January effect
Come tutti gli anni, a fine gennaio inizia il dibattito sul january effect od effetto gennaio che dir si voglia.
Si tratta del dibattito sul suo effetto predittivo circa l'andamento del mercato nel resto dell'anno.
Le tabelle:
Non è una bella cosa il fatto che la borsa a gennaio di quest'anno sia scesa (sia sull'S&P500 che come borsa italiana).
Non perché questo significhi che scenderà nel resto dell'anno: negli ultimi 60 anni, 24 casi di discesa dell'indice a gennaio sono stati seguiti 12 volte da un'indice in salita e 12 volte da un indice in discesa.
Praticamente non significa niente come capacità di prevedere i ribassi.
Però sarebbe stato perlomeno benaugurante se gennaio fosse stato in salita.
Infatti, anche se si tratta di un misto fra scaramanzia e profezia che si autorealizza, fa impressione l'attendibilità di questo parametro nel preannunciare rialzi.
Ai 36 anni di gennaio in nero sono seguiti ben 32 periodi rialzisti fra febbraio e dicembre, contro appena 4 periodi ribassisti.
Euribor e banche
Exane Bnp Paribas ha appena reso noto uno studio interessante che stima come l'aumento di ogni punto percentuale di Euribor a 3 mesi si traduca mediamente in una crescita del margine di interesse nella misura del 5% ed un incremento degli EPS (gli Earning per Share, utili per azione) nella misura del 17%.
In effetti la situazione attuale è la peggiore possibile per le banche commerciali, come quelle italiane.
Questo perché ci sono tassi eccezionalmente bassi ed un livello di sofferenze consistente.
Quanto sia eccezionale il livello dei tassi di interesse è solo parzialmente visibile dai dati del Refi della BCE e dall'Euribor, in quanto l'essere ai minimi della storia dell'EURO non dà bene l'idea della situazione.
Questo perché l'EURO è troppo recente.
Si capisce meglio la situazione guardando il TUS della Banca d'Inghilterra che è al minimo della sua storia, che parte dal 1694......
Un livello di tassi che dà bene il senso dello stato comatoso in cui versano le nostre economie.
Stato che si vede anche dalle difficoltà di famiglie ed imprese a rimborsare i propri debiti.
L'ABI (l'Associazione Bancaria Italiana) stima che le sofferenze bancarie degli istituti tricolore, al netto delle svalutazioni, dovrebbero essere cresciute del +34,5% nel 2009 e dovrebbero salire del +27% nel 2010 e del +9% nel 2011.
E' vero che quando ci sarà la ripresa economica i livelli degli utili del 2007 saranno ampiamente raggiungibili (anche l'effetto di diluzione degli utili causa aumento di capitale di Unicredit è del tutto marginale), ma la ripresa vera non è certo dietro l'angolo.
Nel frattempo la situazione attuale, con l'accoppiata tassi bassi e sofferenze alte, è la peggiore possibile per i nostri istituti.
Dal punto di vista dei tempi della ripresa dovremmo essere all'interno di una lunga notte.
Le stime di Confindustria, che prevedono un ritorno del PIL della nostra economia al livello del 2007 solo intorno al 2013 sono analoghe a quelle dell'FMI.
In pratica, la crisi in Italia dovrebbe durare complessivamente circa sei anni.
Proprio i dati del Fondo Monetario Internazionale sono particolarmente tristi dal nostro punto di vista.
Perché, se si considera come fine della crisi l'anno in cui il PIL torna al livello pre-crisi, è difficile non notare come la crisi degli USA abbia una durata stimata di 3 anni, quella del Giappone di 4 anni, quella di Eurolandia di 5 anni e quella dell'Italia di 6 anni....
Investire in Cina
Difficile non notare come gli acquisti di quote di fondi comuni azionari da parte dei risparmiatori italiani siano sempre più concentrati sui mercati "emergenti" (sono emersi da un bel po', ma tant'é).
Difficile anche non notare come, a parte qualche scrupolo di Google, non si intraveda niente di assimilabile da parte di altre aziende occidentali, orientali o dell'Emisfero Australe.
