Torna la stagione delle OPA
Come sempre, quando ci sono prezzi da saldo, torna la stagione delle OPA (un'OPA è un'Offerta Pubblica di Acquisto).
Le OPA sono tipiche dei grandi saldi, quando c'è il desiderio di appropriarsi a prezzi fortemente scontati di aziende valide.
Esattamente come, peraltro, le IPO (Initial Public Offering, ossia le offerte pubbliche iniziali) sono tipiche dei mercati ai picchi (infatti le ultime sono state nel 2007).
Niente di nuovo, è del tutto normale che se vuoi collocare in borsa un'azienda interamente o parzialmente tua vuoi spuntare i migliori prezzi possibile e ci provi quando il mercato è forte.
Così come è normale che le OPA provino a togliere le aziende dal mercato quando i prezzi consentono di fare buoni affari (magari con la disgustosa intenzione di riportare l'azienda in borsa a ben altri prezzi anni dopo).
In questo nulla di nuovo e, praticamente sempre, l'arrivo della stagione delle IPO indica il picco dei mercati mentre l'arrivo della stagione delle OPA è tipico dei mercati in saldo.
Considerati gli utili da schifo di quest'anno i prezzi non sono molto a sconto da quel punto di vista, anche se riescono ad esprimere p/e persino sotto la media storica.
I prezzi sono da strasaldo dal punto di vista del capitale netto: ci sono tante aziende che quotano persino meno di quello che dovrebbero quotare se fallissero e vendessero gli asset che hanno in pancia.
Da annotare che i massimi del 2007 sono stati completamente diversi da quelli del 2000.
Il Mibtel (sostituito il 1/6/2009 dal Financial Times Stock Exchange Italia All Share, "abbreviato" in FTSE It All Share) ha raggiunto un picco in zona 34.000 punti in entrambi i casi, con la differenza che nel 2000 c'era una vistosa bolla rialzista.
Nel 2007 gli utili erano coerenti con quelle quotazioni in buona parte perché le azioni, che sono frazioni di aziende, hanno beneficiato in quegli anni del fortissimo spostamento di ricchezza dalle famiglie alle imprese.
Da notare che le recessioni susseguenti ad una crisi bancaria sono lunghe il doppio della media, hanno una profondità quattro volte superiore e sono caratterizzate da una ripresa lentissima.
In pratica tocca fare il tifo per banche comunque perché se loro stanno male gli altri stanno peggio.
Del resto sono i polmoni di ogni economia.
I polmoni non sono "popolari" come il cuore ma non si corre bene con i polmoni danneggiati.
Le stime che girano oggi (fra OCSE, Fondo Monetario Internazionale e Bank'Italia) sono di recessione/stagnazione anche nel 2010, roba da 0,qualcosa% (auspicabilmente preceduta dal segno +).
Sono stime che ipotizzano che la ripresa vera ci sarà fra il 2011 ed il 2013.
Da precisare che non vanno confusi i dati di PIL reale e PIL nominale.
Il PIL reale (quello di cui trattano sempre i telegiornali per capirci) è calcolato utilizzando il deflatore.
Ad esempio, si usa dire (correttamente) che nel 2008 il PIL in Italia è sceso dell'1%.
Utilizzando sempre il 2008 come riferimento, il PIL nominale è salito perché l'inflazione è stata ben superiore a quell'1%.
Quando si fanno stime sugli utili futuri delle aziende è appropriato usare il PIL nominale in quanto, se i prezzi salgono, è evidentemente meglio essere chi li fa (le aziende) e non chi li subisce.
In realtà la questione è abbastanza simbolica, visto il livello minimo di inflazione con cui ci confrontiamo.
Il dibattito aveva ben altra importanza ai tempi della grande recessione del 1975 (piccola, al confronto con questa).
Tuttavia, è bene tener presente che il PIL 2013 sarà probabilmente analogo a quello del 2007.
Precisamente, applicando le stime attuali della triade OCSE/FMI/Bank'Italia nel 2013 dovremmo avere spannometricamente un PIL reale marginalmente inferiore a quello del 2007 ed un PIL nominale marginalmente superiore.
Perché è importante questo discorso?
Perché le quotazioni del 2007 erano coerenti con gli utili di quell'anno.
E per tornare a quelle quotazioni l'indice dovrebbe salire di circa un 100%.
La questione è: possimo sapere quanti utili faranno le società quotate a crisi finita (e prendendo come riferimento il 2013 la prendiamo proprio larga)?
Ovviamente no.
