anche negli ultimi tre giorni precedenti il crack.
Sostiene che gli sembrava impossibile che l'azione potesse quotare 3 $ a fronte di un valore patrimoniale stimato dieci volte di più.
Sostiene anche che gli sembrava impossibile che dovessero portare sul serio i libri in tribunale.
Ce li ha dovuti portare lui stesso.......
Sono fatti che indicano una incapacità assoluta di prevedere la violentissima crisi di liquidità che li avrebbe stritolati, ma non avidità o danni determinati dai bonus.
Una ricerca di Viral V. Acharya e Matthew Richardson della New York University (pubblicata da Critical Review) dimostra che i titoli assistiti da ipoteca che sono stati acquistati dai dipendenti delle banche avevano, nell'81% dei casi, un rating AAA.
Ovviamente, titoli con il rating massimo avevano rendimenti più bassi rispetto a quelli ottenibili con rating inferiori, ma sempre all'interno dell'investment grade.
Per non parlare dei titoli spazzatura.
Se fossero stati mossi da avidità non avrebbero puntato così massicciamente sul massimo del rating.
Non solo, è interessante vedere perché le banche erano spinte ad acquistare titoli assistiti da ipoteca.
Va detto che è la normativa di Basilea (fissata dagli organi di vigilanza del G20) a regolare le partecipazioni al capitale sociale delle banche commerciali.
Gli organi statunitensi, emendando gli accordi di Basilea I del 1988, hanno emanato la Recourse Rule nel 2001.
Questa normativa costringe le banche USA a possedere un margine di capitale sia sui mutui ipotecari che sui prestiti personali superiore al margine sui titoli assistiti da ipoteca che abbiano rating AA od AAA.
Nel 2007, direttive analoghe presenti negli accordi di Basilea II hanno iniziato ad essere adottate pure dagli altri membri del G20.
Sono state queste normative a determinare grandiose opportunità di guadagno per gli istituti bancari che muovevano il proprio portafoglio da mutui e prestiti commerciali a questi titoli assistiti da ipoteca.
Su questo sono scattate valutazioni diverse di fronte allo stesso incentivo.
Ad esempio, Citigroup ha considerato il rapporto rischio/rendimento favorevole e ci si è tuffata, Jp Morgan Chase no.
Ma è stata la politica a creare la trappola in cui sono cadute numerose istituzioni bancarie.
E' stata la politica ad eliminare il Glass Steagall Act nel 1999.
Peraltro, il Glass Steagall Act (che stabiliva, fra l'altro, la separazione fra banche d'affari e commerciali) fu creata nel 1933 sulla scia della grande crisi finanziaria partita nel 1929.
Oltretutto fu Bill Clinton, del Partito Democratico, a volerne la cancellazione, anche se poi fu votata più da esponenti del Partito Repubblicano che non del Partito Democratico.
Ed è stata la politica USA, nel 2004, a portare la leva che potevano usare le banche USA da 1-10 ad 1-30.
Quando la politica oggi interviene per regolare l'attività bancaria presentandosi come salvatrice del mondo dai banchieri cattivoni omette un piccolo dettaglio.
Ossia che è stata la stessa politica a creare trappole e danni enormi negli ultimi 10 anni.
E che non c'è nessuna garanzia che un aumento di peso della politica nell'attività bancaria ne migliori i risultati, anzi.
Nel caso italiano, poi, le probabilità che la futuribile Banca del Sud non sia un carrozzone sono sostanzialmente pari a quelle che ci sia una tempesta di grandine nella parte equatoriale del Sahara durante un giorno di ferragosto.
Occorre ricordare che non è vero che non si sono state banche al Sud.
Ce ne sono state eccome, peccato che siano state distrutte proprio dal magna magna politico.
Senza contare che i meccanismi del credito sono spinti a comportamenti virtuosi dalle esigenze del mercato.
In pratica, se una banca realmente privata non eroga credito ad un soggetto meritevole di ottenerlo subisce un danno economico determinato dal fatto che, se lo avesse erogato, ci avrebbe guadagnato.
Se una banca realmente privata eroga credito ad un soggetto non meritevole di ottenerlo subisce un danno economico determinato dalle perdite su crediti.
In ambedue i casi la sua valutazione può essere sbagliata.
Tuttavia, se è corretta ci guadagna, se è sbagliata ci rimette.
La valutazione del merito di credito è una cosa complicata e che, in taluni casi, si riduce sostanzialmente ad un pronostico.
Tuttavia, sia che si tratti di un pronostico azzeccato, sia che si tratti di un pronostico sbagliato, in entrambi in casi l'istituto di credito avrà il premio o la punizione che si merita.
Nel caso di credito erogato da soggetti politicizzati la Storia d'Italia è univoca: sempre e comunque sono stati sostenuti gli amici e gli amici degli amici.
E' stata la politica ad aver distrutto le banche del Sud.
E dovrebbe farsi un serissimo esame di coscienza prima di riproporre gli Orrori del passato.
Vivere in Brasile, è cambiato il visto permanente per investimenti
Il Brasile è molto popolare fra coloro che vogliono andare in pensione anticipatamente o che possono permettersi di lavorare online.
L'anno scorso mi colpì molto una certa "qual vaga differenza" fra i prezzi degli immobili di là rispetto a quelli italici.
Parlo di Porto Seguro, località turistica dello Stato di Bahia: trilocale di 70 MQ in un residence con piscina (nonostante sia una località marittima) per 55.000 EURO, una villetta di 110 MQ con 160 MQ di giardino per 93.000 EURO.
Ora, poiché non c'è posto in cui comprando due o tre case da affittare, oltre a quella di residenza, non si possa vivere tranquillamente, si capisce la popolarità del luogo.
Il costo della vita è ampissimamente più basso del nostro.
Inoltre, gli immobili possono essere un investimento anche rischioso se sono in bolla ma, tipicamente, le bolle immobiliari sono caratterizzate da costi quasi insostenibili per gli stipendi medi.
In Brasile la questione è significativamente diversa dalla nostra perché si tratta di un paese in forte crescita: il +5,3% del PIL nel 2008, contro il -1,0% dell'Italia nello stesso anno è seguito da un PIL in marginale crescita anche quest'anno rispetto al nostro tracollo.