Difficile anche non notare come quelli che criticano soggetti come Google di farsi troppi pochi scrupoli in realtà non se ne facciano alcuno a comprare prodotti cinesi per il loro basso costo.
Difficile, in sintesi, non notare l'enorme interesse che circonda la Cina.
Ci sono motivi validi per avere scetticismo sull'attuale mania di investire in Cina.
Almeno se si è una singola azienda che vuole investire direttamente lì, visto il modo a dir poco improprio in cui il regime cinese è portato a "privilegiare" le aziende locali.
Sorvolando sulle questioni inerenti lo spionaggio industriale.
Inoltre il costo del lavoro bassissimo non è un'esclusività della Cina, ma una caratteristica di tutta quell'area.
Già la sola accoppiata India-Indonesia è in grado di mettere in campo una quantità altrettanto immane di forza lavoro a bassissimo costo, con alcuni vantaggi oggettivi come l'avere già effettuato la transizione verso la democrazia.
Fatte tutte le doverose premesse per evidenziare che la Cina non è l'Eldorado, mi sembra giusto segnalare il ritorno in campo di un campione della gestione attiva: Anthony Bolton.
Anthony Bolton è il più celebre gestore britannico e, nella sua carriera con il fondo Fidelity Special Situation, ha potuto vantare un rendimento medio annuo del 19,5% nel periodo fra il 1979 ed il 2007.
Dopo una pausa di un biennio, fatta con un tempismo lodevole (anche le sue valutazioni nel corso del biennio meritavano decisamente ascolto), torna in campo con un fondo specializzato sulla Cina che partirà nel marzo 2010.
L'opinione di Bolton è che la situazione attuale della Cina sia molto simle a quella taiwanese e della Corea del Sud ai tempi della loro impetuosa crescita (circa venti anni fa) ed a quella giapponese prima ancora.
P.S.
Non ho legami con Fidelity e non ho motivo di considerarla la casa migliore in assoluto.
Tuttavia, investe in Cina da oltre 16 anni ed è un ottimo supporto per un gestore di valore tale che il suo rientro mi sembrava meritare decisamente una segnalazione.
Al solito, non è un consiglio per gli acquisti, solo un articolo su cui riflettere bene.
Analisi fondamentale - O'Higgins
Fra gli studi di analisi fondamentale pubblicati in questo inizio anno l'unico che mi sia sembrato un minimo rilevante è quello di B&F pubblicato il 2/1/2010.
Tecnicamente non è nient'altro che un articolo basato sulle tecniche di O'Higgins.
O'Higgins, per chi non lo sapesse, è tra l'altro l'autore del libro "Beating the Dow".
Quel testo, pubblicato nel 1990 (e che merita sempre) ha suscitato molto interesse perché propone tecniche di semplicissima applicazione basate su un approccio fondamentale.
Approccio fondamentale che, applicato alle azioni, può essere grossolanamente definito come comprare frazioni di aziende (le azioni sono esattamente questo) che valgono più di quello che quotano.
In seguito, bivaccare nell'attesa che le quotazioni diventino più ragionevoli.
Niente di speciale, non è che scegliere le azioni basandosi su dividendi o book value sia stata un'invenzione di O'Higgins.
Però è riuscito a metterci il cappello sopra (aggiungendoci anche alcune varianti personali).
I dati che mi sembrano più interessanti dell'analisi di Borsa&Finanza sono quelli relativi a cosa sarebbe successo ad un investitore italiano se avesse scelto i 10 titoli più appetibili (sui 40 del FTSE MIB) per dividendi e per Book Value cambiandoli ogni anno.
