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Fondi immobiliari e sconto sul NAV

di borsa-finanza00com (24/02/2010 - 14:20)

Molto interessante una polemica fatta da Affari&Finanza su un prodotto delle Poste (e non solo): I risparmiatori scottati dal mattone delle Poste .

Se ci si aspetta che certi argomenti possano essere trattati dalle associazioni di consumatori più presenti in televisione, ci si può pure mettere comodi: Poste e Ferrovie italiane sono praticamente intoccabili perché le associazioni di consumatori in Italia sono finanziate dallo Stato.

Proprio tutte no, l'ADUC si rifiutò di prendere quel denaro proprio contestando lo sfacciato conflitto di interessi, ma è un caso più unico che raro.

Chiunque abbia la ventura di accendere la televisione italiana può verificare il continuo, totale ed assoluto doppiopesismo che le più pubblicizzate associazioni di consumatori esercitano tra Poste e sistema bancassicurativo.

E' giusto che sia ben chiaro il motivo, visto che non ha assolutamente niente a che vedere con presunti ideali di tutela dei consumatori, ma solo con gli interessi economici di certe associazioni.

Nel caso in esame, in realtà, la scorrettezza delle Poste è nel prezzo del collocamento che era tiratissimo, non nell'andamento delle quotazioni.

Le quotazioni di questi fondi possono avere uno scollamento anche notevolissimo dai fondamentali, come tanti altri titoli.

In realtà questi anche di più, a causa della scarsissima liquidità.

I fondi immobiliari nascono con tanti buoni propositi, in particolare poter investire nel mattone pur disponendo di poco denaro, aver costi di intermediazione ridotti e beneficiare di una gestione professionale.

Sono buoni propositi in parte mantenuti, anche se questi prodotti andrebbero presi con la logica del tenerli fino alla scadenza, quando verranno effettuati i rimborsi e quanto si avrà in tasca si sarà riallineato ai fondamentali.

Da quel punto di vista è normale che, quando sono pesantemente a sconto sul NAV, piacciano ai bargain hunter (sostanzialmente "cacciatori di occasioni").

Ne conosco un paio che sono specializzati nei prodotti delle Poste.

Hanno un approccio simile ai giocatori di poker che vogliono giocare solo online venerdì e sabato notte per cercare di scontrarsi con quelli che giocano dopo aver bevuto e giocano tanto per giocare, senza utilizzare impianti matematico/statistici.

Ed è un approccio opposto a quelli che vogliono "trovare la pokerstar che è in sé" e puntano, per ego, a scontrarsi con i più forti anziché con quelli con cui è più facile vincere.

In pratica, ritengono che sia più facile fare denaro avendo come controparte un vecchietto delle Poste che non Goldman Sachs, Jp Morgan o qualche altra banca d'affari americana.

E' un approccio non esattamente "sportivo", ma tutt'altro che bischero.

Facciamo i conti della serva.

Facciamo riferimento al Fondo Obelisco ed ipotizziamo che nel 2010 ai risparmiatori vengano rimborsati 2.370 € (il NAV relativo al 30/6/2009) e che oltre ai 300 € di dividendi già distribuiti nel primo quinquennio (o lustro che dir si voglia) se ne aggiungano altri 300.

Naturalmente nessuno può sapere quale sarà il NAV del fondo nel 2015 ed a quanto ammonterà il rimborso.

Ma l'ordine di grandezza non dovrebbe essere molto diverso.

In ogni caso questa è assolutamente un'ipotesi di scuola che va presa come tale.

Ipotesi nella quale un risparmiatore che avesse acquistato al collocamento a 2.500 € nel 2005 si troverebbe nel 2015 con 2.370 € di rimborso a cui vanno aggiunti i primi 300 € di dividendi del primo quinquennio (e quelli sono già stati erogati) ed i dividendi del secondo quinquennio (ipotizzati essere sempre 300 €).

In pratica: 2.370+300+300=2.970 €.