Inoltre, sebbene gli immobili non siano necessariamente un investimento sicuro (ammesso che ne esistano a zero rischi) è pur vero che hanno un forte legame con il costo della vita.
Poniamo l'ipotesi che il Brasile faccia come la Spagna, che ci ha raggiunti quasi in tutto in una generazione.
In questa ipotesi essere andati a vivere in Brasile perché il costo della vita era enormemente più basso del nostro si rivelerebbe un errore, tuttavia un errore compensato dal fatto che realisticamente l'apprezzamento di immobili ed affitti ristabilirebbe l'equilibrio iniziale.
Dovendo scegliere fra comprare una casa in contanti in Italia o fare il pensionato su una spiaggia tropicale è normale che chi può fare la prima cosa possa essere tentato dalla seconda.
In fin dei conti, è un modo di "risolvere" molto più realistico che puntare sul superenalotto.
In pratica, anziché moltiplicare i soldi, è un limitarsi a puntare su posti in cui gli stessi soldi abbiano, per così dire, più valore.
In realtà, leggendo l'orientamento su Finanzaonline mi pare che la spinta vera sia che il Brasile è il posto con la più alta concentrazione di brasiliane.
Personalmente, a parte il fatto che sarei tentato dal Costarica, ci andrei di sicuro se volesse andarci la donna dei mie sogni.
Della serie: dov'è che vorresti portare la donna dei tuoi sogni? Dove la puoi vedere in bikini pure d'inverno.
Francamente è difficile trovare qualcosa di meglio dei tropici.
Oltre al fatto che personalmente, volendo, potrei pure lavorare solo online, e con uno stipendio italiano si starà anche male in Italia, ma lì si sta proprio bene.
Infatti questa passionaccia per lo svignarsela ai tropici mi sembra che ce l'abbiano soprattutto quelli che hanno abbastanza capitale da poter andare in pensione anticipata in paesi con un costo della vita più basso del nostro, ma non possono andarci nel nostro, e quelli che lavorano o potrebbero lavorare anche solo online.
Va aggiunto che la criminalità è concentrata nelle megalopoli (Rio e San Paolo).
Oltre al fatto che non ho mai capito l'obiezione del "cosa ci fai".
A parte che quelli che conosco fra i "trasferiti" lì sono tutti invaghiti del posto.
Tanto più che c'è da strapazzare di coccole lei e da riempirle la vita di attenzioni e di affetto, ci sono tante nuotate che sarebbe bello fare e tanti posti che sarebbe bello visitare.
Oltre al fatto che i brasiliani sono gente festaiola.
Senza contare che quelli sono posti in cui sovente ci si va per anticipare il pensionamento.
E lì vale il discorso che varrebbe in qualunque parte del mondo: ci sono tanti libri che sarebbe bello avere il tempo di leggere (personalmente leggerei comunque testi di borsa, ma insomma...), tanta musica che sarebbe bello ascoltare e tanti film che sarebbe bello vedere.
E' facilissimo comprendere perché l'argomento fuga ai tropici sia così popolare e ricorrente.
Tanto più che l'aspetto quasi bizzarro è che i posti più cari sono quelli freddi, con casi quasi inquietanti come Svezia e Norvegia.
Per di più il divario non sarà sempre così ampio.
Il declino dell'Italia è in corso ed è nell'ordine naturale delle cose.
Non siamo più un paese che da solo aveva un PIL pari a quello di tutto il Sudamerica.
Del resto, la fase in cui appartenevamo a quel 15-18% del pianeta che si spartiva praticamente tutta la ricchezza non poteva durare all'infinito.
Quando il PIL cinese ha superato quello italiano significava semplicemente che oltre 20 cinesi guadagnavano quanto l'italiano medio.
A ben vedere, più che sorprendersi del declino dell'Italia rispetto ai paesi emergenti, occorrerebbe sorprendersi di come abbiano fatto ad impiegarci così tanto tempo.
Casomai dovremmo preoccuparci del declino rispetto al resto di Eurolandia ed al fatto che nel 2008 il nostro PIL è sceso del -1,0% contro il +0,8% di Eurolandia, visto che due anni di recessione al posto di uno li abbiamo fatti quasi solo noi.
La tentazione dei tropici è oggettivamente razionale.
Tuttavia, c'è da dire che in praticamente tutta l'America Latina non fanno entrare quasi tutti come da noi.
Occorre, ad esempio, investire (forse il visto permanente per investimento è il migliore da ottenere).
Fra l'altro, per ottenere un visto permanente di questo tipo fino al 2004 occorreva investire 250.000 dollari americani, poi ridotti a 50.000 $.
Non che sia un problema in un paese con quei tassi di sviluppo, anzi diventa una fonte di reddito supplementare.
Ma il fatto è che la legislazione è ricambiata un'altra volta:
Ne propongo una traduzione fatta con un traduttore automatico (chiedo scusa, ma di portoghese non capisco un tubo).
Precisando peraltro che Reais è il plurale di Real, la moneta brasiliana.
Mentre EURO si declina EURO sia al singolare che al plurale, come fu deciso durante un semestre di presidenza spagnolo.
Da notare che un Real attualmente vale 0,3919 €.
Quindi quello che si capisce chiaramente è che si è passati da 50.000 $ a quasi 60.000 €.
Che lì significa quasi più farsi un ristorantino che non un bar.
Almeno uno sa dove andare a mangiare.
Traduzione:
MINISTERO DEL LAVORO E OCCUPAZIONE
CONSIGLIO NAZIONALE IMMIGRAZIONE
NORMATIVI RISOLUZIONE NO. 84 del 10 febbraio 2009.
Disciplina la concessione di autorizzazione per fini
l'ottenimento di un visto permanente per gli investitori
all'estero - individuale.
Il CONSIGLIO NAZIONALE IMMIGRAZIONE, istituito con legge n. 6815 del 19
Agosto 1980, organizzato dalla legge n. 10,683 del 28 maggio 2003, utilizzando i poteri che
autorizzata con decreto n. 840 del 22 giugno 1993, si risolve:
Articolo 1 Il Ministero del Lavoro può autorizzare la concessione di visti
permanente straniero che desiderano stabilirsi in Brasile con l'obiettivo di investire
stessi da fonti esterne in attività produttive.
