Google VS Baidu
In merito alla questione Google e mercato cinese, va ricordato che già il 13/1/2010 StatCounter ha evidenziato come, alla fine del 2009, Baidu avesse il 56% del mercato cinese, rispetto al 43% di Google.
Ossia Google in tumultuosa crescita, visto che nel luglio del 2009 stava al 30% rispetto al 68% di Baidu.
Alla fine del 2009 la quota complessiva di mercato della coppia Yahoo! Bing era appena dell'1,18%.
L'analisi in esame è basata su 24 milioni di referring clic raccolti fra luglio e dicembre 2009.
Google è partito in Cina appena nel 2006 e mette a rischio la sua partecipazione al mercato più in espansione proprio quando la leadership di mercato è vicina.
Comunque la si rigiri, fra le società quotate in borsa (e non solo), è assolutamente unica al mondo.
Cina e inflazione
Un freschissimo studio di Bank'Italia evidenzia il ruolo dei prodotti cinesi nel contenimento dell'inflazione in Italia.
Segnatamente, lo studio di tre economisti di Via Nazionale spiega come la crescita del Made in China abbia colpito pesantemente la nostra economia andando a fare concorrenza all'Italia in settori per noi rilevanti come tessile, abbigliamento, calzature e mobili.
Per contro, lo studio di Matteo Bugamelli, Silvia Fabiani ed Enrico Sette (titolo: "L'effetto pro-competitivo delle importazioni dalla Cina") evidenzia come nel periodo considerato (2000-2005) l'inflazione sia stata di circa mezzo punto percentuale l'anno inferiore rispetto a quella che sarebbe stata senza la crescita delle quote di mercato dei prodotti cinesi.
Da notare che questo studio tratta del passato, non dà indicazioni sul futuro.
Peraltro è difficile non notare come l'attuale importante crescita dei salari cinesi disegni uno scenario potenziale molto diverso per il futuro.
E' possibile che nel decennio appena iniziato l'impatto della Cina sulla nostra economia sia di segno completamente diverso, non portando benefici sul fronte inflazionistico ma portando benefici sul fronte della crescita.
Fra l'altro l'Italia non sembra minimamente messa male, soprattutto rispetto al fenomeno dei nuovi ricchi cinesi.
Fenomeno che è peraltro oltremodo difficile da analizzare, non foss'altro perché quelli che apparivano nelle classifiche dei neomilionari (in dollari americani) nel 1999 sono stati, nel decennio successivo, arrestati in circa la metà dei casi.......
Investire in Cina
Difficile non notare come gli acquisti di quote di fondi comuni azionari da parte dei risparmiatori italiani siano sempre più concentrati sui mercati "emergenti" (sono emersi da un bel po', ma tant'é).
Difficile anche non notare come, a parte qualche scrupolo di Google, non si intraveda niente di assimilabile da parte di altre aziende occidentali, orientali o dell'Emisfero Australe.
Difficile anche non notare come quelli che criticano soggetti come Google di farsi troppi pochi scrupoli in realtà non se ne facciano alcuno a comprare prodotti cinesi per il loro basso costo.
Difficile, in sintesi, non notare l'enorme interesse che circonda la Cina.
Ci sono motivi validi per avere scetticismo sull'attuale mania di investire in Cina.
Almeno se si è una singola azienda che vuole investire direttamente lì, visto il modo a dir poco improprio in cui il regime cinese è portato a "privilegiare" le aziende locali.
Sorvolando sulle questioni inerenti lo spionaggio industriale.
Inoltre il costo del lavoro bassissimo non è un'esclusività della Cina, ma una caratteristica di tutta quell'area.
Già la sola accoppiata India-Indonesia è in grado di mettere in campo una quantità altrettanto immane di forza lavoro a bassissimo costo, con alcuni vantaggi oggettivi come l'avere già effettuato la transizione verso la democrazia.