Però possiamo dire con ragionevole certezza che nel 2013 il PIL sarà sostanzialmente analogo a 6 anni prima (con una crescita media reale sostanzialmente a zero).
E possiamo dire con assoluta certezza che le nostre aziende quotate non hanno subito danni strutturali.
Nel 2008 sembrava che dovesse fallire di tutto, poi l'unica che è fallita è stata Alitalia (che era fallita tanti anni prima, le hanno solo staccato la spina).
Nel 2008 aziende come l'apripista Unipol (quasi tutti la hanno seguita) potevano attaccarsi al fatto che nelle polizze legate ai prodotti Lehman era chiaramente scritto che il rischio emittente era a carico del cliente.
Hanno deciso di farsene carico anche se, ad esempio, per Unipol e Fondiaria-SAI ha significato più che dimezzare gli utili di quell'anno.
Ma hanno fatto la cosa più importante: si sono tenuti i clienti.
Mediolanum ha addirittura impostato una campagna pubblicitaria che sfruttava la cosa per averne di nuovi.
Italcementi beneficia del fallimento di concorrenti esteri.
Le nostre banche prima della crisi soffrivano dell'arrembante concorrenza di soggetti come ING.
Ora, dopo i suoi guai e la parziale nazionalizzazione effettuata dal governo olandese (che ha fatto nazionalizzare il 9% di ING) le condizioni che offre sono molto meno concorrenziali rispetto al passato.
La "guerra" a paradisi fiscali come la Svizzera è un vantaggio per il sistema bancario nostrano.
E questa volta è una cosa seria perché sono in campo paesi come Stati Uniti, Francia e Germania.
Telecom pare aver terminato la guerra delle tariffe che per anni gli ha ridotto continuamente gli utili (anche perché i potenziali concorrenti come Tiscali sono sostanzialmente collassati).
Aziende come Autogrill beneficiano dell'asfissia finanziaria di soggetti minori come Sarni.
Non ci sono danni strutturali per le nostre aziende e non ci sono ostacoli al raggiungimento del picco degli utili del 2007 (anche se il 2013 è pur sempre sei anni dopo).
Paradossalmente è un assetto praticamente ideale per chi fa un normalissimo PAC (Piano di Accumulo di Capitale), non necessariamente mediante fondi comuni di investimento.
In effetti il vantaggio vero delle crisi è proprio la possibilità di effettuare ulteriori acquisti a prezzi di saldo.
Da notare che la stagione delle OPA è partita con il fallimento di quella su Italease e gli ottimi guadagni di chi, a ragione, si è rifiutato di consegnare i titoli in OPA.
E' in corso quella su Toscana Finanza (per la cronaca ho "switchiato" subito per non avere capitale immobilizzato per mesi, ma torno), quella su Mirato e quella su RGI.
In tutti e quattro i casi sono stati offerti prezzi da fame.
Ma se ti fanno un'offerta incongrua nulla obbliga a consegnare.
Personalmente ho messo, la settimana scorsa, poco più di 20.000 euro su RGI (poco più di diecimila titoli a 2,01, esattamente il prezzo di OPA), ritenendo (vedremo se a ragione) che ci siano ottime probabilità che fallisca e che si monetizzi bene.
Oltretutto, il rapporto rischio rendimento è reso ottimo dal fatto che male male l'OPA va a buon fine e comunque quei soldi li riprendo.
P.S.
Nel thread sul forum di Finanzaonline che tratta dell'OPA di RGI, è stato copia-incollato quanto scrissi tanto tempo fa in http://www.borsa-finanza.com/opa.html .
Non ho modo di far notare direttamente che non è gentile copia-incollare senza citare la fonte.
Questo perché su Finanzaonline sono un non iscritto.
Sottolineo: non ho mai fatto doppie iscrizioni su nessun forum di nessun genere né sono mai stato bannato pur essendo online dagli anni '90.
Su Finanzaonline non sono iscritto perché quel forum è stile invasione dei Borg: "Voi sarete assimilati, la resistenza è inutile.".
Per me la gestione del tempo è una cosa dannatamente importante ed è per questo che non sono "in grado" di essere un utente di quel forum.
Praticamente per me il non essere un iscritto lì è come per un bulimico chiudere il frigorifero con le catene.
Già così in questi anni ci ho passato non so quante migliaia di ore.
Tuttavia, visto che evidentemente mi leggono (strano, visto quanto poco scrivo, ed in un certo senso è lusinghiero), faccio notare che il rischio è il filtro antiduplicazione di Google.
Quando lo stesso testo viene trovato in un sito più importante viene talvolta "punito" il sito minore che viene considerato, a prescindere, "quello che copia".
