Sul peso dei bancari nell'indice italiano
Per capire il peso dei bancari sul listino italiano occorre considerare che, alla fine della passata ottava, già solo Intesa SanPaolo ed Unicredit rappresentavano un quarto della capitalizzazione di borsa da soli.
Segnatamente, Unicredit il 15,56% ed Intesa SanPaolo il 9,82%.
Con ENI (14,93%), ENEL (10,38%) e Generali (8,99%) abbiamo che circa il 60% della capitalizzazione di borsa è data da cinque giganti soli.
I due superbancari sono ancor più rilevanti delle apparenze perché al loro andamento è legato quello dei numerosi altri bancari del listino.
Da considerare come, mentre ENEL ha avuto utili molto stabili durante la Grande Recessione 2008-2009, mentre ENI e Generali stanno avendo un recupero di utili importanti già in questo 2010, per i bancari il recupero degli utili sia inevitabilmente più lento.
Essendo banche commerciali i loro risultati sono molto legati alle perdite su crediti.
Perdite su crediti che hanno un'esplosione legata alla Grande Recessione.
Dopo ogni recessione c'è, com'è nell'ordine naturale delle cose, un'espansione delle perdite su crediti che avviene in ritardo rispetto al ciclo economico.
Avviene in ritardo perché famiglie ed imprese cercano di reggere l'anima con i denti prima di cedere.
Per contro la profittabilità torna un po' in anticipo rispetto al picco delle perdite su crediti perché le svalutazioni vengono fatte un po' in anticipo.
In pratica, anche se il picco delle perdite su crediti ci sarà realisticamente nel 2011, l'accelerazione degli utili ci sarà proprio quell'anno perché il grosso delle svalutazioni su crediti sarà completato nel 2010.
Meritano un po' di spazio gli studi societari di banche d'affari e SIM isolando gli EPS (Earning per Share, utili per azione).
Per Unicredit abbiamo, in particolare, queste stime:
Kepler 2009 0,08 2010 0,10 2011 0,21 2012 0,31
GS 2009 0,09 2010 0,08 2011 0,27 2012 0,34
Merril Lynch 2009 0,10 2010 0,10 2011 0,24 2012 0,33
Siamo comunque lontani dal picco del 2006 e 2007 (in entrambi i casi 0,49 Euro di utili per azione).
Saremo comunque lontani dai dividendi del passato (2006 0,22 2007 0,24 2008 0,26).
Da considerare che comunque nel 2012 le nostre banche avranno già ampiamente rispettato gli obblighi di Basilea III persino se non ci fosse uno slittamento, quindi i dividendi avranno modo di tornare a livelli pre-crisi.
Fatti i conti della serva, anche le quotazioni possono tornare a livelli simili: con P/E storici di 14-17 Unicredit nel 2012 potrebbe tornare in zona 5 Euro.
Non il massimo pre-crisi, ma lontanissimo dall'1,824 della chiusura di ieri.
Per Intesa SanPaolo abbiamo, in particolare, queste stime di EPS:
Citigroup 2009 0,11 2010 0,13 2011 0,24 2012 0,30
Kepler 2009 0,15 2010 0,17 2011 0,24 2012 0,30
GS 2009 0,18 2010 0,18 2011 0,31 2012 0,36
Merril Lynch 2009 0,18 2010 0,21 2011 0,31 2012 0,40
In questo caso il picco degli utili per azione del 2007 di 0,57 è quasi irraggiungibile perché carico di componenti straordinarie, ma lo 0,37 Euro di utili per azione del 2006 è alla portata.
Del resto sono mancati danni permanenti che abbiano compromesso la redditività delle banche nostrane.
Unicredit subisce qualche diluizione degli utili causa aumenti di capitale, mentre Intesa SanPaolo è forse la più grande banca europea fra quelle che non hanno avuto necessità nè di chiedere aiuto allo Stato né di fare aumenti di capitale.
Fanno impressione le quotazioni di chiusura di ieri dell'ordinaria (2,14 Euro) e della risparmio (1,625 Euro).
Dopo il 2012, superata la questione di Basilea III, la quota percentuale di utili distribuiti agli azionisti sotto forma di dividendi potrebbe tornare a livelli pre-crisi.
Quando il payout ratio tornerà a quei livelli questa percentuale verrà applicata su utili che, nel 2012, saranno tornati a loro volta a livelli vicini a quelli pre-crisi.