Punto. Nel caso di investimenti, perché il numero di investitori
stranieri comporta notevoli ricadute economiche o sociali del paese, le elezioni possono essere
trasmessa dal Ministero del Lavoro e dell'Occupazione del National Immigration Law
decisione.
Articolo 2 L'autorizzazione di concedere un visto permanente per uno straniero sarà
subordinata alla prova di investimenti in valuta estera, per un importo pari o
di $ 150.000,00 (cento fifty thousand reais).
§ 1 Le disposizioni del presente articolo si applicano ai nuovi o quello esistente.
§ 2 Nel valutare la domanda sarà considerata in primo luogo l'interesse sociale,
caratterizzata dalla generazione di occupazione e di reddito in Brasile, aumentando la produttività, da
l'assimilazione della tecnologia e della raccolta di fondi per settori specifici.
§ 3 Il National Immigration Consiglio può cambiare l'investimento minimo
stabilito nella caput di questo articolo per la risoluzione di amministrazione.
Articolo 3 La National Immigration Consiglio può autorizzare la concessione di visti
permanente per gli imprenditori che intendono stabilirsi in Brasile, per investire in attività
produttiva, anche se l'importo degli investimenti inferiore a quello indicato nel titolo d'arte. 2
Normative questa risoluzione.
§ 1 In esame della domanda sarà verificata, dato l'investimento sociale, come il
seguenti criteri:
I - numero di posti di lavoro creati in Brasile, attraverso la presentazione piano
Di investimento, indicando il numero annuo di nuovi posti di lavoro per i brasiliani;
II - il valore degli investimenti e della regione del paese in cui viene applicato;
III - il settore economico in cui l'investimento si sarà verificato, e
IV - contribuire a una maggiore produttività e l'assimilazione della tecnologia.
§ 2 Nella sua decisione, il National Immigration Consiglio esaminerà
in particolare gli imprenditori nazionali Buck paesi dell'America del Sud.
Articolo 4 La richiesta di autorizzazione di concedere il visto permanente deve essere accompagnata
con i seguenti documenti:
I - un documento;
II - da un procuratore pubblico, quando l'investitore straniero è
rappresentano;
III - contratto sociale o atto costitutivo della società ha beneficiato degli investimenti, registrati
l'organismo competente, con il capitale straniero investito adeguatamente retribuito;
IV - SISBACEN - registrazione declaratoria di investimenti diretti esteri in Brasile o del contratto
scambio emessi dalla Banca che riceve l'investimento nei codici di un fatto che
caratterizzano gli investimenti diretti esteri nel regolamento di mercato e di capitale straniero
Internazionale - Aggiornamento;
V - ricevuta originale del versamento della tassa di immigrazione individuali in nome della
il richiedente;
VI - ricevimento della dichiarazione dei redditi dello scorso anno fiscale
la ricorrente, se del caso, e
VII - Piano di investimento che soddisfi i requisiti del § 2 dell'art. 2 della presente risoluzione
Normativo.
Punto. Ogni qualvolta lo riterrà opportuno, il coordinamento generale di immigrazione / MTE
possono richiedere on-indagini sito, il monitoraggio del lavoro regionale
e l'occupazione o il Dipartimento della Polizia Federale.
Articolo 5 Il Ministero del Lavoro informa il Ministero degli Esteri
Stranieri di autorizzazioni per la concessione dei visti all'estero dalle rappresentanze diplomatiche,
gli uffici consolari e vice-consolati.
L'articolo 6 vidimazione del certificato prima degli Esteri Identity - condizione CIE
degli investitori e la scadenza di tre anni.
Articolo 7 Il dipartimento di polizia federale sostituirà l'ICE quando scade,
impostando la sua validità ai sensi delle disposizioni della legge n. 8988 del 24 febbraio 1995,
la prova che lo straniero rimanga un investitore in Brasile, con la presentazione di
seguenti documenti:
I - la prova del pagamento del canone per la sostituzione della CIE;
II - Certificato di Identità Esteri - CIE originale;
III - copia autenticata dell'atto giuridico che disciplina l'entità giuridica debitamente registrato in
competente organo
IV - Dichiarazione dei redditi dello scorso anno fiscale la società e la sua
modulo di versamento;
V - una copia del Bilancio sociale di informazione - RAIS negli ultimi due anni,
per dimostrare la conformità con la creazione di occupazione nel quadro Piano degli investimenti, quando
pertinenti, e
VI - copia della collezione guida del Fondo di garanzia per i dipendenti --
FGTS, salvando il rapporto dei dipendenti.
§ 1 Ogni volta che lo ritiene opportuno, il Dipartimento federale di polizia può fare
indagini sul posto per stabilire l'esistenza fisica della società e le attività che vengono
esercizio.
§ 2 La sostituzione del ghiaccio deve essere richiesta fino alla sua data di scadenza, altrimenti
cancellazione della registrazione permanente.
Articolo 8 La presente risoluzione Normative entra in vigore alla data della sua pubblicazione.
L'articolo 9 è abrogato la delibera n. 60, ottobre 06, 2004.
PAULO SERGIO DE ALMEIDA
Presidente del National Immigration
Pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n.. 31 del 13 febbraio 2009.
I limiti di Mutuionline
Colgo l'occasione di un articolo su MiFi, segnatamente: Fermate quello spread per evidenziare una cosa poco nota di Mutuionline.
Il fatto è che, con ogni probabilità, i due mutui a tasso variabile più convenienti nel periodo considerato sono quello del Banco Popolare riservato ai soci e quello di Banca Sella legato al tasso BCE.
Se nel primo caso la cosa è più appariscente (essendo lo spread più basso) nel secondo occorre considerare che la situazione attuale di un Euribor al di sotto del tasso BCE è assolutamente irrituale.
In realtà un mutuo è, nella quasi totalità dei casi, almeno decennale e nel primo decennio dell'Euro (in fondo appena terminato) non è successo praticamente mai che l'Euribor fosse al di sotto del tasso BCE, mentre è stato praticamente sempre sopra.