Rispetto ai 2.500 iniziali sono, considerato un decennio intero, un rendimento sostanzialmente da BOT (di questi tempi) senza però poter toccare il proprio denaro per un decennio.

Certo non una scelta felice, ma tutt'altro che una catastrofe.

E fa benissimo Affari&Finanza a sostenere che è meglio aspettare la scadenza.

Se poi Poste Italiane avesse fatto sottoscrivere questi prodotti per davvero a vecchietti la cosa sarebbe molto grave, visto che si tratta di prodotti decisamente da lungo periodo.

Vorrei invece far capire perché queste situazioni eccitano i bargain hunter.

Poniamo la stessa ipotesi di scuola partendo sempre da un rimborso ipotetico finale di 2.370 € con 300 € di dividendi nei prossimi cinque anni.

Avremmo 2.370 € di rimborso con 300 € di dividendi, ossia 2.670 € a fronte di un acquisto che si può fare intorno a 1.110 €.

Ossia un capitale che più che raddoppia in cinque anni.

Anche al netto di imposte su capital gain e dividendi saremmo oltre il 15% annuo netto di media, e con tasso composto (interessi sugli interessi, per capirci).

Naturalmente nessuno può sapere esattamente quale sarà il valore di rimborso, né quale sarà l'importo dei dividendi nei prossimi anni (teoricamente i dividendi potrebbero persino non esserci, anche se è un'ipotesi del tutto irrealistica).

E questo articolo non è assolutissimamente, al solito, un consiglio per gli acquisti.

E', sempre della serie "Educational Channel", un'occasione per spiegare come il fare i bargain hunter avendo come controparte i clienti delle Poste consenta di realizzare operazioni con un rapporto rischio/rendimento che è difficile trovare se la controparte è una banca d'affari yankee.

Nel caso delle Poste l'approccio che funziona quasi sempre è: se ti vogliono vendere qualcosa NON COMPRARLA.

Ma, se quegli stessi prodotti vengono svenduti dai clienti, inizia a farti per bene i conti.

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120 anni di immobili in USA

di borsa-finanza00com (22/02/2010 - 23:15)

In attesa dei nuovi dati dell'indice Case/Shiller, merita una nota proprio un freschissimo studio di Robert Shiller su un arco temporale di 120 anni.

Studio che ha dimostrato come negli ultimi 120 anni il mercato dell'usato residenziale (il tipo di compravendita più diffusa) USA abbia visto un guadagno al netto dell'inflazione del 40%.

Al picco della bolla, nell'estate del 2006, la plusvalenza sarebbe stata di circa il 120%.

In un arco temporale così ampio ciò signica un rendimento medio annuo composto dello 0,3% rispetto ad un massimo dello 0,7% circa.

Sebbene non abbia particolarmente senso aspettarsi rendimenti reali (ossia al netto dell'inflazione) dagli immobili (sono beni che si deteriorano, anche se certo non come le automobili, e sono soggetti ad oneri di compravendita), in tutti i paesi hanno un legame fortissimo con l'inflazione.

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Paesi emergenti e fondi azionari globali

di borsa-finanza00com (21/02/2010 - 16:02)

Fra le pubblicazioni recenti quella forse più interessante è l'Annuario 2010 del Credit Suisse (tratta di 110 anni del mercato azionario).

Gli autori vengono dalla London Business School (segnatamente sono Elroy Dimson, Paul Marsh e Mike Staunton).

I dati più interessanti sono quelli relativi ai paesi emergenti.

Stiamo osservando tutti con estrema attenzione i cosiddetti Emerging Markets (anche se in realtà è da un bel pezzo che sono emersi) anche perché, in un decennio cupissimo per le borse come 2000-2009, esse una decina di punti percentuali l'anno di performance positiva la hanno tirata su.

Soprattutto, hanno una crescita del PIL importante e le tipiche prospettive favorevoli dei later starter, che hanno di norma una crescita ben più consistente dei paesi partiti prima.