Vale la pena di andare a verificare i dividendi pre-crisi:
2006 0,22 ordinaria 0,231 risparmio 2007 0,38 ordinaria 0,391 risparmio 2008 0,38 ordinaria 0,391 risparmio.
I dividendi del 2008 fanno riferimento agli utili del 2007, carichi di componenti straordinari che hanno inciso anche sulla scelta dello stesso dividendo del 2007.
Il dividendo forse più attendibile per cercare di individuare il livello che potrebbe esserci post-crisi è quello del 2006.
Da notare come il dividendo di quest'anno per la risparmio sia stato di 0,091 Euro per azione (erogato in data 24/5/2010).
Alle quotazioni della chiusura di ieri si tratta di un 5,6% di dividendo.
Se nel 2013 il dividendo tornasse al livello del 2006 (e ci sono tutte le condizioni, sia dal punto di vista del payout ratio sia del ritorno alla redditività) il dividendo del 2013 potrebbe superare il 14% alle quotazioni di ieri.
Ossia, non solo quello attuale è alto, ma è molto improbabile che non registri un'impennata.
Poi, certo, se la questione fosse il dividendo farebbero molta più impressione le potenzialità di Fondiaria Sai risparmio.
L'anno scorso è stata in perdita, trascinata dalla crisi delle assicurazioni auto.
Ha comunque erogato un dividendo di 0,425 il 24/5/2010 attingendo alle riserve create negli anni precedenti.
Alle quotazioni della chiusura di ieri (4,81) equivale ad un 8,84%.
Le stime di Goldman Sachs sugli utili per azione:
Published EPS (€) 2009 (-2.21) 2010 0.45 2011 1.11 2012 1.44
GS normalised EPS (€) 2009 (-2.05) 2010 0.42 2011 1.03 2012 1.34
Sono andato a cercare gli utili per azione del passato utilizzando uno studio di Cheuvreux.
Cheuvreux EPS [restated after goodwill] 2003 1.67 2004 1.69 2005 2.84 2006 2.90 2007 2.96 2008 0.92.
Qual'è il punto?
Il punto è che il 2009 è stato una catastrofe nel settore delle assicurazioni auto.
Fra le stravaganze dell'Italia c'è che quando scoppia una recessione esplodono anche le truffe sulle assicurazioni, come se venissero considerate un ammortizzatore sociale.
Il raffronto internazionale è singolare se si considera che, ad esempio, le tariffe assicurative sono molto più alte in Italia.
Tuttavia, sempre a titolo di esempio, i sinistri in Italia sono il doppio di quelli della Francia ed i feriti sono il quintuplo.
Per contro, se le compagnie più attive nel ramo danni (a partire da Fondiaria Sai) riusciranno (con le buone o con le cattive) a bonificare il settore, lo schianto del 2009 potrebbe essere quasi un unicum.
Fra il 2003 ed il 2007 gli utili per azione medi sono stati di 2,41 Euro.
Inoltre, il controllore di Fonsai ha ben note esigenze di cassa che lo spingono a spingere in su i dividendi.
Se ha ragione Goldam Sachs a pensare che Fonsai tornerà sopra l'Euro di utile per azione già l'anno prossimo allora nel 2013, a crisi realisticamente del tutto esaurita, si potranno vedere utili e dividendi non lontani dai livelli pre-crisi.
Per la cronaca, spulciando i dividendi pre-crisi essi sono:
2006 0,95 ord. 1,002 rsp 2007 1,0 ord. 1,052 rsp. 2008 1,10 ord. 1,152 rnc.
Con quotazioni delle risparmio intorno ai 5 Euro (ieri addirittura sotto) un dividendo in prossimità dell'Euro significherebbe un rendimento di una ventina di punti percentuali.
La scommessa è se le assicurazioni torneranno alla profittabilità pre-crisi.
Tuttavia:
A) Basta molto meno per ottenere rendimenti imponenti.
B) Dagli aumenti delle polizze auto del primo trimestre 2010 fatti in maniera piuttosto simultanea da praticamente tutte le compagnie è vistoso come vogliano rifarsi dal crack 2009 con le buone o con le cattive.
C) Il dividendo di quest'anno, che già è enorme, è presumibilmente sia sostenibile che, in prospettiva, destinato a crescere. C'è la questione di un aumento di capitale stile UNIPOL, ma per Ligresti significherebbe allentare la presa su Fonsai ed ha manifestato un'ostilità chiara e netta.