Questo con il noto picco del 9/10/2008 al 5,393%, ossia oltre un punto percentuale al di sopra del Refi BCE (usualmente noto come tasso BCE).
Qual'è il punto?
Il punto è che Mutuionline, servizio lodevole, azienda magnifica (della quale anzi ho avuto troppe poche azioni per troppo poco tempo) non ha solo il limite di selezionare le proposte di "sole" 40 banche, ma tende anche a "cannare" quando ci sono situazioni atipiche, come proposte ai soci (e si può benissimo diventare tali) od anomalie Euribor/Refi BCE.
In sostanza, se l'idea è che Mutuionline sia un buon riferimento per avere un orientamento sul mercato dei mutui è un'idea corretta.
Se l'idea è che basti andare lì per trovare il mutuo più economico no, non è così semplice.
Fra l'altro, anche se tutto è possibile, non è probabile che gli spread tornino ai livelli eccezionalmente bassi che c'erano allorché è scoppiata la crisi dei mutui subprime USA.
Erano quei livelli ad essere assolutamente anomali secondo qualsiasi media storica.
P.S. So che Milano Finanza ha una fortissima ostilità verso il fatto che vengano riportati suoi articoli.
Nel caso in esame lo ho fatto utilizzando un servizio della FIAIP (Federazione Italiana Agenti Immobiliari Professionali) partendo dal presupposto che abbiano fatto accordi in tal senso.
Per il resto, la mia convinzione che sia uno dei rarissimi giornali che meritino di essere comprati la conoscono perché l'ho espressa a più riprese anche qui.
Oltre al fatto che il sospetto gli sarebbe dovuto venire visto che ho ancora la borsa che inviarono ai mille abbonati più vecchi (e credo di essere al dodicesimo anno di abbonamento, se non ho perso il conto).
Per inciso, in questo caso quell'articolo è solo uno strumento per evidenziare una cosa che si può verificare ciclicamente incrociando i risultati di Mutuionline con quelli di OF, Osservatorio Finanziario: Mutuionline dà risultati lodevoli per la semplicità e la rapidità del servizio, ma approssimativi.
Cosa che peraltro evidenzia per primo allorché spiega di utilizzare un limitato, sebbene vasto, insieme di istituti di credito.
Fondi VS ETF
Mi pare che meriti una nota una segnalazione fatta nell'ultimo Milano Finanza.
Si tratta della segnalazione di un fondo specializzato sul mercato USA che da 10 anni batte l'indice americano, l'Oyster Us Value.
E' stata fatta perché questo ha presentato, per la prima volta agli investitori italiani, il portafoglio del fondo.
Fondo che, con 40 titoli, ha fatto meglio dell'indice S&P 500 con un rendimento del 300% contro il 100% degli ETF dal 1996.
E' corretto dire che gli ETF sono tendenzialmente meglio dei fondi comuni.
Questo perché gli ETF sono, almeno come origine, fondi passivi che replicano l'indice (ci sono anche quelli attivi che applicano meccanicamente strategie di investimento) e lo fanno con poche commissioni.
Mediamente i fondi fanno peggio degli ETF perché zavorrati da commissioni più alte, ma anche perché larghissima parte dei fondi comuni sono in realtà fondi passivi spacciati per attivi.
Tuttavia, una buona gestione è una benedizione anche perché ti sgrava dal seguire troppe cose.
Questo indipendentemente dal tipo di gestione, che sia fondo, SICAV od altro....
Di fatto è una gestione anche quella della Berkshire Hathaway di Warren Buffett (e buon per chi l'ha sfruttata e la sfrutta).
La nota non è tanto per un fondo che va bene, se non benissimo, ma perché è oggettivamente notevole la costanza con la quale sono sempre le stesse famiglie di fondi a fare bene.
La Oyster è certamente fra queste, e merita una segnalazione per questo motivo, non per il singolo fondo, discorso che vale anche per "famiglie di fondi" come quelle di Schroders e Carmignac.
Della serie: è vero che le performance passate non sono garanzia per il futuro, ma è difficile non notare come ci siano "case di investimento" che da anni, anni ed anni macinano risultati ed esprimono prodotti di valore.
Praticamente come fa sul fronte opposto, ossia in negativo, Mediolanum.
Non c'è modo di sapere con certezza perché i gestori migliori finiscano nelle solite società.
Forse non è nemmeno diverso dal motivo per cui i calciatori migliori in Italia finiscono alla Juventus o nelle milanesi: essere pagati di più e stare in società più prestigiose è meglio del contrario.
Peraltro fa impressione anche il dato dell'OECD (in Italia noto come OCSE) che evidenzia come la PPP (Purchasing Power Parity, parità di potere d'acquisto, che rappresenta in parte importante i fondamentali di una valuta) del dollaro lo veda enormemente sottovalutato (del 26% circa sull'EURO).
Sempre su MiFi c'è anche un interessante confronto fra il carry trade e la PPP come strumenti per speculare sui cambi.
Anche se, per la verità, mi pare che sia poco evidenziato come la strategia del carry trade, essendo basata sui tassi, si basi su fattori volatili.
Molto di più di quanto non sia la PPP perché i livelli di inflazione sono simili nelle principali aree ed il fatto che siano schiacciati verso il basso rende quel parametro ancora più stabile come strumento previsionale.
Anche se il livello della PPP fra EURO e $ è stato sempre sostanzialmente schiacciato fra 1,15 ed 1,20, ma i livelli di cambio sono oscillati fra un minimo di 0,8048 ed un massimo che era il doppio.
In sostanza, è vero che i livelli di cambio girano storicamente intorno alla PPP, ma ci girano intorno anche tanto ed anche per anni prima di tornare a livelli più equi.
Come un pò per tutti i fondamentali.
La PPP è un fattore importante soprattutto se si punta su mercati esteri con fondi od affini, che per definizione richiedono un orizzonte temporale lungo.
Per la cronaca, l'S&P500 ha attualmente un p/e appena superiore alla media storica.
Inoltre, l'attuale p/e è calcolato sugli utili da schifo tipici di una recessione pesante (e questa è veramente da record).
