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Il calo delle pensioni future (sono collegate al PIL, che è notoriamente in calo)

di borsa-finanza00com (08/07/2009 - 21:44)

La recessione di proporzioni immani che è attualmente in atto avrà un impatto forte sulle pensioni.
L'attuale sistema previdenziale italiano è oggettivamente solido perché è costruito sempre più sul sistema contributivo e sempre meno su quello retributivo.
Come evidenzia il nome, il sistema contributivo è concettualmente basato sull'equivalenza fra contributi versati e pensioni erogate.
Questo fa in modo che il sistema vada in equilibrio da solo, anche se a costo di assegni previdenziali modesti.
Diverso è il sistema retributivo, in cui la base è l'ultima retribuzione.
Chi beneficia, in tutto od in parte, del retributivo, incassa nella quasi totalità dei casi di più di quanto gli spetterebbe in rapporto a ciò che ha versato.
Quel di più viene pagato dagli altri.
Mentre i conti del sistema contributivo vanno in equilibrio da soli, non è ovviamente così per il retributivo.
Il retributivo inoltre si è sempre prestato ad abusi come una quantità immane di straordinari nell'ultimo anno od un accordo fittizio con il datore di lavoro per un aumento nell'ultimo anno (tanto pagava Pantalone).
Oggettivamente il contributivo è più onesto ed è particolarmente adatto all'Italia per la semplicissima ragione che l'ente previdenziale non può sapere con certezza se evadi i contributi o meno, quello che può invece sapere è, al momento in cui raggiungi l'età del pensionamento, se hai pagato o meno i contributi.
In sostanza, mentre evadere imposte e tasse è eticamente deprecabile ma può avere un senso (della serie: scuola, sanità, polizia eccetera ci sono lo stesso anche se io evado) se evadi i contributi lo fai togliendo risorse ad un fondo intestato a te medesimo.
Da quel punto di vista l'introduzione del sistema contributivo (fatto dal Governo Dini del 1995 con una singolare maggioranza parlamentare fatta sostanzialmente dai partiti che avrebbero poi formato il PD e dalla Lega) diede un colpo formidabile all'evasione contributiva.
Questo non nel senso che la ridusse (forse lo fece, ma non è dimostrabile) bensì nel senso che detta evasione venne "sterilizzata".
Più propriamente: se evadi vieni punito per il semplicissimo fatto che l'ente previdenziale anche se non sa se hai evaso sa benissimo che cosa hai versato.
Questo fu un aspetto sostanzialmente rivoluzionario in un paese che notoriamente spicca come evasione e nel quale non è tanto fuori misura la pressione fiscale, quanto proprio la pressione contributiva.
Questo a causa della doppia anomalia di venire, storicamente, da età di pensionamento particolarmente basse rispetto agli altri paesi avendo in contemporanea una vita media più lunga degli altri.
L'introduzione del sistema contributivo ha avuto, per queste semplicissime ragioni, grandissimi meriti.
Questo sebbene fosse, per certi aspetti, una riforma virtuale.
Virtuale nel senso che non c'era nessunissima possibilità, nemmeno simbolica, che il nostro Stato fosse in grado di continuare ad erogare sine die le pensioni con il retributivo.
Si sarebbe comunque arrivati al punto che le pensioni non potevano essere pagate, il che rese l'intervento dell'epoca inevitabile, data l'assoluta insostenibilità del modello precedente.
E' da ricordare che l'attuale sistema si sta trasformando pienamente nel sistema contributivo, ma la trasformazione è tuttora in divenire, nonostante tutti questi anni.
Per coloro che rientrano nell'applicazione del metodo contributivo (ossia i neoassunti dall'1/1/1996) e per una buona parte di coloro che ricadono nel metodo misto (ossia chi al 31/12/1995 era già occupato ma non aveva ancora maturato oltre diciotto anni di contributi) la pensione viene calcolata moltiplicando il montante dei contributi versati per un coefficiente di trasformazione rapportato all'età dell'assicurato al momento del pensionamento.
Il montante è costituito dai contributi versati sia dal dipendente che dal datore di lavoro (o dal solo lavoratore autonomo).