D) Nel 2009 anziché utili è stata registrata una perdita importante, ma il livello del massacro delle quotazioni è impressionante e, realisticamente eccessivo: il 16/4/2007 Fondiaria-Sai rnc arrivò a quotare 30,35 Euro. Ai 4,81 Euro di ieri significa una discesa del -84,15%. E' vero che i minimi non li spacca mai nessuno, è vero che la bonifica del ramo danni è una cosa verosimile, ma non una certezza, ma insomma......
Tassazione rendite finanziarie - Regno Unito
L'ultimo numero di Milano Finanza (uno dei rari giornali che meritino di essere comprati) fa un'analisi interessante sull'aumento della tassazione delle rendite finanziarie del Regno Unito.
Ufficialmente starebbero per passare dal 18% al 28% contro il 12,50% italiano.
In pratica continueranno a restare a livelli ben inferiori a quelli italiani.
Nulla di particolarmente nuovo in realtà, si sa che nel Regno Unito i privati investono principalmente mediante spread trading e CFD (Contract For Difference).
Però alcune cose sul ruolo elusivo di questi strumenti sono spiegate particolarmente bene.
A) Lo spread trading ha la veste giuridica della scommessa ma quanto sia uno strumento per non pagare le tasse con la benedizione delle autorità si vede dal controllore.
Infatti, mentre le altre scommesse sono controllate dai Monopoli di Stato, queste sono soggette ai controlli della loro CONSOB, la Fsa (attualmente in fase di liquidazione per trasferimento dei suoi poteri alla Bank of England).
Un dato che è pubblicato da MiFi è che rappresenta il 90% circa di tutta l'attività del London Stock Exchange (peraltro lo spread trading è tipico dei broker professionali).
B) I CFD rappresentano il residuo 10% dei volumi e sono il tipico strumento utilizzato dai privati (leggendo Di Vittorio sembra che l'acquisto diretto dei titoli praticamente non esista più).
Sono strumenti derivati.
Nella fattispecie le azioni sono acquistate dai broker (che non pagano né le imposte sui bolli dello 0,50% né quelle sui capital gain) e vengono girate ai risparmiatori nella forma di derivati cartolarizzati. Da notare che le imposte sui capital gain partono dai guadagni superiori alle 12.000 sterline l'anno.
I principali operatori di questo tipo di strumento sbarcati in Italia MI PARE che siano:
Svalutazione dell'Euro ed Italia
Le stime del CSC (Centro Studi Confindustria) pubblicate il 24/6/2010 hanno alcuni elementi rari.
Il principale è che presentano una stima della variazione del PIL in Italia legata alla variazione del cambio Euro/US dollar.
La stima di Confindustria è che l'allentamento del cambio dall'1,50 (che era l'ipotesi nello scenario di dicembre) all'1,26 che viene attualmente indicato come rapporto Euro-US dollar nel 2010 significhi una crescita supplementare del PIL italiano dello 0,96% nel 2011 e dello 0,82% nel 2012.
Per calcolare l'impatto delle svalutazioni sulla crescita vengono usati di norma studi dell'OCSE.
Tuttavia, essi riguardano Eurolandia nel suo complesso e riguardano ipotesi di scuola di una svalutazione del 10%.
Questo studio, pur essendo soltanto confindustriale (sarebbe ovviamente meglio se ci fosse un occasional paper della Banca d'Italia) è relativo alla specifica situazione italiana.
Da notare:
A) Questa cosiddetta svalutazione è, in realtà, solo un allentamento della sopravalutazione: le stime dell'OCSE considerano corretta una valutazione di 1,17 sulla base della PPP.
B) Mancano stime relative all'aumento dell'inflazione legato a questo allentamento dell'Euro. Per la Confindustria l'argomento non è particolarmente interessante, ma in sé lo è.
C) L'allentamento in esame è ben superiore al 10% ma le stime di incremento del PIL restano da zero virgola, il che dà il senso di come sia mitizzato il vantaggio competitivo delle svalutazioni.
Investire nelle small cap
Merita uno spazio uno studio del Credit Suisse.
E' importante perché riguarda le small cap, che sono la stragrande maggioranza delle società quotate, pur rappresentando una parte minoritaria della capitalizzazione delle borse.
Evidenzia come un dollaro investito nelle small cap statunitensi il 31/12/1925 alla fine del 2009 sarebbe diventato oltre 12.000 dollari.