Qua il sito importante è, ovviamente, Finanzaonline.
Talvolta accade persino in casi in cui quel testo era già presente anni prima sul sito minore, come in questo caso.
Praticamente sto invitando a non copiare o, almeno, citare la fonte perché già in passato è successo che Google si facesse trarre in inganno dall'importanza di quel sito.
Non so se adesso i suoi filtri antiduplicazione funzionino meglio ma, insomma, "per educazione" sarebbe carino non copiare o citare la fonte.
Per il resto, vista l'occasione, saluto (quasi) tutti a partire da Filibuster, Chagans, Mauryzio, Gandalf il Bianco e tutti quelli che lo rendono una fondamentale fonte informativa nonostante troll di ogni forma, foggia e colore nonché gente scappata dai casinò online (o che dovrebbe andarci).
L'andamento dell'inflazione USA
Fra le poche cose certe c'è che le valutazioni dei mercati finanziari non vanno nella direzione di un futuro di inflazione.
Il mercato obbligazionario statunitense anche nelle ultime settimane è fin troppo chiaro in questo senso: i bond decennali collegati all'inflazione hanno rendimenti che si sono attestati intorno all'1,8%.
Dato che, nel confronto con il 3,4% dei bond nominali, corrisponde ad una stima dell'inflazione intorno all'1,6%.
Peraltro, negli ultimi 20 anni i prezzi al consumo in USA sono cresciuti in media del 2,6%.
Il traguardo dell'inflazione bassa era già stato conquistato.
Il margine di dubbio è se tutta la liquidità pompata per contrastare questa recessione di dimensioni abnormi non possa avere effetti sull'inflazione futura.
In realtà la FED è stata molto ferma nel sostenere che rimuoverà la liquidità in eccesso quando ci sarà la ripresa ed i mercati le credono.
Perché è importante per noi?
Perché in Eurolandia tutta quella liquidità non è stata nemmeno pompata e, se non si verifica un'iperinflazione post-crisi nemmeno lì, figuriamoci qui.
Oltre al fatto che anche il mercato obbligazionario di Eurolandia mostra di avere aspettative inflazionistiche enormemente basse per il futuro.
E, oltretutto, quello dell'inflazione è uno dei settori in cui le aspettative tendono ad autorealizzarsi.
Mutui a tasso variabile VS mutui a tasso fisso
Una recentissima analisi del Centro studi Sintesi su dati Bank'Italia conferma una cosa nota, ossia la maggiore economicità dei mutui a tasso variabile rispetto a quelli a tasso fisso.
Il periodo considerato è fra il 1988 ed il 2009 (partendo sempre da gennaio, per semplicità).
Lo studio si basa su mutui decennali di centomila euro, accesi nel mese di gennaio.
Per i mutui a tasso variabile, sempre per semplicità, si considera l'importo della rata definito una sola volta l'anno, a gennaio.
In un solo caso, nel gennaio del 2006, il confronto fra i due tipi di tasso si è concluso in sostanziale parità.
In tutti gli altri casi è risultato più economico il variabile.
Niente di nuovo, appunto.
Per inciso, Renato Brunetta fu un po' brutale/semplicistico nel dire che il fisso nemmeno esiste, è solo un variabile a cui si somma una sorta di "assicurazione".
Tuttavia, la sostanza è quella ed è da quello che deriva la tradizionale maggiore convenienza del variabile.
In pratica, la "tranquillità" della rata fissa si paga e, perché questa risulti alla fine più economica, occorre che banche ed affini abbiano sbagliato i loro conti.
Cosa assolutamente possibile, ma tutt'altro che probabile.
Resta la solita raccomandazione di non chiedere nessun mutuo se non si è in grado di sostenerne uno a tasso fisso (di questi tempi il problema non si pone perché le banche, giustamente, li rifiutano) e di METTERE DA PARTE I RISPARMI CONSEGUITI.
Tanto più che livelli di tassi così eccezionalmente bassi potranno durare ancora un bel pò di mesi, specie considerando che nel 2010 le prospettive sono più di stagnazione che di ripresa, ma non dureranno certo per una parte significativa di un mutuo.
Da ricordare che i tassi in Eurolandia sono i più bassi da un decennio a questa parte solo perché l'EURO c'è da solo un decennio.
Quelli della Bank of England sono i più bassi da tre secoli a questa parte, per avere una dimensione dell'eccezionalità del momento storico.....
Qualche dato sul Brasile
Mi è stato chiesto, nel mondo reale, qualche dato sul Brasile.