I risultati sarebbero stati questi:
2003
Portafoglio dividendi +26,3% Portafoglio Book Value +38,2% Indice FTSE MIB +11,8%
2004
Portafoglio dividendi +20,1% Portafoglio Book Value +21,0% Indice FTSE MIB +16,9%
2005
Portafoglio dividendi +23,1% Portafoglio Book Value +26,4% Indice FTSE MIB +16,1%
2006
Portafoglio dividendi +16,4% Portafoglio Book Value +36,5% Indice FTSE MIB +15,8%
2007
Portafoglio dividendi -4,8% Portafoglio Book Value -10,4% Indice FTSE MIB -7,9%
2008
Portafoglio dividendi -36,2% Portafoglio Book Value -46,2% Indice FTSE MIB -50,6%
2009
Portafoglio dividendi +32,0% Portafoglio Book Value +32,3% Indice FTSE MIB +21,2%.
Niente di nuovo, s'intende.
Qualunque portafoglio titoli creato selezionando titoli che valgono più di quello che quotano tende a soprapperformare il mercato (pur sottoperformandolo in alcuni anni).
Il fatto è che questa analisi è fatta in maniera più ampia di come si possa fare dal salotto di casa, comprendendo dividendi, diritti e warrant staccati.
O, almeno, personalmente dal salotto di casa lo potrei anche fare, avendo tutti i dati a disposizione per il periodo considerato, ma sarebbe una cosa lunga.
Peraltro, meccanismi di selezione di titoli come quello dei dividendi alti esclude aziende che non distribuiscono utili perché hanno più convenienza ad investirli per finanziare la propria grandiosa crescita (come Google, per citare un caso celebre) ed include titolo con un trend degli utili "precario" da tanti anni come Telecom.
E scegliere titoli con Book Value basso rischia di selezionare le aziende a rischio fallimento.
L'analisi fondamentale è una cosa molto più complessa che guardare i numeretti dei multipli.
Piuttosto, il fatto che persino tecniche così rozze permettano di ottenere extrarendimenti dà il senso delle potenzialità dell'analisi fondamentale.
Anche se quella seria prevede pure lo studio dei risultati degli anni passati: non è che se una società non fa utili in un anno, magari di recessione, non valga niente.
E prevede stime dei risultati futuri (con tutti i limiti delle stime).
Inoltre, tanto più è ampio l'indice considerato, tanto più è facile trovare titoli enormemente a sconto.
Qui vengono considerati solo i quaranti titoli principali.
Questo è comodo, ma è un limite.
Oltre al fatto che aggiornare il portafoglio una volta l'anno è comodo ma se, come succede spesso, un titolo a sconto raggiunge valori ragionevoli nel corso dell'anno, un meccanismo di rotazione di portafoglio un pò più ampio di una volta all'anno è più efficiente (sempre che non comporti un incremento rilevante delle commissioni, s'intende).
Inoltre i fondamentali cambiano ed è sbagliato intestardirsi: significativi cambiamenti del fair value (del "valore corretto") vanno considerati se si vuole barattare la comodità di un aggiornamento annuo con maggiori extrarendimenti.
I cambiamenti delle pensioni con l'arrivo del 2010
Con l'arrivo di questo anno è scattato un altro pezzo di riforma previdenziale.
Esso è costituito dall'innalzamento graduale dell'età di pensionamento delle donne statali (dal 2015 potrebbe esserci un lieve innalzamento dell'età di pensionamento pure dei maschi per parificare le età nel 2018) e, soprattutto, la variazione dei coefficienti di trasformazione.
Per ciò che riguarda l'innalzamento dell'età di pensionamento per le donne questo, per ora almeno, riguarda le sole statali e non le lavoratrici del settore privato.
Come è evidente, la cosa apre un varco per modifiche anche nel settore privato.
L'intervento è stato fatto in esecuzione di una sentenza della Corte di Giustizia Europea emessa nel novembre del 2008 che aveva contestato all'Italia l'inadempienza rispetto al principio di parità di retribuzione fra la lavoratori e lavoratrici.
Dal gennaio del 2010 al gennaio del 2018 il graduale innalzamento dell'età di pensionamento porterà le donne del settore pubblico in pensione di vecchiaia ad almeno 65 anni.
In realtà una differenza ci sarà comunque: se non esistesse la pensione pubblica e lavoratori e lavoratrici versassero i contributi a soggetti privati, i coefficienti di trasformazione non sarebbero unisex.