Risultato ben migliore rispetto ai quasi 2.600 dollari che sarebbe diventato se investito nelle società più grandi.
In realtà si tratta di una overperformance ANNUALE non stratosferica, di circa due punti percentuali.
L'opinione più diffusa è che le small tendano a far meglio delle grandi essendo usualmente queste ultime già mature e con meno probabilità di espandere ulteriormente le proprie attività, oltre ad avere meno flessibilità.
La durata MEDIA del periodo di overperformance delle small è di circa sei anni.
Da annotare come le small cap sovraperformino le blue chip tanto più quanto più è bassa la volatilità delle borse (misurata attraverso il Vix).
Vale lo stesso discorso per gli spread sul credito: essi (come la volatilità) hanno una correlazione negativa nei confronti delle small cap.
In sostanza: quando i differenziali di rendimento si restringono, le small cap tendono a sovraperformare le aziende più grandi e viceversa.
In pratica, in entrambi i casi si verifica che quando la propensione al rischio è più grande e/o c'è espansione economica le small cap tendono a battere le blue chip.
Aggiornamento sulle stime degli utili delle società quotate
Secondo molte stime nel 2011 gli utili operativi dello Standard & Poor's 500 (il principale indice di borsa USA) eguaglieranno (per alcuni supereranno) il massimo storico del 2007.
Sono stime e vanno prese come tali.
Di certo la ripresa economica negli USA è in corso ed è consistente.
Le quotazioni USA restano lontane dai livelli pre-crisi.
Quelle italiche lontanissime.
Dopo i crack succede spesso che i mercati quotino a sconto sui fondamentali per periodi prolungati.
In questo i comportamenti sui mercati finanziari non sono poi così diversi dai normali comportamenti umani.
Ben pochi pensano seriamente di avere un infarto prima di averlo per davvero, nonostante abbiano parametri allarmanti.
A dispetto di questo, chiunque lo abbia avuto diventa ipersensibile a qualunque cosa riguardi i propri parametri.
In pratica, nella parte in cui si peggiora si continua a non essere preoccupati.
In seguito ci si preoccupa a prescindere, anche se si migliora.
Oggi sono state pubblicate le stime di CONSENSUS raccolte da Reuters Research e relative al FTSE MIB.
Sono particolarmente importanti perché le prime trimestrali dell'anno sono state ampiamente in linea con le previsioni.
E' ovvio che sulla singola azienda le valutazioni sono inevitabilmente approssimative.
Tuttavia, la situazione si è stabilizzata ed il fatto che le stime siano sempre più vicine ai risultati effettivi è una cosa importante.
Tanto più che le stime sono di un trend di crescita importante degli EPS (utili per azione) nel 2010 e 2011.
Ci vorrà tempo perché gli utili tornino a livelli pre-crisi, anche perché in un listino bancocentrico come quello italiano non basta certo un anno di ripresina come quella quella del 2010 per portare le svalutazioni sui crediti ai livelli delle medie storiche.
Vale sempre la pena di ricordare un concetto ripetuto la scorsa settimana anche da Andrea Resti (direttore del Carefin, ossia del Centre for Applied research in Finance dell'Università Bocconi): l'aumento delle sofferenze su crediti avviene in ritardo rispetto alle recessioni.
Per contro, non c'è bisogno di una crescita forte per riportare le sofferenze su crediti ai livelli pre-crisi (peraltro, in Italia eravamo già abituati a crescite rachitiche).
Basta che ci sia una crescita del PIL appena decente fra il 2011 ed il 2013 per riportare le perdite su crediti a livelli pre-crisi e fare schizzare su gli utili.