Sono quotazioni da recessione, ma non è probabile che la ripresa negli USA non ci sia (anche se nessuno sa davvero quando).
Probabilmente ci sarà prima e sarà più consistente di quella italiana (al solito).
P.S.
Non sono inviti ad investire in USA, né in quello specifico fondo, né in dollari.
Anzi, personalmente resterò sulle azioni italiane perché ho una lunghissima abitudine di battere il nostro indice.
Il mercato USA è troppo vasto e complesso per le mie limitate risorse, anche di tempo.
Ed è un limite grande perché gli USA hanno prospettive di crescita ben migliori delle nostre e questo livello del cambio è molto protettivo.
Certo è difficile non notare come le azioni di Classe B della Berkshire Hathaway (quelle che quotano 1/30 rispetto all'azione principale) quotano intorno ad appena tremila dollari.
Tanti anni fa scartai la Berkshire per la considerazione che prima o poi pure Buffett tirerà le cuoia ed è un rischio di breve periodo per le quotazioni (anche se i meccanismi di investimento sono replicabili ed il management è a dir poco eccellente).
A distanza di tanti anni posso dire che sta meglio di quasi tutti noi.
Sarà vero che la Coca cola si beve meglio quando se ne è, in parte, proprietari....
Target price
I target price (i "prezzi obiettivo") degli analisti di borsa sono sostanzialmente "consigli per gli acquisti" (spesso interessati) fatti presentando un prezzo a cui un determinato titolo "dovrebbe" andare.
Merita una nota un recente e deliziosamente perfido intervento di John Dorfman riportato da B&F.
Dorfman ha fatto presente che, tra il 1998 ed il 2007, comprando i quattro titoli che all'inizio dell'anno avevano i giudizi più favorevoli da parte degli analisti delle banche d'affari sull'S&P500 si sarebbe ottenuto un rendimento NEGATIVO su base annua del -1,7%, mentre l'indice nel periodo considerato ha registrato una salita media annua del +7,2%.....
I quattro titoli di cui era più consigliato l'acquisto hanno fatto addirittura peggio dei quattro più sconsigliati, che hanno avuto un apprezzamento del +2,2%.
Con tutta la buona volontà, è difficile non credere che incida la malafede, visto che il risultato è nettamente peggiore di quello realisticamente ottenibile tirando con le freccette per scegliere i titoli.
Inoltre, qualunque selezione basata su dati fondamentali, persino quelli più rozzi come p/e, p/mp o dividendi tende a generare overperformance significative rispetto all'indice in periodi così lunghi.
Per non parlare di modelli più evoluti come il RIM o l'EBO (comunque qualunque modello che selezioni con approssimazione decente titoli sottovalutati su base fondamentale tende a generare overperformance).
Il costo dei Tremonti Bond
Credo che meriti spazio la nota di IntesaSanPaolo che ha precisato che il costo ante-imposte dei Tremonti Bond, ossia quello raffrontabile con gli altri strumenti di mercato, sarebbe stato sopra il 12,6%, fino ad un massimo del 22,2%.
La cedola dell'8,5% di cui si parla sempre era soltanto una delle opzioni valide per calcolare il tasso di interesse annuale.
Credo che meriti spazio perché i telegiornali sono riusciti praticamente a censurarla.
Però, del resto, hanno anche accuratamente evitato di chiedere a Tremonti, mentre aggrediva le principali banche del paese per non aver preso i cosiddetti Tremonti Bond, perché avrebbero dovuto voler pagare molto di più per ottenere lo stesso denaro sul mercato, a costi ben inferiori.....
Peraltro senza subire l'invadente presenza dello Stato......
Lo Stato ha un enorme bisogno di denaro.
Emettere nuovi BOT agli attuali tassi simbolici speculando così su quegli strumenti sarebbe stato un bel colpo.
Del resto, tutti dovrebbero essere sensibili alle esigenze del bilancio pubblico.
Ma, a parte che le banche italiane pagano uno sproposito di tasse in più rispetto ai loro concorrenti di Eurolandia (scaricandole in parte sui clienti), la questione è di non spacciare la cosa per diversa da ciò che realmente è.
Oltretutto, è difficile immaginare un paese occidentale in cui i giornalisti televisivi avrebbero potuto evitare sistematicamente di rivolgere una domanda così inevitabile.
Al di là della favolistica dell'avere denaro da girare alle imprese: le nostre banche hanno dovuto rifiutare altra liquidità persino dalla BCE perché di questi tempi la liquidità è l'ultimissimo dei problemi.
Il problema è che finanziare le imprese decotte significa farsi trascinare con loro.
Né è ipotizzabile che lascino affondare le imprese salvabili, visto che sarebbe contro i loro stessi interessi....
Oltretutto, chiedere alle aziende di credito di erogare finanziamenti è come chiedere ad un lattaio di vendere latticini.
Come ha ricordato Corrado Passera, l'Amministratore Delegato di IntesaSanpaolo, la maggior parte degli utili li fanno proprio con i finanziamenti.
Già questo rende del tutto ovvio che faranno sempre finanziamenti, SE e NELLA MISURA IN CUI è ragionevole ipotizzare che quel denaro torni indietro.
E' paradossale che la crisi dei mutui subprime, che è una crisi originata dal credito facile, venga affrontata invitando al credito facile ed a preparare nuove tempeste.
Se poi si sostiene che le banche sono per definizione così impopolari che occorre dargli contro comunque è un altro discorso, ma un pò di onestà intellettuale non stonerebbe.
Anche perché è giusto ricordare che, se tutte le banche si fossero comportate come quelle italiane, questo casino planetario non sarebbe nemmeno mai nato.....
Tier 1 e Core Tier 1
Solo una breve annotazione sui coefficienti patrimoniali.
Il Tier 1 Capital è costituito dal rapporto tra il patrimonio di base di una determinata banca e le attività che ha, ponderate sulla base del loro rischio.
Il VAR costituisce il metodo che serve per la quantificazione del livello di rischio e svolge il ruolo di misurare la perdita potenziale massima attesa che può venire generata su un determinato orizzonte temporale.