Oltretutto, il 2010 sarà un anno simbolicamente rilevante: è, con ogni probabilità, l'anno del sorpasso della Cina sul Giappone.

D'altra parte, che un miliardo e trecento milioni circa di cinesi producessero meno di 127 milioni circa di giapponesi non rientrava certo nell'ordine naturale delle cose.

Tuttavia, i dati dello Yearbook non si limitano, al solito, ad analizzare un periodo "breve" come un decennio.

Relativamente agli emergenti è stato studiato il periodo più lungo esaminabile, ossia i 34 anni fra il 1976 ed il 2009.

In tutto questo tempo gli Emerging Markets hanno addirittura sottoperformato il principale indice mondiale (Msci World) dell'1% annuo.

La ricerca evidenzia come storicamente il legame fra crescita del PIL e rendimento dei mercati azionari sia molto più debole di ciò che ci si potrebbe immaginare.

Inoltre manca qualsiasi correlazione fra crescita del PIL pro capite ed andamento del mercato azionario: conta il PIL complessivo.

Un elemento che incide è che i mercati tendono a riflettere in anticipo sulle quotazioni la maggiore crescita economica prevista.

Focalizza l'attenzione sugli USA il capo strategist dell'investment banking del Credit Suisse Jonathan Wilmot.

Si tratta di un'analisi costruita su una serie storica lunghissima (in alcuni casi risale a più di duecento anni).

Wilmot evidenzia come il trend della produttività USA nonché la crescita reale degli utili sia persistentemente ad un tasso del 2% circa annuo per oltre cento anni.

Wilmot (ma qui si entra nel campo delle opinioni) ha aspettative piuttosto positive sul prossimo decennio borsistico USA.

Tutto sommato, visto che per un investitore privato è difficile valutare le varie aree del mondo e le opportunità che offrono, è il caso di ricordare che esistono i vecchi fondi comuni globali.

Spesso sono finte gestioni attive che servono solo a scroccare più commissioni degli ETF.

Però ci sono anche gestori di valore ed è improprio paragonarli a cavalli (al di là del fatto che i mercati finanziari hanno un legame con l'economia reale, a differenza del gioco d'azzardo).

Anche perché nelle corse di cavalli puntare su quelli più forti (che possono benissimo perdere lo stesso, peraltro) significa dover accettare quote più sfavorevoli.

Invece fra i fondi le commissioni sono molto simili.

Inoltre, mentre non c'è dubbio che i rendimenti passati non garantiscano assolutamente quelli futuri, non è assolutamente vero che i gestori abbiano tutti lo stesso valore.

Merita un'altra segnalazione Carmignac, il cui fondo Investissement utilizza una gestione attiva spaziando in tutto il mondo.

E' stato fondato 21 anni fa (quando è stata fondata la boutique di gestione parigina Carmignac) dal sessantatreenne Edouard Carmignac, che lo segue sin dalla fondazione.

Dal 2000, nonostante un decennio cupissimo per l'azionario, ha una performance annualizzata dell'8,13% lordo.

Dal lancio, avvenuto nel gennaio 1989, ha reso un 860% cumulato.

Il suo benchmark Msci World Free nello stesso periodo è salito del 76%, mentre la media di categoria è cresciuta nel contempo del 168%.

Da notare come gli azionari globali smentiscano il luogo comune che i fondi facciano peggio dell'indice (il che ha anche un senso, visto che sono gravati da commissioni).

Presumibilmente la media di categoria dei globali performa meglio dell'indice globale perché, se la gestione attiva è realmente tale, è difficile che non si indirizzi in aree in cui ci sono opportunità valide di investimento.

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Tariffe assicurazioni auto

di borsa-finanza00com (20/02/2010 - 17:24)

Succede spesso che le dichiarazioni di Marchionni siano molto interessanti, vista la sua grande franchezza ed il peso che ha nel settore auto.

Parlo di Fausto Marchionni, non di Sergio Marchionne, ossia dell'Amministratore Delegato e Direttore Generale di Fondiaria-Sai.