In ogni caso, queste sono le stime di Reuters Research, basate su previsioni raccolte entro oggi (per Mediobanca si considera che gli esercizi chiudono il 30 giugno):
A2A Stime al 31/12/10 0,10 Stime al 31/12/11 0,11
Ansaldo STS Stime al 31/12/10 0,94 Stime al 31/12/11 1,04
Atlantia Stime al 31/12/10 1,35 Stime al 31/12/11 1,42
Autogrill Stime al 31/12/10 0,47 Stime al 31/12/11 0,57
Azimut Stime al 31/12/10 0,68 Stime al 31/12/11 0,84
Banca Mps Stime al 31/12/10 0,07 Stime al 31/12/11 0,12
Banca Pop Milano Stime al 31/12/10 0,29 Stime al 31/12/11 0,51
Banco Popolare Stime al 31/12/10 0,44 Stime al 31/12/11 0,59
Bulgari Stime al 31/12/10 0,18 Stime al 31/12/11 0,28
Buzzi Unicem Stime al 31/12/10 0,59 Stime al 31/12/11 0,89
Campari Stime al 31/12/10 0,28 Stime al 31/12/11 0,31
Cir Stime al 31/12/10 0,10 Stime al 31/12/11 0,16
Enel Stime al 31/12/10 0,45 Stime al 31/12/11 0,46
Eni Stime al 31/12/10 1,85 Stime al 31/12/11 2,17
Exor Stime al 31/12/10 0,17 Stime al 31/12/11 1,04
Fiat Stime al 31/12/10 0,17 Stime al 31/12/11 0,73
Finmeccanica Stime al 31/12/10 1,14 Stime al 31/12/11 1,26
Fondiaria-Sai Stime al 31/12/10 0,45 Stime al 31/12/11 1,41
Generali Stime al 31/12/10 1,46 Stime al 31/12/11 1,64
Geox Stime al 31/12/10 0,24 Stime al 31/12/11 0,29
Impregilo Stime al 31/12/10 0,19 Stime al 31/12/11 0,26
Intesa Sanpaolo Stime al 31/12/10 0,22 Stime al 31/12/11 0,30
Italcementi Stime al 31/12/10 0,46 Stime al 31/12/11 0,72
Lottomatica Stime al 31/12/10 0,64 Stime al 31/12/11 0,72
Luxottica Stime al 31/12/10 0,94 Stime al 31/12/11 1,09
Mediaset Stime al 31/12/10 0,33 Stime al 31/12/11 0,40
Mediobanca Stime al 31/12/10 0,55 Stime al 31/12/11 0,74
Mediolanum Stime al 31/12/10 0,27 Stime al 31/12/11 0,31
Parmalat Stime al 31/12/10 0,12 Stime al 31/12/11 0,12
Pirelli & C. Stime al 31/12/10 0,03 Stime al 31/12/11 0,04
Prysmian Stime al 31/12/10 0,99 Stime al 31/12/11 1,25
Saipem Stime al 31/12/10 1,65 Stime al 31/12/11 1,82
Snam Rete Gas Stime al 31/12/10 0,28 Stime al 31/12/11 0,29
Stm Stime al 31/12/10 0,57 Stime al 31/12/11 0,79
Telecom Italia Stime al 31/12/10 0,11 Stime al 31/12/11 0,12
Tenaris Stime al 31/12/10 -- Stime al 31/12/11 --
Terna Stime al 31/12/10 0,18 Stime al 31/12/11 0,19
UBI Banca Stime al 31/12/10 0,50 Stime al 31/12/11 0,86
UniCredit Stime al 31/12/10 0,12 Stime al 31/12/11 0,23
Unipol Stime al 31/12/10 0,06 Stime al 31/12/11 0,08
Intesa SanPaolo e Unicredit
I dati pubblicati su Milano Finanza non hanno nulla di particolarmente nuovo, però mettono l'accento su un punto importante, la sottovalutazione di Intesa SanPaolo ed Unicredit.
Sono dati importanti perché circa metà della capitalizzazione della borsa italiana è fatta da cinque giganti soli: Intesa SanPaolo, Unicredit, ENEL, ENI e Generali.
Inoltre, i dati delle due superbanche sono importanti perché fra gli altri titoli principali del listino spiccano altri bancari.
In pratica, quando riprendono gli utili delle due superbanche riprendono quelli di tutto il listino.
Sui target price, che sono sistematicamente incoraggianti, si può anche sorvolare.
Per la cronaca, comunque, il target price medio di Intesa SanPaolo è di 3,18 Euro (1,99 l'ultima quotazione), quello di Unicredit 2,54 Euro (1,56 l'ultima quotazione).
I target del resto non presentano vincoli temporali e sono spesso interessati.
Inoltre i target sono fatti spesso con logiche diverse da quelle esclusivamente inerenti logiche fondamentali.
Come è nell'ordine naturale delle cose, peraltro: le quotazioni girano intorno ai fondamentali ma non li rispecchiano mai.
Del resto i mercati sono aperti tutti i giorni e non ci sono notizie rilevanti tutti i giorni.
