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Riforma pensioni Tremonti Sacconi

di borsa-finanza00com (22/10/2009 - 15:13)

 

Il 3/8/2009 il Governo Berlusconi è intervenuto completando l'intervento del Governo Prodi (fatto con il protocollo del welfare del 2007), che introduceva degli automatismi.
Questi automatismi facevano in modo che ogni triennio vengano cambiati i coefficienti di conversione utilizzati per effettuare la trasformazione del montante contributivo in rendita previdenziale.
In sostanza: il montante contributivo, praticamente i contributi versati (e rivalutati) a cui si è giunti nel momento in cui si va in pensione, viene moltiplicato per un coefficiente.
Poiché la struttura del sistema contributivo è fondata sull'equivalenza fra i contributi da una parte e la pensione erogata dall'altra (ed è esattamente questo che lo rende strutturalmente solido), questo coefficiente deve tener conto dell'innalzamento della vita media.
Con l'innalzamento della vita media il coefficiente va abbassato per ridurre l'assegno previdenziale e ricreare l'equilibrio del sistema.
In pratica: poiché vengono pagate pensioni per più anni, farle pagare per un importo inferiore fa in modo che il denaro complessivamente erogato sia equivalente.
L'intervento del Governo Prodi nel 2007 era in linea con lo spirito della Riforma Dini, fatta nel 1995 e che introduceva il sistema contributivo a partire dal 1996 portandolo a regime piano piano (a livello definitivo solo nel 2015, anche se tutte le pensioni diverranno definitivamente contributive solo nel 2034).
Detta riforma prevedeva che i coefficienti venissero rivisti ogni decennio, a partire dal 2005.
Nel 2005 l'allora Governo Berlusconi, forse spaventato da elezioni troppo vicine, fece "saltare un giro".
Si è arrivati all'intervento del Governo Prodi del 2007 che ha reso la revisione dei coefficienti triennale.
Revisione che, si badi bene, ci sarà comunque nel 2010 nonostante la rivoluzione Tremonti-Sacconi.
Tuttavia, la definizione di rivoluzione non è impropria (sebbene sia stata infilata in un emendamento solo, oltretutto messo in uno dei tanti decreti del 2009), visto che viene cambiata completamente la logica di queste revisioni per il futuro.

Quella della Riforma Dini era basata su una logica semplice:
A) Il sistema deve essere strutturalmente in equilibrio e questo viene prima di tutto.
B) Se si innalza la vita media, affinché lo Stato eroghi complessivamente gli stessi importi, dovrà erogare nei singoli anni importi inferiori.
C) Si spinge sulla previdenza integrativa, in maniera tale che ognuno possa organizzarsi come meglio crede. Andare in pensione in anticipo sarà un lusso, ma il più possibile un "lusso accessibile".

La rivoluzione Tremonti-Sacconi si basa a sua volta su una logica semplice:
A) Il sistema deve essere strutturalmente in equilibrio e questo viene prima di tutto.
B) Se si innalza la vita media, si sposta in là l'età del pensionamento. Questo permette di non ridurre gli assegni anche se con il "costo" di lavorare di più.
C) Questo è reso necessario anche dal fatto che la previdenza integrativa non la sta facendo quasi nessuno. Sebbene questo intervento limiti le possibilità di scelta dei cittadini, innalzare d'autorità e per tutti l'età di pensionamento permette di mantenere l'equilibrio del sistema e di avere pensionati più vecchi ma con più denaro.

Il meccanismo di questa rivoluzione è semplice:
dal 2015 scatterà il legame automatico fra età di pensionamento ed aspettative di vita (certificate dall'ISTAT e con con riferimento all'allungamento della vita media nel quinquennio precedente).
Il ricalcolo verrà effettuato ogni 5 anni.

Da notare che l'adeguamento dovrebbe riguardare sia le pensioni di anzianità che quelle di vecchiaia.
Questo punto dovrà essere chiarito nel decreto di attuazione di questa normativa (la cui emanazione dovrà avvenire nel 2014).
Se, com'è ormai consolidata abitudine, la speranza di vita aumenterà, si dovrà andare in pensione più tardi.
Tuttavia, solo un decreto ministeriale (che verrà pubblicato, appunto, nel 2014) stabilirà di quanto più tardi.
In ogni caso, in sede di prima applicazione, ossia nel 2015, il primo incremento sarà di soli tre mesi.
Per gli altri incrementi presumibilmente il governo opterà per un innalzamento simmetrico fra speranza di vita ed età di pensionamento.
Da notare che secondo le elaborazioni Progetica, che è di gran lunga l'istituto più autorevole del settore, con l'attuale andamento fra il 2030 ed il 2035 dovrebbero sparire le pensioni di anzianità (che sono quelle legate alla vita lavorativa) restando solo quelle di vecchiaia, che sono legate all'età anagrafica ed il cui requisito minimo è già di 65 anni.
Donne: la Tremonti-Sacconi prevede anche l'equiparazione (solo per il pubblico impiego e su pressioni europee) dell'età di pensionamento fra uomini e donne.
Fino ad oggi l'età di pensionamento era di 65 anni per i maschi e 60 per le femmine.
Ora viene equiparata a 65 per entrambi.
Questo con un avvicinamento graduale all'obiettivo.
L'anno prossimo le statali potranno smettere di lavorare a 61 anni invece di 60.
Poi ci saranno scatti di un anno ogni due fino a raggiungere i 65 nel 2018.
Attualmente l'equiparazione non è estesa al settore privato sebbene, ovviamente, si apra un varco in quella direzione.
Direzione che, in realtà, non è la più rilevante.
Nel settore privato attualmente l'andare in pensione in anticipo per le donne ha come conseguenza assegni più bassi.
La discriminazione vera non è in questo poiché l'intervento dei coefficienti di trasformazione fa in modo che ad un'età più bassa di pensionamento con il contributivo corrispondano assegni più bassi per determinare un'erogazione complessiva equivalente.
La discriminazione rispetto alle assicurazioni private piuttosto è data dal fatto che nelle assicurazioni private la logica è che, poiché le femmine vivono mediamente di più, occorre che, a parità di età di pensionamento, l'erogazione sia comunque più bassa.
Invece nel nostro sistema pubblico quando l'età di pensionamento è la stessa l'assegno erogato è lo stesso, senza tener conto della maggiore longevità femminile media.
Non è detto che sarà sempre così, anche perché il sistema contributivo, essendo basato sull'equivalenza fra contributi da un lato e pensioni dall'altro, è strutturalmente in equilibrio, ma con un distinguo di genere.
In pratica, è in attivo per la parte maschile ed in passivo per quella femminile.
Non è detto che sia destinato ad essere sempre così.
In ogni caso, sarà una scelta politica, non economica.
Nulla esclude che la politica, nel tempo, mantenga questa situazione senza incorporare nel calcolo dei coefficienti la maggiore longevità media femminile.
Così come, del resto, nulla esclude il contrario.

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