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Spesa pubblica in Italia

di borsa-finanza00com (01/06/2010 - 11:05)

Ieri, con le Considerazioni Finali del Governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, sono finalmente arrivati una serie di dati molto attesi sulla finanza pubblica italiana.

Spicca come la manovra correttiva in atto, pure se fosse interamente fatta sul lato della riduzione della spesa pubblica, non riuscirebbe nemmeno a coprire l'incremento della spesa recentemente avvenuto.

Peraltro, mentre l'entità della manovra è nota (l'1,6% del PIL), non è noto quanta parte di essa sia fatta realmente di tagli delle spese e quanta di incrementi delle entrate.

Questo perché non è possibile sapere quanta parte dei trasferimenti agli enti locali si tradurrà in riduzione della spesa pubblica e quanta parte andrà ad incrementare la pressione fiscale complessiva.

La relazione annuale della nostra banca centrale evidenzia questi dati in rapporto al PIL (fra parentesi la spesa per interessi):

2000 Entrate 45,4% Spese 47,4% (6,3%) Deficit 2,0% Debito 109,2%

2001 Entrate 45,0% Spese 48,1% (6,3%) Deficit 3,1% Debito 108,8%

2002 Entrate 44,5% Spese 47,4% (5,5%) Deficit 2,9% Debito 105,7%

2003 Entrate 45,1% Spese 48,6% (5,1%) Deficit 3,5% Debito 104,4%

2004 Entrate 44,5% Spese 48,0% (4,7%) Deficit 3,5% Debito 103,8%

2005 Entrate 44,2% Spese 48,5% (4,6%) Deficit 4,3% Debito 105,8%

2006 Entrate 45,8% Spese 49,2% (4,6%) Deficit 3,3% Debito 106,5%

2007 Entrate 46,9% Spese 48,4% (5,0%) Deficit 1,5% Debito 103,5%

2008 Entrate 46,7% Spese 49,4% (5,2%) Deficit 2,7% Debito 106,1%

2009 Entrate 47,2% Spese 52,5% (4,7%) Deficit 5,3% Debito 115,8%

Da notare come, dopo un decennio buttato via sul piano della riduzione della spesa pubblica, l'incremento della stessa sia concentrato nel passato biennio.

Dal 2007 al 2009 l'incremento è stato del 4,1% in termini assoluti e del 4,4% come spesa primaria (al netto degli interessi).

Nulla di particolarmente strano, venendo da quella che è stata di gran lunga la recessione peggiore del dopoguerra, però occorrono interventi correttivi importanti.

Da notare come l'Italia abbia raggiunto l'avanzo primario (l'attivo di bilancio prima degli interessi) ai tempi del primo Governo Amato (1992) e lo abbia sostanzialmente mantenuto negli ultimi 18 anni.

In pratica, se l'Italia si fosse comportata sempre come negli ultimi 18 anni il debito pubblico in Italia non sarebbe nemmeno mai nato.

Questo dà bene il senso di come non sia stata certo l'ultima generazione a creare il problema.

Da notare i dati sugli avanzi primari dell'ultimo decennio, pubblicati anch'essi ieri (nel 2009 la crisi ha determinato un marginale deficit primario, la manovra serve anche per questo):

2000 +4,3%

2001 +3,2%

2002 +2,7%

2003 +1,6%

2004 +1,2%

2005 +0,3%

2006 +1,3%

2007 +3,5%

2008 +2,5%

2009 -0,6%

Nelle Considerazioni Finali di ieri Draghi ha evidenziato come la crisi si sia scaricata principalmente sui giovani ed ha dato una statistica sostanzialmente ignorata dai telegiornali: nell'ultimo trentennio, a fronte di un incremento della speranza di vita dei sessantenni italiani di oltre 5 anni, si stima che l'età media effettiva di pensionamento del settore privato sia salita in Italia di circa 2 anni, attorno ai 61.

In pratica ha evidenziato come tante riforme, così ansiogene per l'opinione pubblica, non abbiano adeguato significamente l'età di pensionamento dei privati.

In realtà, le riforme si sono scaricate dal punto di vista delle età sul settore pubblico (che è quello in cui si concentravano e si concentrano ancora gli abusi).

Inoltre, vorrei far presente come il passaggio dal retributivo al contributivo abbia creato un sistema che, a regime, va in equilibrio da solo, ma con pensioni potenzialmente più basse (e che lo saranno di sicuro senza incrementi adeguati delle età di pensionamento).

A regime va in equilibrio da solo perché il sistema contributivo è dato dall'equivalenza fra contributi erogati e pensioni ottenute, senza "regali" fatti dal debito pubblico, quindi dalle generazioni future.

Tuttavia, la riforma Tremonti-Sacconi (che parte in maniera parziale dal 2015 e che porta incrementi automatici delle età di pensionamento legate all'aumento della vita media) cambia l'impostazione.

In sostanza: aumenta automaticamente l'età di pensionamento ma evita che l'aumento della vita media riduca ulteriormente gli importi delle pensioni.

Quando Draghi, come ieri, sollecita per l'ennesima volta un aumento delle età di pensionamento lo fa in costanza di sistema contributivo.

In sostanza, continua a chiedere di lavorare di più per guadagnare di più di quanto non accadrebbe senza interventi.

Da ricordare che l'Italia ha una percentuale di occupati rispetto alla popolazione potenzialmente attiva straordinariamente bassa.

Questo accade anche perché in Italia si entra mediamente più tardi sul mercato del lavoro e si è usciti spesso prima.

I dati della Banca d'Italia di ieri evidenziavano 23.025.000 occupati in un paese che ha superato i sessanta milioni di abitanti.

Sostanzialmente in Italia lavora uno su tre (poi, ovviamente ci sono quelli in nero).

Il problema degli interventi correttivi sul bilancio è che possono rallentare la crescita.

E' normale che in una fase come questa gli interventi dei governi vadano a toccare la previdenza perché tenere la gente di più al lavoro è un tipo di provvedimento espansivo e non certo recessivo (per la cronaca, nel Regno Unito stanno parlando di pensionamento a 70 anni).

Gli altri interventi si stanno concentrando, in praticamente tutte le nazioni, sui dipendenti pubblici.

Intanto perché nei paesi postindustrializzati la spesa pubblica primaria è principalmente pensioni e dipendenti pubblici, quindi l'intervento avviene dove c'è il grosso della spesa.

Ma non si tratta solo di questo.

Lorenzo Bini Smaghi (fiorentino, membro dell'Esecutivo della Banca Centrale Europea) in un intervento sul Corriere della Sera del 27/5/2010 ha evidenziato come gli incrementi degli stipendi del settore pubblico siano stati generalmente più alti di quelli del settore privato.

In Italia meno che in altri paesi, tuttavia il disallineamento è stato significativo con un aumento del 43% dei salari pubblici contro il 25% di quelli privati tra il 1998 ed il 2008.

Bini Smaghi ha evidenziato che se l'incremento delle retribuzioni del settore pubblico fosse stato in linea con quello delle retribuzioni private il deficit italiano dello scorso anno sarebbe stato appena sopra il 3% del PIL ed il debito pubblico intorno al 102% del PIL, ben 13 punti percentuali in meno di quanto è invece successo.

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