Eppure i prezzi cambiano sempre.
Oltretutto la stragrande maggioranza delle compravendite vengono fatte per cercare di azzeccare l'andamento delle quotazioni e non il valore reale delle aziende.
Poiché la stragrande maggioranza delle compravendite non vengono fatte sulla base dei fondamentali sarebbe comunque impossibile che le quotazioni li rispecchiassero sempre.
Altra cosa sono le stime sui bilanci.
Non che queste non possano essere errate o che non possano cambiare le cose.
Tuttavia, le due prime trimestrali del 2010 vanno perfettamente nella positiva direzione prevista.
I 520 milioni di Euro di utili netti di Unicredit ed i 688 milioni di Intesa SanPaolo sono sostanzialmente in linea con i trend previsti.
Da notare che le stime di P/E 2011 sono di 5,9 per Unicredit e di 6,8 per Intesa SanPaolo.
Rispetto ai P/E medi storici del nostro listino (fra 14 e 17) significa una crescita potenziale superiore al 100%.
Anche il rapporto Prezzo/book value (di 0,44 per entrambi) dà il senso di come le quotazioni potrebbero più che raddoppiare senza che i titoli diventino minimamente cari.
Da notare che, con i provvedimenti già presi, sia Unicredit che Intesa SanPaolo rispetterebbero le norme in discussione su Basilea 3 anche se essa andasse a regime nel 2012.
Da notare anche che nelle Considerazioni Finali del Governatore della Banca d'Italia Mario Draghi il riferimento al possibile/probabile slittamento della stessa Basilea 3 era tutt'altro che criptico.
In ogni caso, le due superbanche italiane sarebbero comunque pronte.
E quanto siano credibili le stime sul ritorno ad una redditività non troppo lontana da quella pre-crisi (2007) si vede soprattutto dalla natura dei bilanci.
Attualmente sono zavorrati dal fatto che nel 2008-2009 c'è stata la recessione peggiore del Dopoguerra ed i fallimenti aziendali e l'aumento della disoccupazione hanno fatto marcire troppi crediti verso famiglie ed imprese.
Inoltre, storicamente l'aumento delle sofferenze bancarie è ritardato rispetto alle recessioni.
Questo perché famiglie ed aziende cercano di reggere l'anima con i denti prima di arrendersi.
Ma perché le perdite su crediti tornino nelle medie storiche non c'è nemmeno bisogno di una crescita sostenuta (che in Italia non c'è da tempo immemorabile): la crescita modesta stimata per il 2011-2013 dovrebbe essere ampiamente sufficiente.
Se poi invece si torna in recessione, ovviamente, cambia tutto.
Le finestre a scorrimento sulle pensioni italiane
In pochi mesi sono già tre gli interventi del Governo Berlusconi sulle pensioni italiane (oltre a quelli sulle invalidità).
Segnatamente: variazione dei coefficienti previdenziali, la Sacconi-Tremonti e, appunto, le finestre a scorrimento.
La variazione dei coefficienti di trasformazione previdenziali era prevista già dalla Riforma Dini.
Dopo 10 anni (nel 2005) dovevano essere rivisti per adeguare, al ribasso, l'entità degli assegni previdenziali come risposta all'innalzamento della vita media.
Nel 2005 un altro Governo Berlusconi, troppo vicino alle elezioni politiche, rinviò il problema.
Il successivo Governo Prodi introdusse le variazioni triennali.
Nel gennaio del 2010 il Governo Berlusconi ha applicato il principio della variazione dei coefficienti che riduce le pensioni dei pensionati futuri (non di quelli in essere).
Poi c'è stata la Sacconi-Tremonti che ha agganciato (dal 2015 e partendo da un'innalzamento di massimo tre mesi in quella data, salvo poi andare a pieno regime) le età di pensionamento all'innalzamento della vita media.
La Sacconi-Tremonti ha in qualche modo rovesciato l'approccio.
Affronta lo stesso "problema" (sempre che l'innalzamento della vita media sia tale) scaricandolo sull'innalzamento dell'età previdenziale anziché sulla riduzione degli assegni.
Concettualmente è un lavorare di più per essere pagati di più in fase di pensionamento (nella pratica diventa un lavorare di più per non essere pagati di meno).
Il decreto legge appena varato dal Governo Berlusconi introduce la terza modifica fatta da questo governo in tema previdenziale (in pochi mesi).