Lo posto qui, anziché mandare un'e-mail, perché potrebbe essere di interesse anche per altri.
Nel periodo compreso fra il 1964 ed il 1985 il paese ha subito una dittatura militare.
All'inizio degli anni '90 ha subito l'iperinflazione tipica della sua area, inflazione che in Brasile è arrivata al 2.000%.
La situazione è completamente cambiata ed oggi il Brasile rappresenta in quell'area ciò che il Giappone ha rappresentato per tanti anni in Asia.
L'inflazione è intorno al 5% ed il COPOM (Comitato di Politica Monetaria) tiene il SELIC (l'equivalente del REFI della BCE e di quello che era il tasso di sconto di Bank'Italia, insomma il tasso ufficiale) diversi punti percentuali sopra l'inflazione.
Il PIL è salito in media del 4% tra il 2003 ed il 2008.
L'andamento del PIL lo tiene nella fascia bassa del cosiddetto BRIC (Brasile, Russia, India, Cina), ma si tratta di un paese con prospettive future particolarmente solide non essendo fortemente legato ai destini delle materie prime (pur essendone ricchissimo) come la Russia (il calo del petrolio porta ad impatti drammatici sia sull'economia che sulla borsa russa) e non dovendo fare (chissà quando) la transizione verso la democrazia che deve fare la Cina, non si sa quanto senza traumi.
Per la prima volta nella storia il Brasile non ha debiti con l'estero.
Negli ultimi 13 anni l'Msci Brazil è cresciuto ad un ritmo annualizzato del 13%.
Da notare che i forti tassi di crescita sono tipici delle borse degli emerging market di questi anni.
Ad esempio, verificando i dati di Morningstar, chi avesse investito 10.000 dollari nel comparto nel 1999 se ne troverebbe attualmente circa 18.000, subendo peraltro oscillazioni violentissime.
E' da notare che investire in quei mercati SOLO perché le loro economie crescono più delle nostre è concettualmente sbagliato.
E' vero che i cosiddetti later starter crescono più di noi e questo rientra nell'ordine naturale delle cose.
Il perché si capisce meglio estremizzando il concetto e facendo il confronto con gli agricoltori del Medioevo: non lavoravano certo meno di quelli di adesso, ma se hai il trattore produci infinitamente di più......
Il fatto è che il driver vero della crescita è lo sviluppo tecnologico e copiare tecnologia è molto più facile che produrla.
Poi, certo, se sei capace di produrla sarai sempre un passo avanti: la Apple dà "due lupini" ai lavoratori cinesi ma il denaro fatto con gli iPod lo tiene quasi tutto per sé....
Ci sono aree del pianeta che hanno un fortissimo potenziale inespresso che sta emergendo ma occorre vedere quanto di questo è già espresso nei prezzi di ciò che si compra.
Per intenderci, il P/E ultimo (dati B&F) del Brasile è stimato a 20,4, quello della Cina a 28,1. In sostanza, i prezzi delle azioni tengono già in ampia parte conto delle potenzialità di crescita di paesi di quel tipo e non sono ai livelli di strasaldo, ad esempio, della borsa italiana.
Borsa italiana che nel 2008 ha subito uno sciacquone talmente violento da essere piena di titoli che non quotano nemmeno i mezzi propri, quotando meno di quello che dovrebbero quotare se fallissero e vendessero i propri asset......
Non che le aziende non possano fallire, in presenza di una recessione di formidabile intensità come quella in atto, ma quando vedi che non quotano neanche i mezzi propri Intesa-SanPaolo, Unicredit, Unipol, Fondiaria-SAI, Caltagirone, Italcementi eccetera eccetera con tutta la buona volontà che i prezzi siano da strasaldo è a dir poco appariscente anche se gli utili attuali sono miseri.
E lo saranno per un periodo abbastanza prolungato, visto che le stime di FMI, OCSE e Bank'Italia sono concordanti per una ripresa italiana fra il 2011 ed il 2013, mentre nel 2010 ci sono prospettive di stagnazione, roba da 0,qualcosa%.
Sebbene, pure utilizzando gli utili, il nostro mercato sia a sconto con un P/E atteso (dati B&F) di 13,4 che è significativamente sotto la media storica.
Peraltro gli utili sono poco significativi in un anno terrificante come questo.
Per capirci, non è che siccome Autogrill ha fatto una trimestrale in perdita (in buona parte causa investimenti) allora non vale niente e ti regalano l'azienda, questi neanche un Camogli ti regalano...