Il Core Tier 1 è il Tier 1 Capital considerato al netto degli strumenti ibridi, di cui ho ampiamente trattato negli articoli/paragrafi precedenti.
Da notare che, recentemente, il capo della Bundesbank (la banca centrale della Germania) ha sostenuto che va dato più peso al "capitale vero" rispetto agli strumenti ibridi come possono essere obbligazioni subordinate come i Tremonti Bond, perché questi ultimi vanno restituiti.
Da notare anche che le obbligazioni convertibili (convertibili sta per convertibili in azioni) usualmente rientrano nel Core Tier 1, mentre le obbligazioni ibride rientrano nel Tier 1.
Aggiungo che è importante capire che il funzionamento naturale del credito delle banche è a leva, perché altrimenti dovrebbero avere un patrimonio superiore al PIL nazionale.
E' anche importante capire che quanto ripetuto in continuazione sulle televisioni in questi mesi sulla facilità di usare la leva è sostanzialmente falso.
Per capirci: Intesa-Sanpaolo (cito sempre quella perché è il principale istituto bancario sul territorio nazionale) alla fine del 2008 erogava crediti per 395 miliardi di EURO, marginalmente in crescita quest'anno.
La tesi, ripetuta fino alla noia, che i Tremonti Bond le avrebbero permesso di fare più crediti a famiglie ed imprese è falsa per una serie di ragioni.
A) Perché aumenti il credito occorre anche che ci sia richiesta di credito, richiesta che è crollata. Fra l'altro, ci mancherebbe altro, siamo ampiamente nella recessione più pesante del dopoguerra. Quanta voglia ci sia di investire con un ciclo economico così non dovrebbe nemmeno essere spiegato. Così come quanta voglia ci possa essere di chiedere mutui trentennali o peggio da parte di persone che hanno paura di perdere il lavoro entro l'anno....
B) A fronte dei 395 miliardi di EURO di crediti erogati già l'anno scorso i Tremonti Bond di cui si parla per Intesa sono appena 4 miliardi ossia, al confronto, una cifra miserabile. E' vero che, in astratto, possono essere usati a leva (Tremonti ha parlato addirittura di leva 12) ma questo solo in astratto.
Intanto il livello della richiesta di credito è tale che Intesa-Sanpaolo ha già tutte le risorse che gli servono per erogare credito qualora lo ritenga economicamente razionale (a parte che la BCE continua a pompare liquidità a tutto spiano a tassi infimi).
Poi, se venissero davvero usati a leva, non migliorerebbero i coefficienti patrimoniali come viene pressantemente chiesto alle banche proprio dalla politica con i vari accordi di Basilea e le loro evoluzioni.
Soprattutto, la leva non è una cosa che possa essere usata senza rischi: più alta è la leva più prudente deve essere l'erogazione del credito.
Il perché dovrebbe essere del tutto evidente ma, palesemente, sfugge ai telegiornali: fare credito a leva non significa solo prendere tot denaro ad un determinato tasso e moltiplicare i crediti moltiplicando anche i guadagni.
SIGNIFICA ANCHE MOLTIPLICARE LE PERDITE SE LE COSE VANNO MALE.
PIU' E' ALTA LA LEVA PIU' DEVE ESSERE PRUDENTE LA CONCESSIONE DEL CREDITO.
Corrado Passera, l'Amministratore delegato di Intesa-Sanpaolo, in realtà aveva spiegato la cosa in maniera semplice semplice (tuttavia non è bastato).
Aveva infatti evidenziato che con circa 400 miliardi di crediti basta sbagliare un 1% in più per ottenere 4 miliardi circa di perdite.
Perdite capaci di trasformare l'attuale, modesto, utile annuo in perdita, esponendo la banca a rischio crack.
I coefficienti patrimoniali (a partire da Tier 1 e Core Tier 1) sono importanti perché servono a coprire le eventuali perdite.
Tuttavia, è molto più importante la gestione delle attività.
Tanto è vero che Lehman Brothers aveva un Tier 1 prossimo al 16%, a livelli spropositatamente superiori alle banche italiane ma è la qualità degli attivi che conta davvero, il non avere incendi piuttosto che avere un estintore in più degli altri.
Va aggiunto che l'accanimento (con tanto di intimidazioni ed aggressioni continue) del Ministero dell'Economia contro Intesa-Sanpaolo ed Unicredit perché sottoscrivano i Tremonti Bond non ha niente a che vedere con i crediti a famiglie ed imprese.
Dipende dal fatto che l'affare vero lo farebbe lo stato emettendo BOT che rendono lo 0,niente% e trasformandoli, appunto, in Tremonti Bond che hanno un tasso reale intorno all'8,5%......
Cosa alla quale sarebbe corretto aggiungere che le banche italiane pagano uno sproposito di tasse in più rispetto ai loro concorrenti del resto di Eurolandia (peraltro riversate in larga parte sui clienti, facendo di fatto da sostituto d'imposta per lo Stato).
Siamo l'unico paese in cui sono le banche a tenere su lo stato, anziché il contrario.
Nulla di strano, concettualmente, che sia il soggetto più solido a sostenere quello scalcinato, alla canna del gas e continuamente alla caccia di denaro.
Basta che il secondo non si spacci per il salvatore del primo.
Come dice il presidente dell'ABI (Associazione Bancaria Italiana) le banche sono impopolari in qualunque fase del ciclo economico.
Tuttavia, un barlume di onestà intellettuale non stonerebbe.
Tanto più che se tutte le banche si fossero comportate come quelle italiane tutto questo casino planetario non sarebbe nemmeno nato.
Per la cronaca, il mio lavoro non ha assolutamente niente a che vedere con le banche, ma mi schifa la disonestà intellettuale.
Obbligazioni perpetual
E' un'integrazione a quanto già spiegato su questo tipo di titoli.
Soprattutto evidenziando alcuni dati "storici".
Il punto è che "la storia siamo noi", visto che veniamo dalla crisi bancaria più pesante da generazioni ed alcune cose successe da poco fanno da precedente.
E' fondamentale fare bene i compiti perché questi sono strumenti importanti.
Inoltre, a costo di essere ripetitivo, se nemmeno conosci gli strumenti che usi puoi fare scelte corrette solo per puro caso.