Il suo gruppo, fra Fondiaria-Sai e Milano Assicurazioni, rappresenta circa un quarto del settore delle polizze auto.

Settore che non smette di sorprendere.

Ad esempio, c'è stata una polemica recente fra le compagnie assicurative italiane e l'ISVAP (che molto spannometricamente sta alle assicurazioni italiane come Bank'Italia sta alle banche italiane).

L'ISVAP gli contesta sostanzialmente di cercare di aggirare l'obbligo di legge di assicurare tutti, ad esempio autosabotandosi i call center in zone come Napoli e Caserta.

Dal suo punto di vista, ha sicuramente ragione l'ISVAP a sostenere che le assicurazioni debbono rispettare la legge e, poiché si tratta di assicurazioni obbligatorie, non possono svignarsela.

Dal loro punto di vista, hanno sicuramente ragione le compagnie a sostenere che in zone in cui la sinistrosità è superiore anche del 1.000% rispetto alla media nazionale (che già è quella che è) è ovvio che se la vogliano svignare.

Chi è platealmente dalla parte del torto è la demagogia d'accatto di politici e pseudoassociazioni di consumatori che per difendere i truffatori (poiché elettori ed associati) fanno pagare il conto a quelli onesti.

Marchionni ha recentemente sostenuto che il problema, ancor più dei sinistri falsi, sono quelli gonfiati.

Ha ricordato anche come nella "catena del risarcimento" si inseriscano frequentemente figure come i consulenti per l'infortunistica stradale.

Figure che fanno lievitare i costi dei sinistri senza avere nessuna regolamentazione od albo professionale che garantisca la correttezza del loro operato.

Da notare come il combined ratio di società del peso di Fondiaria-Sai ed Unipol (per più ragioni) si sia trovato l'anno scorso ad essere sopra quota cento.

Il combined ratio è la quota di spese rispetto agli incassi (il riferimento è all'intero ramo danni).

In sostanza, sono addirittura in perdita.

Con riferimento a Fondiaria-Sai, il piano industriale prevede per il 2011 un'utile netto di 370 milioni (che sarebbe adeguato per rendere le attuali quotazioni enormemente a sconto, del resto sono quotazioni che vengono da un tracollo) ed un combined ratio del 97,8%.

Quando il ramo danni tornerà in utile scatteranno subito le polemiche sulla crescita delle polizze.

Tuttavia, è del tutto evidente che, se si vogliono contenere/ridurre le tariffe, il punto non è il 2,2% di utili sul 100% di ricavi, bensì il 97,8% di costi.

E' sceso in campo anche Fabio Cerchiai (Presidente dell'ANIA, Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici).

Cerchiai fra l'altro sostiene che sarebbe un fondamentale principio di prevenzione quello di incrociare le banche dati di ANIA ed ACI.

Contesta anche che in alcune aree territoriali il fenomeno delle truffe assicurative attualmente rientri tra le fonti di profitto della criminalità organizzata.

Inoltre, sostiene l'esigenza di correggere urgentemente il meccanismo bonus-malus cambiato dal Governo Prodi.

Ad esempio, con l'attuale normativa, nei casi di incidente con concorso di colpa il malus non scatta per nessuno dei 2 automobilisti coinvolti.

Il che è una stortura evidente.

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Debito pubblico italiano

di borsa-finanza00com (19/02/2010 - 11:59)

Ieri sono arrivate le stime dell'Isae.

Prevedono un +1,0% del PIL nel 2010 e dell'1,4% nel 2011 con una disoccupazione che si attesterebbe all'8,8% nel 2010/2011 contro il 7,8% del 2009.

La stima del rapporto debito pubblico/PIL è del 114,8% nel 2009, del 117,2% nel 2010 e del 117,8% nel 2011.

Per avere un quadro della situazione occorre guardare al passato.

Il picco del rapporto debito PIL è stato raggiunto nel 1994 quando è andato al 121,8%.

Non significativo, da quel punto di vista, il ruolo del Governo Berlusconi I (che quell'anno restò in carica solo per pochi mesi).