Oltre al fatto che se guardi come sono ridotti concorrenti come Sarni (per restare al caso Autogrill) verifichi ciò che si è già sperimentato nelle crisi passate, ossia che sono i soggetti più grandi quelli che reggono meglio, anche perché hanno ben altro accesso al credito.
E le azioni sono frazioni di aziende, ma non di aziende qualsiasi, ma di aziende che non subiranno l'asfissia finanziaria di tante piccole e medie imprese.
Anche le riduzioni del personale si fanno meglio: uno conto è ridurre del 10% il personale se hai tanti dipendenti un conto è farlo se ne hai due, mica gli puoi tagliare un braccio.....
Fermo restando che spero che le quotazioni stiano bloccate a questi livelli il più a lungo possibile perché il privilegio vero delle crisi è proprio di poter accumulare a prezzi di saldo. Tanto più a lungo il terrificante panic selling che c'è stato terrà lontani gli investitori dalle borse, tanto più ci sarà modo di accumulare nella maniera, in futuro, più profittevole.
Peraltro un mercato toro dura in media 44 mesi (utilizzando come parametro quello principale, la borsa USA) e ci sono le condizioni per una lunga salita.
Oltretutto c'è il dato significativo dei successi di Intermonte SIM che ha sorpassato Fineco nella classifica dell'intermediazione delle azioni italiane.
Il fatto è significativo perché Intermonte, al contrario di Fineco, opera solo con clienti istituzionali e questo evidenzia che mentre i risparmiatori hanno paura e, presumibilmente, ne avranno ancora a lungo, gli istituzionali stanno tornando (anche se parte dei successi di Intermonte potrebbero essere dettati dall'appannamento della reputazione delle grandi case di investimento estere).
In ogni caso, se si decide di investire in un paese esterno ad Eurolandia conta, ovviamente, anche il cambio.
Per la cronaca, dall'inizio dell'anno il Real (al plurale parlano di Reais) si è rivalutato del 15% sull'EURO.
Si era svalutato del 25% l'anno scorso ed era normale che, nel picco della crisi, prevalesse la forza della moneta rifugio, ma il Real si era rivalutato dell'8% già nel 2007.
Si tratta di una moneta piuttosto forte.
Moltissime case vuote in Italia potrebbero essere utilizzate
E' di questi giorni un intervento di Guido Piran, Segretario Generale SICET CISL, che polemizza sul fatto che in Italia c'è fame di case ma ce ne sono cinque milioni vuote.
Piran è una persona seria ed il suo ruolo nel SICET (Sindacato Inquilini Casa e Territorio) gli offre la possibilità di essere sempre ottimamente documentato.
Anche se nella fattispecie basta utilizzare come riferimento i dati, pubblici, dell'Agenzia del Territorio.
Piran ha fatto una serie di annotazioni basandosi su dati noti, ufficiali, ma sui quali si riflette poco.
In particolar modo sul fatto che negli ultimi dieci anni si è costruito tanto nel settore residenziale ed, in contemporanea, sono aumentati in maniera inquietante le famiglie che perdono l'alloggio.
Per inciso, negli ultimi dieci anni si sono completamente ribaltate le motivazioni principali per lo sfratto.
Si è passati dal binomio necessità del proprietario e finita locazione alla morosità dell'affittuario.
Va notato che il numero di case vuote non è esattamente considerabile come numero di case "sfitte".
Questo perché c'è una componente rilevante di seconde case ad uso turistico che i proprietari non vorrebbero affittare a nessuna condizione (siamo un paese molto meno povero di quel che sembri).
Ciclicamente girano stime sulle case ufficialmente sfitte ed una cosa sconcertante è che nessuno dispone di dati certi in materia.
Quello che si sa è che in Italia sono milioni, quello che non si sa è esattamente quanti (né quanti siano affittati in nero...).
Cosa che stride con l'eterna ed assillante richiesta di buttare giù altro cemento.
Richiesta che, per inciso, continuerà ad esserci perché palazzinari ed immobiliaristi di tutte le forme, foggie e colori spendono tanto in pubblicità, specie sui giornali, ed è "normale" (il che è diverso da giusto) che siano trattati con riguardo.
Difficile non notare come la quantità immane di case vuote sia comunque uno spreco di dimensioni colossali che non dovrebbe restare solo "una cosa che dà fastidio ai sindacati degli inquilini".
Un'opzione, troppo ovvia ed efficace per essere presa in considerazione, sarebbe una superICI per le case sfitte controbilanciata da una riduzione delle tasse sugli affitti concordati.
I contratti ad affitto concordato sono quelli ad affitto ridotto e che prevedono una durata ridotta (per difendere i proprietari dagli affittuari che non se ne vogliono andare).