Ed i perpetual (nota: tipicamente le undated o perpetue che dir si voglia sono Tier 1) sono una parte del settore obbligazionario, che è un settore troppo rilevante per non essere studiato bene.
Senza contare che, mentre le obbligazioni con la seniority più alta (quelle più diffuse) sono relativamente semplici, queste sono più complesse e volatili (e ben più remunerative, fra l'altro ampiamente sfruttate anche da Warren Buffett).
Da notare che ci sono stati anche bond perpetui emessi dagli stati.
Si tratta di titoli di stato molto lontani nel tempo, in particolar modo britannici emessi fra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale.
E' uscito dalla cronaca per entrare direttamente nella storia anche il perpetual della Repubblica Italiana: Rendita Italiana.
Si trattava di titoli rappresentativi del debito pubblico irredimibili, segnatamente un'emissione del 1935 per 42 miliardi di lire finalizzata al finanziamento dell'intervento bellico in Etiopia.
Emissione acquistabile a 95 lire contro 100 lire di valore nominale con interesse annuo del 5% (per la cronaca inferiore all'inflazione dell'epoca) corrisposto su base semestrale il 1° gennaio ed il 1° luglio.
Sin dall'inizio era scarsamente competitiva con altre forme di investimento.
L'irredimibilità di questi titoli è stata parzialmente rimossa dalla L. 30-3-1981 che ha stabilito il rimborso alla pari di tutti i titoli con un taglio inferiore alle 100.000 lire.
Dall'1/1/1998 tutti i titoli sono rimborsabili alla pari e, soprattutto, cessano di fruttare interessi.
La crisi bancaria partita dagli USA nella seconda metà del 2007 ha introdotto alcuni elementi di discontinuità ed alcune conferme.
Il panico sullo stato delle banche e la scarsa liquidità di questi specifici titoli ha portato a quotazioni anche di 30-40 su 100 anche su bancari italiani di eccellente solidità, salvo tornare a valori ragionevoli a distanza di un pò di mesi.
E' comunque un precedente, sia pure limite, che dà il senso di come siano titoli da prendere con l'idea di "sposarsi" l'emittente.
Da notare che da questa crisi sono venuti fuori obblighi imposti alle banche di rafforzare la propria patrimonializzazione, il che le renderà in prospettiva più solide.
In sostanza, se quelle italiane non sono crollate nemmeno in questa crisi...
Per inciso, i coefficienti patrimoniali vanno valutati in maniera un pò laica, visto che contano molto di più fattori come la prudenza nell'erogare credito.
Il caso limite è stato Lehman Brothers che aveva un Core Tier 1 prossimo al 16% come hanno fatto notare, con una certa perfidia, dal Monte dei Paschi di Siena (banca che c'era da prima che un genovese scoprisse l'America...).
Una discontinuità fortissima c'è stata nel dicembre del 2008 quando Deutsche Bank ha deciso di non rimborsare una subordinata (nella fattispecie una Lower Tier 2) alla data della call, facendo schizzare alle stelle la volatilità di tutti i titoli subordinati.
In realtà, mentre soggetti esteri hanno saltato call anche in serie (come ING), le banche italiane hanno rispettato tutte il gentleman's agreement con l'eccezione del Credito Valtellinese nel 2008.
Va detto che, sempre nel 2008, Intesa SanPaolo esercitò la call su un'obbligazione perpetual che era stata emessa 10 anni prima, nel 1998.
Si finanziò con una nuova emissione (la celebre 8,047%) nonostante non avesse nessuna convenienza immediata a farlo, essendo la nuova emissione più costosa della precedente.
Sebbene la regola che la call vada esercita nella prima data possibile sia una regola non scritta, il timore di un danno reputazionale è molto considerato da banche ed assicurazioni (molto meno dalle corporate).
E' di questi giorni la conferma che il Credito Valtellinese si rivolge al governo chiedendo i cosiddetti Tremonti Bond, mentre Intesa-Sanpaolo sta emettendo direttamente sul mercato bond subordinati.
Qual'è il punto?
Il punto è che Intesa-Sanpaolo non pagherà di più di quanto paghi il Creval, ma non avrà lo Stato fra le scatole e potrà gestire questi titoli su 10 anni anziché 4 (come di fatto accade con i Tremonti Bond).
E' un precedente che rafforza la regola non scritta di esercitare la call subito.
Peraltro Intesa ha un peso curioso nelle attuali emissioni italiane: attualmente le principali emissioni bancarie Tier 1 hanno tagli minimi da 1.000 EURO, 50.000 EURO e 100.000 EURO.
Ebbene, Intesa-SanPaolo in pratica le ha tutte e tre essendo una banca nata dall'unione di Intesa, BCI (Banca Commerciale Italiana, insomma la mitica COMIT, quella che, fra l'altro, un trentennio fa salvò Lehman dal default) e SanPaolo.
Ci sono infatti le emissioni "Intesa Bci capital t." con un taglio da 1.000, "Intesa Sanpaolo" (la più recente) con un taglio da 50.000 e "Sanpaolo Imi capital" con un taglio da 100.000.
Fra le molte cose importanti che vanno ricordate se si vogliono acquistare questi titoli c'è che occorre rivolgersi ad una banca, ma questa non lavora quasi mai con tutti i market maker, bensì solo con alcuni, il che spiega tante differenze di prezzo.
Nelle 482 pagine (per ora, e che comunque ho letto con enorme interesse) dedicate a questi titoli sul forum di Investireoggi (da utenti in comune con il forum di Finanzaonline) è stato ampiamente sottolineato come IWBANK sia ad oggi la più efficiente per questo mercato.
Da sottolineare il fantastico lavoro che su quel forum fanno anche nel tenere il passo con le quotazioni e le condizioni di questi titoli: Obbligazioni perpetual .
Ultima nota sul fisco: la tassazione è sempre del 12,50% sui capital gain.
Sulle cedole, pur essendo di norma del 12,50%, può essere del 27% se il titolo è identificato come atipico.
Occorre chiedere prima alla banca se classifica il titolo come atipico o meno perché la normativa non è chiarissima ed è successo che istituti bancari diversi abbiano dato interpretazioni diverse sugli stessi titoli.