Altri interventi riguardano le invalidità, sia con misure di contrasto verso le false invalidità che colpendo VERE invalidità con l'aumento della percentuale necessaria ad ottenere la pensione.
Da notare come una norma del decreto vada a colpire solo ed esclusivamente i VERI invalidi perché aumentare la percentuale di invalidità che determina l'erogazione delle pensioni colpisce esclusivamente quelli che si comportano correttamente e si propongono con certificati veri.
Se sono falsificati, aumentare l'invalidità di qualche punto percentuale non è, ovviamente, un problema rilevante.
Dal punto di vista dell'intervento sulle pensioni di invalidità ci sono nobili aspirazioni di contrasto alle false invalidità (che nessuna persona onesta potrebbe contestare) ma anche interventi che, appunto, vanno a colpire solo i VERI invalidi.
Dal punto di vista delle età di pensionamento, se il decreto viene approvato, le finestre a scorrimento permetteranno ai lavoratori dipendenti pubblici e privati di andare in pensione 12 mesi dopo la maturazione dei requisiti (contro gli attuali 9).
Per i lavoratori autonomi il momento della pensione verrà spostato a 18 mesi dopo la maturazione dei requisiti (a fronte degli attuali 15).
C'è stato un margine di dubbio sui soggetti con oltre 40 anni di contributi.
Tuttavia, nel testo finale si evidenzia come i nuovi termini valgano anche per loro.
Dal nuovo sistema di finestre vengono "salvati" coloro che maturano i requisiti per la pensione entro il 31/12/2010.
Spesa pubblica in Italia
Ieri, con le Considerazioni Finali del Governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, sono finalmente arrivati una serie di dati molto attesi sulla finanza pubblica italiana.
Spicca come la manovra correttiva in atto, pure se fosse interamente fatta sul lato della riduzione della spesa pubblica, non riuscirebbe nemmeno a coprire l'incremento della spesa recentemente avvenuto.
Peraltro, mentre l'entità della manovra è nota (l'1,6% del PIL), non è noto quanta parte di essa sia fatta realmente di tagli delle spese e quanta di incrementi delle entrate.
Questo perché non è possibile sapere quanta parte dei trasferimenti agli enti locali si tradurrà in riduzione della spesa pubblica e quanta parte andrà ad incrementare la pressione fiscale complessiva.
La relazione annuale della nostra banca centrale evidenzia questi dati in rapporto al PIL (fra parentesi la spesa per interessi):
2000 Entrate 45,4% Spese 47,4% (6,3%) Deficit 2,0% Debito 109,2%
2001 Entrate 45,0% Spese 48,1% (6,3%) Deficit 3,1% Debito 108,8%
2002 Entrate 44,5% Spese 47,4% (5,5%) Deficit 2,9% Debito 105,7%
2003 Entrate 45,1% Spese 48,6% (5,1%) Deficit 3,5% Debito 104,4%
2004 Entrate 44,5% Spese 48,0% (4,7%) Deficit 3,5% Debito 103,8%
2005 Entrate 44,2% Spese 48,5% (4,6%) Deficit 4,3% Debito 105,8%
2006 Entrate 45,8% Spese 49,2% (4,6%) Deficit 3,3% Debito 106,5%
2007 Entrate 46,9% Spese 48,4% (5,0%) Deficit 1,5% Debito 103,5%
2008 Entrate 46,7% Spese 49,4% (5,2%) Deficit 2,7% Debito 106,1%
2009 Entrate 47,2% Spese 52,5% (4,7%) Deficit 5,3% Debito 115,8%
Da notare come, dopo un decennio buttato via sul piano della riduzione della spesa pubblica, l'incremento della stessa sia concentrato nel passato biennio.
Dal 2007 al 2009 l'incremento è stato del 4,1% in termini assoluti e del 4,4% come spesa primaria (al netto degli interessi).
Nulla di particolarmente strano, venendo da quella che è stata di gran lunga la recessione peggiore del dopoguerra, però occorrono interventi correttivi importanti.
Da notare come l'Italia abbia raggiunto l'avanzo primario (l'attivo di bilancio prima degli interessi) ai tempi del primo Governo Amato (1992) e lo abbia sostanzialmente mantenuto negli ultimi 18 anni.
In pratica, se l'Italia si fosse comportata sempre come negli ultimi 18 anni il debito pubblico in Italia non sarebbe nemmeno mai nato.