L'importo contributivo viene poi rivalutato al 31/12 di ogni anno sulla base di un tasso annuo di capitalizzazione virtuale che è pari alla media del PIL nominale degli ultimi 5 anni: è di tutta evidenza che un paese in recessione riduce la media quinquennale.
Del resto, l'andamento del PIL è l'unico parametro serio utilizzabile perché è quello più rilevante per la sostenibilità del sistema.
Ma l'attuale andamento del PIL italiano è terrificante: se si fanno i raffronti utilizzando i ciclici rapporti sulle tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario della Ragioneria Generale dello Stato e si confrontano con le stime sul PIL fatte da Bank'Italia, Fondo Monetario Internazionale ed OCSE il quadro è pesante.
Nel senso che, è vero che le stime sono stime, ma qui si parla di un 10% circa di PIL in meno nel triennio 2008-2010 in Italia rispetto alle stime che giravano nel 2007.
Sostanzialmente, si stimava che nel triennio 2008-2010 il PIL italico dovesse crescere complessivamente intorno ai quattro punti percentuali, mentre ne perderà una mezza dozzina (stando alle stime dell'FMI di oggi, anche qualcosina di più...).
Questo riduce drasticamente le stime sul tasso di sostituzione, ossia il rapporto fra prima pensione ed ultimo stipendio.
Che va ulteriormente rivisto a causa dell'allungamento della vita.
Se si va sul sito dell'ISTAT (merita sempre) si vede che negli ultimi 19 anni in Italia la vita media ha continuato ad allungarsi di circa 4.
Si allunga più lentamente rispetto ai decenni precedenti, ma i trentenni d'oggi (me compreso peraltro, anche se io mi ritirerò dal lavoro molto prima con i soldi miei, sebbene abbia l'idea di continuare a pagare i contributi anche essendo già "pensionato privato") dovrebbero entrare nell'ordine di idee di dover andare in pensione una mezza decina di anni dopo rispetto a quello che dicono le tabelle attuali.
Oppure di subire un taglio dell'assegno che compensi il fatto che con l'allungamento della vita media ne possono usufruire per un periodo significativamente più lungo.
Da notare che l'allungamento della vita media determina modifiche di rilievo anche a breve.
Questo per la revisione dei coefficienti di conversione in rendita dei capitali accumulati che sono un meccanismo fondamentale del sistema contributivo per adeguare detti coefficienti all'allungamento della vita.
Fissati dalla Riforma Dini, avrebbero dovuto essere rivisti ogni 10 anni, quindi nel 2005, quando il Governo Berlusconi li fece slittare.
I nuovi coefficienti entreranno in vigore l'1/1/2010 ed a regime saranno rivisti con cadenza triennale.
L'effetto è un'ulteriore riduzione delle pensioni percepite stimabile nella misura di un 6-7% rispetto ai già modesti importi determinati dai coefficienti attuali.
Fra calo del PIL, ricalcolo dei coefficienti dell'1/1/2010 e continuo (ed auspicabile, peraltro) allungamento della vita media c'è la seria e triste possibilità che il raggiungimento di una pensione pari al 50% dell'ultimo stipendio comporti ben altro del 65° come anno di pensionamento.

P.S.
Dispiace trattare argomenti tristi.
Tanto più che in Italia ci sono ancora i ricordi di età di pensionamento surreali.
Però domani faccio il 36° compleanno e mi sono messo a fare un pò di "compiti".
Personalissimamente il mio trend (e/o le mie prospettive) è molto promettente anche perché è andata parecchio bene in borsa nella prima metà di quest'anno (e sia benedetta in particolare Toscana Finanza, che si occupa di RECUPERO CREDITI e che sta facendo utili a tutto spiano).
E devo dire che ad ottobre 2008, quando il vertice del Fondo Monetario Internazionale strillava "SIAMO SULL'ORLO DELLA CATASTROFE FINANZIARIA GLOBALE" e Draghi aveva occhiaie da notti insonni ero molto meno tranquillo.
Oltre al memorabile panic selling che si è interrotto solo il 9 marzo di quest'anno.
Ma se si hanno in mente le pensioni delle generazioni precendenti sarà il caso di ricordare che noi in pensione pubblica ci andremo (sperando di non schiattare prima, s'intende) sulla base dei contributi versati.
Non solo non avremo regali supplementari, ma dovremo pagare anche quella consistente parte di debito pubblico che è stata costruita da quei regali.

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