In questo caso:
A) Le case sfitte solo ufficialmente ma che in realtà sono affittate in nero sarebbero tassate, e questo evidentemente rispetta un criterio di giustizia.
B) Tassazioni e detassazioni potrebbero essere rese equivalenti, senza un danno per le casse dello Stato. Visco stimò in 4 miliardi di euro il costo della riduzione della tassazione al 20% per gli affitti proposta da Rutelli e che piace tanto a livello bipartisan. Peraltro, è del tutto evidente che quel danno alle casse dello Stato andrebbe coperto in altro modo.
Più propriamente, nell'ipotesi che piace a livello bipartisan, per detassare chi ha 2-3-4 case o più (visto che di certo non affittano la prima casa...) occorre poi rivalersi su chi ne ha zero od una......
C) Concentrare le detassazioni sui contratti ad affitto concordato permetterebbe a chi affitta "in bianco" di avere gli stessi introiti di oggi (meno canoni di affitto ma anche meno tasse) portando però i suddetti canoni a livelli più sostenibili per gli affittuari, con il risultato di ridurre significativamente i rischi di morosità. Quindi un vantaggio evidente per il proprietario che affitta ed un vantaggio evidente anche per l'affittuario, il tutto in contemporanea.
D) Concentrare le detassazioni sugli affitti concordati evita la favolistica di Confedilizia e company che sostengono che se gli si riducono le tasse di per sé questo porta alla riduzione dei canoni di affitto perché loro non speculano mai.
Cosa, questa, che stride completamente con il mondo reale.
Come ben sanno studenti ed extracomunitari ammucchiati in maniera indefinibile e come evidenziano le speculazioni/sciacallaggi sugli affitti vicino agli ospedali che curano il cancro, dove si punta a tosare il più possibile i parenti che vogliono stare vicini ai propri cari a rischio di morte....
E) Poiché gran parte degli appartamenti tenuti sfitti non lo sono solo per il basso rendimento dell'affitto post tasse ma per il fatto che in Italia è difficile mandare via gli inquilini, pure se non paganti, occorrerebbe una deroga riservata specificamente agli appartamenti sfitti da tanto tempo.
Fare una deroga così limitata non toccherebbe gli attuali appartamenti in affitto ma sarebbe determinante, assieme alla "superICI" per le case sfitte (abbinata alla riduzione della pressione fiscale sugli affitti concordati), nel fare in modo che quelle case tornino sul mercato, evitando lo spreco di tenerle vuote.
Se invece si tratta di case vacanze ed il proprietario non ha nessun interesse ad avere un reddito supplementare, a nessuna condizione, evidentemente il danno di una sovrattassazione è limitato e socialmente meno importante di uno sgravio che sia nell'interesse sia dei proprietari che hanno bisogno di un reddito supplementare che dei loro inquilini.
E' del tutto evidente che, mancando il danno per le casse dello Stato, andando più a beneficio dei soggetti meno forti anziché di quelli più forti, limitando un oggettivo spreco (nella fattispecie tenere tutti quelli immobili vuoti) è del tutto irrealistico che un'ipotesi di questo tipo si realizzi.
La triste fine della Robin Hood Tax
Qualcuno ricorderà la Robin Hood Tax, quella che doveva togliere ai ricchi petrolieri per finanziare i poveri con le Social Card (sul cui "funzionamento" troppo ci sarebbe da dire).
Era collegata all'inasprimento della tassazione sulle banche (quelle italiane già pagavano uno sproposito in più dei loro concorrenti del resto di Eurolandia) che si tradusse, ovviamente, in aggravi per i clienti delle banche stesse.
Del resto anche il tempismo di questi inasprimenti fiscali era quel che era: la sovrattassazione delle banche fu fatta due mesi prima del crack di Lehman Brothers e, con tutto l'ottimismo del mondo, era oltremodo difficile che non venisse riversata sui clienti delle banche.
Discorso analogo per la tassazione dei petrolieri.
Da notare che la Robin Hood tax è stata dirottata, per l'importo di 140 milioni di euro, al finanziamento di giornali di partito e di "cooperative".
Cosa avvenuta nel quasi silenzio generale, interrotto giusto da giornali come Borsa&Finanza (uno dei pochissimi che valga la pena di comprare).
Nulla contro la cooperazione, peraltro tutelata dalla Costituzione Italiana, ma è difficile non notare come in questi casi di norma di tratti di imprese padronali mascherate in forma solidale allo scopo di incassare denaro.
