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Bonus ai manager e danni della politica

di borsa-finanza00com (17/10/2009 - 20:01)

 

Da molti mesi impera la tesi dei politici che la crisi del sistema bancario, a partire da quello USA, sia stata determinata dall'avidità di banchieri a caccia di bonus.
Tesi popolare e, realisticamente, sostenuta per questo.
Tesi che ha, verosimilmente, un fondamento di verità.
Tuttavia, tuttora, non esistono fatti a sostegno.
Al contrario, esistono importati prove a discapito.
C'è uno studio di Rene Stulz e di Rüdiger Fahlenbrach (della Ohio State University) che evidenzia come il correre rischi eccessivi fosse controproducente per gli stessi manager.
E' noto che Richard Fuld, CEO di Lehman Brothers, ha accusato una perdita di quasi un miliardo di dollari a causa della perdita di valore della sua partecipazione.
Sanford Weill di Citigroup ha perso sostanzialmente la metà di detta somma.
In questa ricerca emerge che le banche i cui amministratori avevano più azioni hanno ottenuto un andamento peggiore rispetto a quelle i cui amministratori delegati ne avevano meno.
Ossia si è trattato di una incapacità di comprendere la reale situazione, anziché di avidità.
Aggiungerei che è ancora più significativo il caso di Magnoni, responsabile europeo di Lehman, che ha continuato ad investire anche negli ultimi tre giorni precedenti il crack.
Sostiene che gli sembrava impossibile che l'azione potesse quotare 3 $ a fronte di un valore patrimoniale stimato dieci volte di più.
Sostiene anche che gli sembrava impossibile che dovessero portare sul serio i libri in tribunale.
Ce li ha dovuti portare lui stesso.......
Sono fatti che indicano una incapacità assoluta di prevedere la violentissima crisi di liquidità che li avrebbe stritolati, ma non avidità o danni determinati dai bonus.
Una ricerca di Viral V. Acharya e Matthew Richardson della New York University (pubblicata da Critical Review)  dimostra che i titoli assistiti da ipoteca che sono stati acquistati dai dipendenti delle banche avevano, nell'81% dei casi, un rating AAA.
Ovviamente, titoli con il rating massimo avevano rendimenti più bassi rispetto a quelli ottenibili con rating inferiori, ma sempre all'interno dell'investment grade.
Per non parlare dei titoli spazzatura.
Se fossero stati mossi da avidità non avrebbero puntato così massicciamente sul massimo del rating.
Non solo, è interessante vedere perché le banche erano spinte ad acquistare titoli assistiti da ipoteca.
Va detto che è la normativa di Basilea (fissata dagli organi di vigilanza del G20) a regolare le partecipazioni al capitale sociale delle banche commerciali.
Gli organi statunitensi, emendando gli accordi di Basilea I del 1988, hanno emanato la Recourse Rule nel 2001.
Questa normativa costringe le banche USA a possedere un margine di capitale sia sui mutui ipotecari che sui prestiti personali superiore al margine sui titoli assistiti da ipoteca che abbiano rating AA od AAA.
Nel 2007, direttive analoghe presenti negli accordi di Basilea II hanno iniziato ad essere adottate pure dagli altri membri del G20.
Sono state queste normative a determinare grandiose opportunità di guadagno per gli istituti bancari che muovevano il proprio portafoglio da mutui e prestiti commerciali a questi titoli assistiti da ipoteca.
Su questo sono scattate valutazioni diverse di fronte allo stesso incentivo.
Ad esempio, Citigroup ha considerato il rapporto rischio/rendimento favorevole e ci si è tuffata, Jp Morgan Chase no.
Ma è stata la politica a creare la trappola in cui sono cadute numerose istituzioni bancarie.
E' stata la politica ad eliminare il Glass Steagall Act nel 1999.
Peraltro, il Glass Steagall Act (che stabiliva, fra l'altro, la separazione fra banche d'affari e commerciali) fu creata nel 1933 sulla scia della grande crisi finanziaria partita nel 1929.
Oltretutto fu Bill Clinton, del Partito Democratico, a volerne la cancellazione, anche se poi fu votata più da esponenti del Partito Repubblicano che non del Partito Democratico.
Ed è stata la politica USA, nel 2004, a portare la leva che potevano usare le banche USA da 1-10 ad 1-30.
Quando la politica oggi interviene per regolare l'attività bancaria presentandosi come salvatrice del mondo dai banchieri cattivoni omette un piccolo dettaglio.
Ossia che è stata la stessa politica a creare trappole e danni enormi negli ultimi 10 anni.
E che non c'è nessuna garanzia che un aumento di peso della politica nell'attività bancaria ne migliori i risultati, anzi.
Nel caso italiano, poi, le probabilità che la futuribile Banca del Sud non sia un carrozzone sono sostanzialmente pari a quelle che ci sia una tempesta di grandine nella parte equatoriale del Sahara durante un giorno di ferragosto.  
Occorre ricordare che non è vero che non si sono state banche al Sud.
Ce ne sono state eccome, peccato che siano state distrutte proprio dal magna magna politico.
Senza contare che i meccanismi del credito sono spinti a comportamenti virtuosi dalle esigenze del mercato.
In pratica, se una banca realmente privata non eroga credito ad un soggetto meritevole di ottenerlo subisce un danno economico determinato dal fatto che, se lo avesse erogato, ci avrebbe guadagnato.
Se una banca realmente privata eroga credito ad un soggetto non meritevole di ottenerlo subisce un danno economico determinato dalle perdite su crediti.
In ambedue i casi la sua valutazione può essere sbagliata.
Tuttavia, se è corretta ci guadagna, se è sbagliata ci rimette.
La valutazione del merito di credito è una cosa complicata e che, in taluni casi, si riduce sostanzialmente ad un pronostico.
Tuttavia, sia che si tratti di un pronostico azzeccato, sia che si tratti di un pronostico sbagliato, in entrambi in casi l'istituto di credito avrà il premio o la punizione che si merita.
Nel caso di credito erogato da soggetti politicizzati la Storia d'Italia è univoca: sempre e comunque sono stati sostenuti gli amici e gli amici degli amici.
E' stata la politica ad aver distrutto le banche del Sud.
E dovrebbe farsi un serissimo esame di coscienza prima di riproporre gli Orrori del passato.  

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