In linea di principio il titolo è atipico quando non può essere assimilato né ad un'azione né ad un'obbligazione.
Soprattutto, non è assimilabile ad un'obbligazione quando non c'è la certezza della restituzione integrale del capitale.
Le celebri clausole di loss absorption possono anche portare alla decurtazione del capitale oppure alla sostituzione con altri titoli.
Va da sé che i titoli atipici vadano evitati più per la maggiore rischiosità che non per la maggiore tassazione, a meno che detta rischiosità non sia adeguatamente remunerata con una redditività abnorme.
Anche i titoli atipici, come tutti i titoli, non sono né buoni né cattivi in sé: è sempre una questione di rischio/rendimento.
Al solito vanno letti bene i prospetti informativi.
In merito a detta lettura va evidenziato che le regole possono essere mandatory od optional.
Se sono mandatory le cedole vengono obbligatoriamente posticipate oppure cancellate in rigida applicazione delle condizioni previste nei prospetti.
Se sono regole optional l'emittente si riserva la facoltà di pagare lo stesso.
Succede che avvenga, infatti nel 2009 ci sono state banche italiane che hanno pagato lo stesso la cedola pur potendolo evitare, allo scopo di difendere uno strumento che gli serve per rafforzare la propria patrimonializzazione.
Anche per questo ha un valore leggere nel prospetto che termine viene usato nel definire le regole.
Obbligazioni subordinate - gradi di subordinazione
Sempre della serie "Educational Channel", ci tengo ad evidenziare i vari gradi di subordinazione delle obbligazioni (bancarie e non).
Ricordando sempre che è doveroso conoscere i vari tipi di obbligazioni.
Questo perché, al solito, se non conosci nemmeno le varie opzioni fra cui puoi scegliere non puoi fare scelte corrette, se non per puro caso.
Inoltre il settore obbligazionario è troppo importante.
Per di più, mentre è indispensabile leggere i prospetti informativi, è ancora più fondamentale capirli.
Per questo occorre conoscere e comprendere bene determinati termini e vocaboli.
Tier 1
Le obbligazioni che contribuiscono al miglioramento del coefficiente patrimoniale Tier 1 sono in qualche modo assimilabili alle azioni di risparmio, anche se vengono rimborsate prima in caso di default, vengono rimborsate a 100 ed hanno cedole (e non dividendi) sostanzialmente predeterminate.
Formalmente non hanno scadenza ma esiste di standard un'opzione call (che è l'opzione di effettuare il rimborso del titolo) ad una determinata call date (data in cui la call è esercitabile) che è di solito al 10° anno.
Per gentleman agreement con il mercato, lo standard è esercitare l'opzione alla prima call date (e c'è un danno reputazionale per l'azienda se non lo fa, specie se si tratta di una banca o di un'assicurazione).
Peraltro, in caso di mancato esercizio, di norma si passa ad una cedola più alta.
Non è detto che sia così, visto che spesso la prima cedola è a tasso fisso, mentre quella successiva è variabile.
Questo non rende sicuro che ci sia un incremento di costi per l'emittente se non esercita la call.
Tuttavia, a più riprese detto esercizio è stato effettuato anche contro l'interesse immediato dell'emittente per proteggersi da danni reputazionali (specie dalle banche italiane, che hanno dimostrato con i fatti di voler difendere questo strumento).
La cedola può non essere pagata se si verificano determinate condizioni previste nel prospetto informativo, come la mancata erogazione di dividendi per l'azione.
Peraltro può essere prevista nel prospetto la facoltà dell'emittente di pagare lo stesso, a propria scelta.
Può sembrare strano, ma nel 2009 i bancari italiani hanno pagato tutti le cedole pur avendo avuto (alcuni) la facoltà di non farlo.
E' una cosa che dà il senso di quanto siano motivati a difendere questo strumento che gli serve, in caso di necessità, a migliorare i propri coefficienti patrimoniali.
La tassazione è di standard del 12,50% ma può essere del 27% se il titolo viene considerato atipico, come nel caso in cui il capitale possa essere decurtato in caso di pesanti perdite d'esercizio dell'emittente, di dimensioni tali da intaccare la solidità dell'emittente stesso (come sempre va letto bene il prospetto informativo).
In ogni caso va chiesto preventivamente alla banca che tipo di tassazione applicherà anche perché la fiscalità di questi strumenti non è chiarissima.
Sono obbligazioni Junior rispetto a quelle Tier 2 (sia Upper che Lower) e Tier 3 (ossia, in caso di default, vengono rimborsate dopo, sempre che resti qualcosa).
Upper Tier 2
Hanno una scadenza usualmente fissata a dieci o più anni dopo l'emissione. Le cedole possono essere sospese in caso di perdita ma vengono pagate, tutte assieme, nel primo anno chiuso in utile (di standard senza remunerazione supplementare di alcun tipo).
Lower Tier 2
Sono forse le obbligazioni più simili rispetto a quelle Senior (quelle "normali"). Sostanzialmente, in caso di fallimento dell'azienda che lo emette, viene rimborsato prima di azioni, Tier 1 ed Upper Tier 2, ed alla pari con le Tier 3. La tassazione è sempre del 12,50%.
Lo svantaggio rispetto alle obbligazioni "normali" è che, in caso di fallimento dell'emittente, queste vengono rimborsate dopo di loro.
Per questo debbono avere una remunerazione più alta e tale da giustificare questo svantaggio.
Tier 3
Tipo di obbligazione recente e scarsissimamente sperimentata.
Per gli istituti di credito non serve ad aumentare il proprio volume di attività in sé, ma solo la propria capacità di operare sui mercati finanziari facendo trading.
La scadenza è usualmente più breve delle Tier 1, delle Upper Tier 2 e Lower Tier 2.
Le cedole possono essere sospese (non cancellate) in caso di perdite che abbiano minato eccessivamente la solidità dell'emittente.
In caso di default dell'emittente queste obbligazioni vengono rimborsate prima di Tier 1 ed Upper Tier 2, ed assieme alle Lower Tier 2.
La tassazione è sempre del 12,50%.