Importante, invece, il ruolo dei governi successivi (Dini, Prodi I, D'Alema I-II, Amato) che portarono il rapporto debito PIL al 108,8% del 2001.

Prendendo i dati ISTAT si vede come gli anni perduti siano stati il periodo che intercorre fra il 2002 ed il 2008, quando il rapporto è stato intorno a 105,7%, prima del rapidissimo peggioramento successivo.

Segnatamente:
2000: 109,2%
2001: 108,8%
2002: 105,7%
2003: 104,4%
2004: 103,8%
2005: 105,8%
2006: 106,5%
2007: 103,5%
2008: 105,7%
2009: 115,1% (è una stima).
Da notare che tutti i paesi stanno affrontando il peggioramento dei conti pubblici dovuto alla cosiddetta "Grande Recessione".

Significativa, da questo punto di vista, la scelta della Germania.

Il 12/6/2009 il Bundesrat concluse un cambiamento importante della costituzione germanica.

Con quel cambiamento dal 2016 il deficit pubblico federale non supererà più lo 0,35% del PIL e dal 2020 i länder non potranno più indebitarsi.

E' stato un cambiamento di fatto bipartisan, visto che la modifica della costituzione venne fatta dalla Grosse Koalition.

Mancano gli interventi dell'Italia, ma la strada potrebbe averla indicata Berlusconi quando ha parlato di necessità di un intervento europeo sulle pensioni.

Sebbene Berlusconi sia stato smentito da Tremonti (veniamo da un intervento recentissimo in materia pensionistica), occorre considerare che le agenzie di rating danno un enorme peso al settore previdenziale.

Lo fanno anche in considerazione del fatto che il debito pubblico previdenziale (inteso come promesse di pagare pensioni in futuro), pur essendo un debito sommerso e non ufficiale, è molto spesso più alto di quello ufficiale.

Inoltre è molto più facile intervenire lì.

Significativo proprio il caso italiano, con le riforme Amato-Dini che ridussero il debito previdenziale italiano dal 300% circa del PIL al 120-130%.

Berlusconi potrebbe sfruttare il fatto che Grecia, Spagna, Francia ed Irlanda (a cui è presumibile che si aggreghino altri) stanno cercando di intervenire sul settore previdenziale.

E' evidente che a questo punto se ne parlerà dopo le elezioni regionali (anzi, è strano che Berlusconi ne abbia parlato in campagna elettorale), però occorre considerare che non c'è spazio per interventi fiscali.

Anche perché è dal gennaio del 1994 che Berlusconi promette di ridurre le tasse.

Poiché dopo 16 anni di promesse di riduzione della pressione fiscale la stessa è più alta di 16 anni fa (e più alta pure dell'ultimo Governo Prodi), Berlusconi è costretto ad intervenire sulla spesa pubblica.

Altrimenti può trovarsi nel 2013 ad elezioni politiche in cui si presenta con una pressione fiscale che resta ben più alta di quella del 1994.

Dopo 19 anni di promesse false sulla riduzione delle tasse, presentarsi con una tassazione addirittura più alta determinerebbe il suo annientamento politico in qualunque paese occidentale.

In Italia forse no, ma la questione è seria.

Tanto seria che Berlusconi ha sollecitato pubblicamente l'Europa ad un intervento congiunto sulla previdenza addirittura durante questa campagna elettorale per le regionali.

Questa pressione potrebbe spingere l'attuale governo a fare la riforma definitiva delle pensioni dopo le regionali, in maniera da avere abbastanza tempo da trarne benefici in vista delle politiche.

Magari con un'argomentazione che potrebbe fare molta presa sull'elettorato: dopo tantissimi pezzi di riforma in tutti questi anni, il suo completamento significherebbe non parlarne più.

Il che, con lo stillicidio di interventi fatti nell'ultimo ventennio, potrebbe essere interpretato da una parte importante dell'opinione pubblica come motivo di sollievo.