Alla fine, sembra che ogni governo italiano consideri le tasse "una cosa meravigliosa".
In astratto potrebbero anche esserlo, se la contropartita fosse adeguata.
In quel senso le dichiarazioni di Tommaso Padoa Schioppa avevano pure un senso.
Peccato che questo tipo di spesa pubblica, che nella fattispecie equivale sostanzialmente al comprare consenso ai danni del contribuente, non sia esattamente del tipo che porti i contribuenti ad essere contenti.
Infatti la notizia è stata sostanzialmente imboscata da televisioni e giornali (tutto sommato pure da Internet, il che è assai più deprimente).
Il calo delle pensioni future (sono collegate al PIL, che รจ notoriamente in calo)
La recessione di proporzioni immani che è attualmente in atto avrà un impatto forte sulle pensioni.
L'attuale sistema previdenziale italiano è oggettivamente solido perché è costruito sempre più sul sistema contributivo e sempre meno su quello retributivo.
Come evidenzia il nome, il sistema contributivo è concettualmente basato sull'equivalenza fra contributi versati e pensioni erogate.
Questo fa in modo che il sistema vada in equilibrio da solo, anche se a costo di assegni previdenziali modesti.
Diverso è il sistema retributivo, in cui la base è l'ultima retribuzione.
Chi beneficia, in tutto od in parte, del retributivo, incassa nella quasi totalità dei casi di più di quanto gli spetterebbe in rapporto a ciò che ha versato.
Quel di più viene pagato dagli altri.
Mentre i conti del sistema contributivo vanno in equilibrio da soli, non è ovviamente così per il retributivo.
Il retributivo inoltre si è sempre prestato ad abusi come una quantità immane di straordinari nell'ultimo anno od un accordo fittizio con il datore di lavoro per un aumento nell'ultimo anno (tanto pagava Pantalone).
Oggettivamente il contributivo è più onesto ed è particolarmente adatto all'Italia per la semplicissima ragione che l'ente previdenziale non può sapere con certezza se evadi i contributi o meno, quello che può invece sapere è, al momento in cui raggiungi l'età del pensionamento, se hai pagato o meno i contributi.
In sostanza, mentre evadere imposte e tasse è eticamente deprecabile ma può avere un senso (della serie: scuola, sanità, polizia eccetera ci sono lo stesso anche se io evado) se evadi i contributi lo fai togliendo risorse ad un fondo intestato a te medesimo.
Da quel punto di vista l'introduzione del sistema contributivo (fatto dal Governo Dini del 1995 con una singolare maggioranza parlamentare fatta sostanzialmente dai partiti che avrebbero poi formato il PD e dalla Lega) diede un colpo formidabile all'evasione contributiva.
Questo non nel senso che la ridusse (forse lo fece, ma non è dimostrabile) bensì nel senso che detta evasione venne "sterilizzata".
Più propriamente: se evadi vieni punito per il semplicissimo fatto che l'ente previdenziale anche se non sa se hai evaso sa benissimo che cosa hai versato.
Questo fu un aspetto sostanzialmente rivoluzionario in un paese che notoriamente spicca come evasione e nel quale non è tanto fuori misura la pressione fiscale, quanto proprio la pressione contributiva.
Questo a causa della doppia anomalia di venire, storicamente, da età di pensionamento particolarmente basse rispetto agli altri paesi avendo in contemporanea una vita media più lunga degli altri.
L'introduzione del sistema contributivo ha avuto, per queste semplicissime ragioni, grandissimi meriti.
Questo sebbene fosse, per certi aspetti, una riforma virtuale.
Virtuale nel senso che non c'era nessunissima possibilità, nemmeno simbolica, che il nostro Stato fosse in grado di continuare ad erogare sine die le pensioni con il retributivo.
Si sarebbe comunque arrivati al punto che le pensioni non potevano essere pagate, il che rese l'intervento dell'epoca inevitabile, data l'assoluta insostenibilità del modello precedente.
E' da ricordare che l'attuale sistema si sta trasformando pienamente nel sistema contributivo, ma la trasformazione è tuttora in divenire, nonostante tutti questi anni.
Per coloro che rientrano nell'applicazione del metodo contributivo (ossia i neoassunti dall'1/1/1996) e per una buona parte di coloro che ricadono nel metodo misto (ossia chi al 31/12/1995 era già occupato ma non aveva ancora maturato oltre diciotto anni di contributi) la pensione viene calcolata moltiplicando il montante dei contributi versati per un coefficiente di trasformazione rapportato all'età dell'assicurato al momento del pensionamento.
