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Valore EURO dollaro

di borsa-finanza00com (09/04/2010 - 10:08)

Occorre distinguere fra il valore di un bene e le sue attuali quotazioni.

Tanto per citare Warren Buffett: "Price is what you pay. Value is what you get.".

Poi, una volta che hai ottenuto un valore molto più alto del prezzo pagato, puoi dover aspettare tempi anche lunghissimi perché le quotazioni si allineino ai fondamentali.

O, peggio ancora, i fondamentali si possono sgretolare.

Fra i fondamentali delle valute spicca la Purchasing Power Parity (Parità di Potere d'Acquisto, l'idea della PPP nasce già nel XVI secolo con la Scuola di Salamanca) che serve a valutare, appunto, la reale capacità di acquisto di una moneta e, conseguentemente, il suo valore "reale".

Nel caso del cambio EURO dollaro la PPP è storicamente molto stabile perché Eurolandia e gli USA hanno un'inflazione molto simile.

Attualmente l'OCSE stima il valore effettivo dell'EURO intorno ad 1,17 dollari USA ma, pur avendoci sostanzialmente oscillato intorno in questi anni, il cambio non si è fermato praticamente mai esattamente sulla PPP (né lo farà in futuro).

I movimenti che stanno avvenendo attualmente (anche a causa della crisi greca) non stanno portando ad un EURO debole, contrariamente a quanto dicono i telegiornali, bensì lo stanno spingendo verso quotazioni più congrue.

E' utile valutarne le conseguenze.

Lo studio principale che viene usualmente utilizzato come riferimento è quello presentato da economisti dell'OCSE (OCSE in italiano, la versione anglofona è Oecd) nel 2001 (Dalsgaard, Andrè and Richardson, dal titolo "Standard Shocks in the Oecd Interlink Model").

Veniva stimato che un deprezzamento dell'EURO del 10% determinasse una crescita economica di Eurolandia dello 0,6% sia nell'anno successivo che in quello seguente.

Questo a fronte di un incremento dell'inflazione dello 0,4% nei 2 anni successivi.

In pratica, l'impatto sulla crescita è enormemente più basso della percezione comune (almeno in Italia).

In ogni caso, è modesto anche l'impatto sull'inflazione.

Comunque, per recuperare il terreno perso nel biennio 2008-2009 (PIL a -1,0% nel 2008 e -5,1% nel 2009) un ridimensionamento dell'EURO che lo spinga verso la PPP è una spintarella utile, ma non altro.

Per contro, un incremento modesto dell'inflazione probabilmente non spingerebbe la BCE ad intervenire con forza.

Fra le tante cose che occorre considerare è che pesa ancora l'errore che fece la FED nel 1937, quando una stretta creditizia troppo affrettata colpì sul nascere la faticosa ripresa successiva alla crisi partita dal 1929.

Con una FED che tiene tassi bassissimi pure la BCE si trova con le mani abbastanza legate.

Questo ricordando comunque i limiti delle banche centrali.

I telegiornali continuano a sostenere che negli USA hanno tassi più bassi che in Eurolandia.

Probabilmente l'errore in cui cadono è indotto dal fatto che riportano sempre le notizie sui tassi ufficiali delle banche centrali.

Tuttavia, i tassi che le banche centrali condizionano fortemente sono quelli a breve ed il fatto che la FED tenga il principale tasso ufficiale fra lo 0 e lo 0,25% (rispetto al comunque bassissimo 1% della BCE) condiziona pesantemente solo i tassi di mercato a breve.

Per contro, basta guardare i tassi di mercato a lungo per verificare come siano più alti quelli USA, riflettendo le aspettative dei mercati di inflazione e crescita più significativi negli USA che non in Eurolandia.

Anche per questo è improprio pensare che l'EURO abbia più forza per tassi più alti, essendo questo vero solo per i tassi a breve.

Da notare come l'aumento della componente speculativa nel mercato dei cambi li renda sempre più instabili e più portati a girare intorno a propri fondamentali piuttosto che ad appiattirsi sugli stessi.

E' possibile che la politica (o le pressioni delle banche centrali sulla stessa) rimuova parte degli elementi che determinano l'attuale successo del Forex (ed alcune dichiarazioni di Draghi sembrano andare in questa direzione).

Tuttavia, quegli elementi attualmente ci sono e sono rilevanti nel rendere così intense le speculazioni sul mercato dei cambi.

Infatti, non ci sono praticamente costi di transazione essendo applicati dai broker degli spread minuscoli.

Inoltre, spesso mancano interessi sui margini (oppure vengono limati applicando un costo soltanto sul delta di tassi fra le diverse divise) e la leva è straordinariamente elevata.

In sostanza, si può speculare per importi elevati pur mettendo poco denaro e si possono tenere le posizioni aperte a lungo, il tutto con costi di intermediazione estremamente modesti.

Inoltre, per importi modesti, si è esenti dalla tassazione sui capital gain.

Il Forex sta diventando sempre più rilevante, rendendo sempre più speculativo questo mercato e quindi, potenzialmente, staccato dai fondamentali e dalla capacità delle banche centrali di spingere le quotazioni su livelli "ragionevoli".

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