Questo dà bene il senso di come non sia stata certo l'ultima generazione a creare il problema.
Da notare i dati sugli avanzi primari dell'ultimo decennio, pubblicati anch'essi ieri (nel 2009 la crisi ha determinato un marginale deficit primario, la manovra serve anche per questo):
2000 +4,3%
2001 +3,2%
2002 +2,7%
2003 +1,6%
2004 +1,2%
2005 +0,3%
2006 +1,3%
2007 +3,5%
2008 +2,5%
2009 -0,6%
Nelle Considerazioni Finali di ieri Draghi ha evidenziato come la crisi si sia scaricata principalmente sui giovani ed ha dato una statistica sostanzialmente ignorata dai telegiornali: nell'ultimo trentennio, a fronte di un incremento della speranza di vita dei sessantenni italiani di oltre 5 anni, si stima che l'età media effettiva di pensionamento del settore privato sia salita in Italia di circa 2 anni, attorno ai 61.
In pratica ha evidenziato come tante riforme, così ansiogene per l'opinione pubblica, non abbiano adeguato significamente l'età di pensionamento dei privati.
In realtà, le riforme si sono scaricate dal punto di vista delle età sul settore pubblico (che è quello in cui si concentravano e si concentrano ancora gli abusi).
Inoltre, vorrei far presente come il passaggio dal retributivo al contributivo abbia creato un sistema che, a regime, va in equilibrio da solo, ma con pensioni potenzialmente più basse (e che lo saranno di sicuro senza incrementi adeguati delle età di pensionamento).
A regime va in equilibrio da solo perché il sistema contributivo è dato dall'equivalenza fra contributi erogati e pensioni ottenute, senza "regali" fatti dal debito pubblico, quindi dalle generazioni future.
Tuttavia, la riforma Tremonti-Sacconi (che parte in maniera parziale dal 2015 e che porta incrementi automatici delle età di pensionamento legate all'aumento della vita media) cambia l'impostazione.
In sostanza: aumenta automaticamente l'età di pensionamento ma evita che l'aumento della vita media riduca ulteriormente gli importi delle pensioni.
Quando Draghi, come ieri, sollecita per l'ennesima volta un aumento delle età di pensionamento lo fa in costanza di sistema contributivo.
In sostanza, continua a chiedere di lavorare di più per guadagnare di più di quanto non accadrebbe senza interventi.
Da ricordare che l'Italia ha una percentuale di occupati rispetto alla popolazione potenzialmente attiva straordinariamente bassa.
Questo accade anche perché in Italia si entra mediamente più tardi sul mercato del lavoro e si è usciti spesso prima.
I dati della Banca d'Italia di ieri evidenziavano 23.025.000 occupati in un paese che ha superato i sessanta milioni di abitanti.
Sostanzialmente in Italia lavora uno su tre (poi, ovviamente ci sono quelli in nero).
Il problema degli interventi correttivi sul bilancio è che possono rallentare la crescita.
E' normale che in una fase come questa gli interventi dei governi vadano a toccare la previdenza perché tenere la gente di più al lavoro è un tipo di provvedimento espansivo e non certo recessivo (per la cronaca, nel Regno Unito stanno parlando di pensionamento a 70 anni).
Gli altri interventi si stanno concentrando, in praticamente tutte le nazioni, sui dipendenti pubblici.
Intanto perché nei paesi postindustrializzati la spesa pubblica primaria è principalmente pensioni e dipendenti pubblici, quindi l'intervento avviene dove c'è il grosso della spesa.
Ma non si tratta solo di questo.
Lorenzo Bini Smaghi (fiorentino, membro dell'Esecutivo della Banca Centrale Europea) in un intervento sul Corriere della Sera del 27/5/2010 ha evidenziato come gli incrementi degli stipendi del settore pubblico siano stati generalmente più alti di quelli del settore privato.
In Italia meno che in altri paesi, tuttavia il disallineamento è stato significativo con un aumento del 43% dei salari pubblici contro il 25% di quelli privati tra il 1998 ed il 2008.
Bini Smaghi ha evidenziato che se l'incremento delle retribuzioni del settore pubblico fosse stato in linea con quello delle retribuzioni private il deficit italiano dello scorso anno sarebbe stato appena sopra il 3% del PIL ed il debito pubblico intorno al 102% del PIL, ben 13 punti percentuali in meno di quanto è invece successo.