In ogni caso, Berlusconi ha una maggioranza ampissima in entrambe le camere grazie a due soli partiti.

Inoltre, ha molto tempo fra elezioni regionali ed elezioni politiche.

Questo lo mette nelle migliori condizioni possibili per chiudere la questione pensioni.

Che poi lo faccia o meno lo vedremo.

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Basilea 3 ed i bond ibridi

di borsa-finanza00com (18/02/2010 - 17:30)

Nel 2010 in Europa scadono 55 miliardi di € in bond bancari ibridi Tier 1 e Tier 2.

Per consolidata tradizione le banche esercitano l'opzione di rimborso anticipato alla prima occasione possibile.

Il problema è che Basilea 3 non solo cambierà gli obblighi in termini di indici patrimoniali, ma pare voler cambiare pure il modo in cui vengono calcolati.

Con il risultato che le banche non sanno per certo quali coefficienti dovranno rispettare e come gli strumenti ibridi dovranno concorrere alla loro formazione.

Siamo in tantissimi a temere che Basilea 3 sarà più un male che non una cura.

Quello che si sa per certo è che le banche vengono spinte a rafforzare il loro patrimonio e che il Comitato di Basilea sostiene che per contribuire al rafforzamento del Tier 1 gli strumenti ibridi dovranno essere in grado di assorbire le perdite.

Tuttavia, occorrerà aspettare almeno fino al 16 aprile 2010 (la fine della prima fase di consultazione) per sapere come vanno le cose.

Situazione attuale in Italia: UBI banca ha dichiarato che rinuncia a ritirare un bond perpetual (segnatamente di Banca Lombarda) alla prima data utile del 10 marzo.

Si può anche sostenere che non lo faccia perché non esercitare la call fa passare il bond da obbligazione a tasso fisso ad obbligazione a tasso variabile (attualmente più "conveniente" per l'emittente).

Tuttavia, a parte che si tratta di un vantaggio potenzialmente temporaneo, a più riprese è prevalsa la logica del richiamo alla prima call a prescindere da considerazioni di questo tipo.

Del resto, la stessa UBI banca si è comportata così in passato.

Basilea 3, oltre ai danni che potrebbe determinare in termini di restrizione del credito, potrebbe danneggiare gravemente questi strumenti.

Attualmente le obbligazioni di tipo Tier 1 danno rendimenti decisamente validi sia come tassi fissi che come tassi variabili perché il rischio vero è che salti la cedola se la banca non fa utili (cosa che fra le banche italiane non è successa praticamente mai).

E' successo pure che la terrificante crisi bancaria 2007/2009 portasse in perdita per un anno il Banco Popolare.

Esso però ha pagato ugualmente la cedola, pur non avendo nessun obbligo contrattuale a farlo (cosa che dà il senso di come gli istituti tengano a questi strumenti).

Se passa la tesi che questi strumenti debbano per forza essere in grado di assorbire le perdite per essere contabilizzati come strumenti validi al rafforzamento del Tier 1, questo rischia di ridurne a minimi termini l'utilizzo.

Fra l'altro finisce che il potenziale sottoscrittore viene spinto a buttarsi sulle azioni: sono anch'esse rischiose, ma hanno ben più potenzialità in termini di guadagno.

Quindi, rischio per rischio....

A meno che i tassi non siano corposamente incrementati, ma questo spingerebbe gli istituti bancari ad utilizzare altri strumenti, togliendone ai risparmiatori uno che invece, pur avendo quotazioni molto volatili, è interessante.

Ed è, comunque, uno strumento in più.

In fin dei conti, a dispetto del fatto che veniamo da una crisi bancaria destinata ad uscire dalla cronaca per entrare direttamente nel mito, è tradizionalmente più conveniente essere soci delle banche (azioni e bond ibridi) che clienti (conti correnti).

Anche se essere soci non è adatto a tutti e, come è evidente, occorre essere disposti ad accettare oscillazioni anche parecchio violente e periodi di attesa anche notevolissimi.