Questo perché, essendo la vita media delle donne più lunga di quella degli uomini, a parità di versamenti e di età di pensionamento i modelli privatistici comportano assegni previdenziali più bassi per le donne rispetto agli uomini, dovendo essere erogati per periodi mediamente più lunghi.
La logica matematica è elementare: su base privatistica a parità di versamenti ricevuti per erogare gli stessi importi per uomini e donne occorre, a seconda dei punti di vista, erogare di più a chi vive di meno (gli uomini, come è noto), oppure erogare di meno a chi vive più (le donne, come è noto).
I coefficienti di trasformazione delle pensioni pubbliche però sono unisex, con il risultato che gli uomini sia nel settore pubblico che in quello privato incassano assegni più bassi di quelli che incasserebbero su basi esclusivamente privatistiche/matematiche.
Le donne invece incassano assegni più alti di quelli che incasserebbero su basi esclusivamente privatistiche/matematiche.
Questa impostazione è una scelta politica, non matematica e sarà la politica, se riterrà, a rimuoverla.
A riguardare sia uomini che donne c'è la modifica dei coefficienti.
Detta modifica riguarda tutti i lavoratori sottoposti al regime contributivo (legato, come dice il nome, alle retribuzioni versate nel corso della vita lavorativa) o misto (per misto si intende misto fra metodo contributivo e retributivo).
Una ricerca realizzata da Progetica stima che il pezzo di riforma scattato in questo gennaio determini perdite in termini di assegni previdenziali variabili fra il 3% ed il 20% nel periodo compreso fra il 2010 ed il 2050.
In pratica, i contributi versati vengono assoggettati ad una capitalizzazione virtuale (che non è mutata).
Il risultato è, concettualmente, l'equivalente di un premio unico assicurativo.
Questo importo viene moltiplicato per dei coefficienti allo scopo di ottenere l'entità dell'assegno previdenziale.
Il 1/1/2010 questi coefficienti sono stati rivisti.
Al ribasso, ovviamente, per fare in modo che l'innalzamento della vita media non squilibri il sistema.
Dopo questo aggiornamento sono previsti ulteriori aggiornamenti dei coefficienti ogni 3 anni.
Presumendo che la vita media continui a crescere, i coefficienti continueranno a scendere.
Da notare che dal 2015 scatterà il primo adeguamento dell'età di pensionamento alla vita media (la prima volta con un incremento di soli tre mesi).
A regime questo renderà sostanzialmente neutro l'adeguamento dei coefficienti, in quanto la causa vera della loro riduzione (l'aumento della vita media, appunto), verrà sostanzialmente sterilizzato.
Questo rende i coefficienti scattati in questo gennaio presumibilmente simili a quelli definitivi, quando l'insieme di miniriforme previdenziali avvenute in tutti questi anni avranno, faticosissimamente, dato origine alla riforma complessiva.
Nel dettaglio, i tagli delle pensioni scattati dall'1/1/2010:
Età 57 Coefficiente di trasformazione vecchio 4,720% Coefficiente di trasformazione nuovo 4,419%
Età 58 Coefficiente di trasformazione vecchio 4,860% Coefficiente di trasformazione nuovo 4,538%
Età 59 Coefficiente di trasformazione vecchio 5,006% Coefficiente di trasformazione nuovo 4,664%
Età 60 Coefficiente di trasformazione vecchio 5,163% Coefficiente di trasformazione nuovo 4,798%
Età 61 Coefficiente di trasformazione vecchio 5,334% Coefficiente di trasformazione nuovo 4,940%
Età 62 Coefficiente di trasformazione vecchio 5,510% Coefficiente di trasformazione nuovo 5,093%
Età 63 Coefficiente di trasformazione vecchio 5,706% Coefficiente di trasformazione nuovo 5,257%
Età 64 Coefficiente di trasformazione vecchio 5,911% Coefficiente di trasformazione nuovo 5,432%
Età 65 Coefficiente di trasformazione vecchio 6,136% Coefficiente di trasformazione nuovo 5,620% .