Il montante è costituito dai contributi versati sia dal dipendente che dal datore di lavoro (o dal solo lavoratore autonomo).
L'importo contributivo viene poi rivalutato al 31/12 di ogni anno sulla base di un tasso annuo di capitalizzazione virtuale che è pari alla media del PIL nominale degli ultimi 5 anni: è di tutta evidenza che un paese in recessione riduce la media quinquennale.
Del resto, l'andamento del PIL è l'unico parametro serio utilizzabile perché è quello più rilevante per la sostenibilità del sistema.
Ma l'attuale andamento del PIL italiano è terrificante: se si fanno i raffronti utilizzando i ciclici rapporti sulle tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario della Ragioneria Generale dello Stato e si confrontano con le stime sul PIL fatte da Bank'Italia, Fondo Monetario Internazionale ed OCSE il quadro è pesante.
Nel senso che, è vero che le stime sono stime, ma qui si parla di un 10% circa di PIL in meno nel triennio 2008-2010 in Italia rispetto alle stime che giravano nel 2007.
Sostanzialmente, si stimava che nel triennio 2008-2010 il PIL italico dovesse crescere complessivamente intorno ai quattro punti percentuali, mentre ne perderà una mezza dozzina (stando alle stime dell'FMI di oggi, anche qualcosina di più...).
Questo riduce drasticamente le stime sul tasso di sostituzione, ossia il rapporto fra prima pensione ed ultimo stipendio.
Che va ulteriormente rivisto a causa dell'allungamento della vita.
Se si va sul sito dell'ISTAT (merita sempre) si vede che negli ultimi 19 anni in Italia la vita media ha continuato ad allungarsi di circa 4.
Si allunga più lentamente rispetto ai decenni precedenti, ma i trentenni d'oggi (me compreso peraltro, anche se io mi ritirerò dal lavoro molto prima con i soldi miei, sebbene abbia l'idea di continuare a pagare i contributi anche essendo già "pensionato privato") dovrebbero entrare nell'ordine di idee di dover andare in pensione una mezza decina di anni dopo rispetto a quello che dicono le tabelle attuali.
Oppure di subire un taglio dell'assegno che compensi il fatto che con l'allungamento della vita media ne possono usufruire per un periodo significativamente più lungo.
Da notare che l'allungamento della vita media determina modifiche di rilievo anche a breve.
Questo per la revisione dei coefficienti di conversione in rendita dei capitali accumulati che sono un meccanismo fondamentale del sistema contributivo per adeguare detti coefficienti all'allungamento della vita.
Fissati dalla Riforma Dini, avrebbero dovuto essere rivisti ogni 10 anni, quindi nel 2005, quando il Governo Berlusconi li fece slittare.
I nuovi coefficienti entreranno in vigore l'1/1/2010 ed a regime saranno rivisti con cadenza triennale.
L'effetto è un'ulteriore riduzione delle pensioni percepite stimabile nella misura di un 6-7% rispetto ai già modesti importi determinati dai coefficienti attuali.
Fra calo del PIL, ricalcolo dei coefficienti dell'1/1/2010 e continuo (ed auspicabile, peraltro) allungamento della vita media c'è la seria e triste possibilità che il raggiungimento di una pensione pari al 50% dell'ultimo stipendio comporti ben altro del 65° come anno di pensionamento.
P.S.
Dispiace trattare argomenti tristi.
Tanto più che in Italia ci sono ancora i ricordi di età di pensionamento surreali.
Però domani faccio il 36° compleanno e mi sono messo a fare un pò di "compiti".
Personalissimamente il mio trend (e/o le mie prospettive) è molto promettente anche perché è andata parecchio bene in borsa nella prima metà di quest'anno (e sia benedetta in particolare Toscana Finanza, che si occupa di RECUPERO CREDITI e che sta facendo utili a tutto spiano).
E devo dire che ad ottobre 2008, quando il vertice del Fondo Monetario Internazionale strillava "SIAMO SULL'ORLO DELLA CATASTROFE FINANZIARIA GLOBALE" e Draghi aveva occhiaie da notti insonni ero molto meno tranquillo.
Oltre al memorabile panic selling che si è interrotto solo il 9 marzo di quest'anno.
Ma se si hanno in mente le pensioni delle generazioni precendenti sarà il caso di ricordare che noi in pensione pubblica ci andremo (sperando di non schiattare prima, s'intende) sulla base dei contributi versati.
Non solo non avremo regali supplementari, ma dovremo pagare anche quella consistente parte di debito pubblico che è stata costruita da quei regali.