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PIL italiano

di borsa-finanza00com (15/02/2010 - 16:28)

Con i dati definitivi relativi al PIL italiano del 2009 si chiude un decennio terribile che ha visto una crescita media intorno al mezzo punto percentuale.

Segnatamente:

2000 +3,7%

2001 +1,8%

2002 +0,5%

2003 0,0%

2004 +1,5%

2005 +0,7%

2006 +2,0%

2007 +1,6%

2008 -1,0%

2009 -4,9%.

Stendendo un velo pietoso sul confronto con il resto di Eurolandia e dell'Euro27 per "carità di Patria".

Le principali stime sul PIL italiano per il 2010 oscillano fra lo 0,qualcosa% e l'1,niente%.

Livelli di crescita del tutto sufficienti per far tornare a salire gli utili anche a causa dell'effetto (che sui bilanci è, come al solito, tardivo) delle ristrutturazioni.

Per contro del tutto inadeguati a recuperare una parte anche minima dei disoccupati legati a quelle ristrutturazioni.

Anzi, è realistico che abbia ragione Confindustria a sostenere che la disoccupazione continuerà ad aumentare.

AGGIORNAMENTO: Il 1/3/2010 l'ISTAT ha corretto il dato italiano relativo al 2009 da -4,9% a -5,0%....

NUOVO AGGIORNAMENTO: Il 10/3/2010 l'ISTAT ha corretto nuovamente il dato italiano relativo al 2009 da -5,0% a -5,1%........


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Sui fondamentali attuali della borsa italiana

di borsa-finanza00com (08/02/2010 - 16:02)

Le stime di Bloomberg sui dividendi del FTSE IT. ALL SHARE sono del 3,39%.

Un livello interessante considerando che vengono distribuiti in dividendi circa la metà degli utili e la parte restante resta ad incrementare il valore delle aziende quotate.

Più parsimoniose e prudenti, al solito, le banche (in buona parte a causa dell'arrivo di Basilea 3).

Discutibile, se non deprecabile, la scelta di FIAT di erogare un dividendo pur essendo in perdita.

Le elaborazioni di Financial Service Tech su dati Bloomberg stimano un P/E atteso per il FTSE IT ALL SHARE (il principale indice di borsa italiano) di 11,6.

Questo significa decine di punti percentuali di rialzo potenziale per arrivare al P/E medio storico (che oscilla fra 14 e 17).

Senza contare che il P/E tradizionalmente è più basso se i tassi sono più alti e viceversa.

Attualmente la concorrenza di BOT ed affini è praticamente irrilevante e le stime dell'Associazione Bancaria Italiana (che non può sapere che cosa farà la BCE, ma di certo è fonte infinitamente più informata di qualunque associazione di consumatori) sono di un tasso ufficiale della BCE all'1,5% alla fine del 2010, ossia ancora a livelli spropositatamente bassi.

Considerando che dopo un 2010 realisticamente di stagnazione dovrebbe esserci, fra il 2011 ed il 2013, una ripresa che è stata annunciata talmente tante volte da ricordare Godot, se contasse solo l'analisi fondamentale il mercato dovrebbe essere eccezionalmente a sconto.

Questo perché persino se i P/E si adeguassero alla media storica, senza tenere minimamente conto di un contesto di tassi che resteranno eccezionalmente bassi per un periodo prolungato, lo spazio per un 2010 che recupera le perdite di inizio anno e chiude in territorio comodamente positivo (in maniera assimilabile al 2009) è veramente tanto.

Che poi accada è, ovviamente, un altro discorso, ma il mercato è eccezionalmente a sconto.

Senza contare che, dal punto di vista dei tassi, il nostro sistema bancassicurativo è in situazione sostanzialmente rovesciata rispetto alle principali banche USA.

Il peso delle banche d'affari là è tale che un contesto di tassi bassi gli permette di avere utili da trading che qui si vedono in maniera appena simbolica.

Questo determina una situazione tale che possono legittimamente temere un cambiamento della politica monetaria ed è un rischio che incombe.

Il nostro sistema bancassicurativo è profondamente diverso e, quando ci sarà la ripresa economica ed un ritorno dei tassi a livelli più normali, per le assicurazioni verrà limitata la grana enorme dei rendimenti garantiti su molte polizze e per le banche aumenterà il margine di interesse.

Dopo un 2008 ed un 2009 caratterizzati da una picchiata degli utili, il nostro sistema bancassicurativo potrebbe vedere una crescita piuttosto armoniosa degli utili negli anni a venire.

Senza contare che nel 2009 troppe assicurazioni hanno chiuso in perdita nel ramo danni, in buona parte a causa delle truffe nel settore auto, e si stanno attrezzando in maniera molto aggressiva per aggiustare i conti.

Occorre ricordare che l'ABI ha stimato che le perdite su crediti aumenteranno, dopo il 2008 ed il 2009, anche nel 2010 e nel 2011.

Questo è normale: le perdite su crediti seguono sempre in ritardo l'andamento del ciclo economico.

Quando c'è una recessione le aziende non falliscono immediatamente: cercano di reggere l'anima con i denti prima di fallire.

Le stime dell'ABI sono di una crescita delle sofferenze nel 2009 del 34%, nel 2010 del 27% e nel 2011 del 9%.

Tuttavia, l'andamento degli utili migliorerà con molto anticipo perché le svalutazioni su crediti sono state fatte dai nostri istituti in maniera molto prudenziale e molto anticipata, impattando sugli utili con ampissimo anticipo rispetto a quando si verificheranno.

Con il risultato che l'ABI stima un rimbalzo degli utili minimo dell'8% "già" dal 2010 (dopo un -45% nel 2009) seguito da una ripresa corposa anche se non si azzarda a dire quando potranno tornare ai livelli del 2007.

Da notare che i dati dell'ABI si riferiscono a tutto il sistema bancario italiano e non alle società quotate.

Tuttavia, le società bancarie quotate sono una parte fondamentale del sistema bancario italiano nella sua interezza.

Inoltre pesano sull'indice di borsa italiano molto più di quanto non facciano nella stragrande maggioranza dei listini.

Per questo le loro vicende vanno osservate con un'attenzione persino maggiore rispetto alle altre borse.

Lo stato attuale è di una borsa italiana che tratta ampissimamente a sconto, in una situazione perfettamente rovesciata rispetto a quella dell'inizio del passato decennio, quando l'euforia imperversava.

Nel marzo del 2000 il P/E del nostro listino riuscì a raggiungere un picco intorno a 32, con quotazioni sostanzialmente doppie rispetto a quelle che avrebbero dovuto essere per avere multipli nella media storica.

Inoltre venivamo da una crescita economica importante che si stava avviando alla sua liquefazione.

Cose che hanno inciso pesantemente su quello che è poi stato uno dei peggiori decenni borsistici di sempre.

Ora la situazione è opposta.

Non nel senso che ci avvieremo verso una forte crescita economica (il che, per quanto auspicabile, non ha proprio basi di appoggio) ma perché andiamo verso un triennio (il 2011-2013) in cui con ogni probabilità ci sarà un importante miglioramento del ciclo economico e degli utili aziendali.

Non foss'altro perché una fase di ciclo economico peggiore di quella attuale, con tutta la buona volontà, non sarebbe certo facile da realizzare.

E' una borsa a sconto persino sugli utili attuali che sono, e va ricordato sempre, gli utili di una fase di ciclo economico terrificante.

Il futuro non lo può prevedere nessuno, ciò di cui si può prendere atto è che il nostro mercato è fortemente a sconto sia rispetto ai multipli storici, sia in rapporto ai tassi, sia sulla base della tesi che un giorno remoto la ripresa economica ci sarà pure qui.

Del resto, con il balzo del 5,7% del PIL USA nel 4° trimestre 2009 è evidente come ci sia chi è, se non già ripartito, almeno sulla buona strada.

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