Fatte tutte le doverose premesse per evidenziare che la Cina non è l'Eldorado, mi sembra giusto segnalare il ritorno in campo di un campione della gestione attiva: Anthony Bolton.
Anthony Bolton è il più celebre gestore britannico e, nella sua carriera con il fondo Fidelity Special Situation, ha potuto vantare un rendimento medio annuo del 19,5% nel periodo fra il 1979 ed il 2007.
Dopo una pausa di un biennio, fatta con un tempismo lodevole (anche le sue valutazioni nel corso del biennio meritavano decisamente ascolto), torna in campo con un fondo specializzato sulla Cina che partirà nel marzo 2010.
L'opinione di Bolton è che la situazione attuale della Cina sia molto simle a quella taiwanese e della Corea del Sud ai tempi della loro impetuosa crescita (circa venti anni fa) ed a quella giapponese prima ancora.
P.S.
Non ho legami con Fidelity e non ho motivo di considerarla la casa migliore in assoluto.
Tuttavia, investe in Cina da oltre 16 anni ed è un ottimo supporto per un gestore di valore tale che il suo rientro mi sembrava meritare decisamente una segnalazione.
Al solito, non è un consiglio per gli acquisti, solo un articolo su cui riflettere bene.
Investimenti immobiliari USA VS Cina
Nel numero di questo mese di Patrimoni c'è stato un confronto involontario fra Roberto Lenzi e Wilson Wong.
Involontario perché gli articoli erano diversi: Lenzi (dello studio legale Lenzi & Associati di Milano) rispondeva alla lettera di un lettore mentre Wilson Wong (gestore del Greater China Fund di Fidelity) rispondeva ad un intervistatore.
Lo spunto mi pare interessante per tornare sul settore immobiliare.
Non foss'altro perché la Cina supererà il Giappone come seconda economia del pianeta.
Non che sia un grande sforzo: come popolazione sono il decuplo....
Non si può peraltro dire che abbiano niente di cui vantarsi: se ci si mette in dieci per picchiare uno e nemmeno ci si riesce per così tanto tempo....
Tuttavia, visto che il sorpasso è nell'ordine naturale delle cose, i confronti fra USA e Cina sono i confronti fra la primissima economia del pianeta e la futura seconda.
Per inciso, che cosa accadrà fra decenni non lo può sapere nessuno, ma se si guardano un pò di previsioni di qualche decennio fa sarà il caso di essere estremamente prudenti nel dare per scontato che la Cina supererà tutti solo perché è di gran lunga la più popolata.
Il numero fa, ma se contasse solo quello non avrebbe avuto un ruolo piuttosto marginale per generazioni intere.
Che acquisisca un crescente peso politico è scontato, vista anche la scarsissima voglia dell'Europa di pesare, non è così scontato che sia destinata ad essere mai la prima nazione al mondo.
Da notare, alcune cose:
A) L'India è quasi altrettanto popolata.
Ha un PIL procapite molto più basso ma, come numero di ingegneri, è al livello di Europa ed USA messi assieme.
Puntare così accanitamente sull'istruzione non dà risultati immediati ma, in prospettiva....
B) La scelta della baronessa Ashton come ministro degli esteri europeo (a discapito di candidature di peso come quelle francesi e quella italiana di D'Alema) è stata ampissimamente criticata dalla stampa estera per essere una scelta di bassissimo profilo (assieme a quella di Van Rompuy, che pure ha ben altro spessore).
Da sottolineare come delle tante candidature fosse l'unica senza esperienze diplomatiche, l'unica mai eletta a nessuna carica (ma sempre nominata).
Non si è sempre detto che la parità dei sessi verrà raggiunta quando una donna INCOMPETENTE raggiungerà ruoli di potere?
Almeno in quello ci siamo.
Però è difficile notare come da tantissimo tempo ci si aspetti che l'Europa parli con una voce sola.
E' significativo che sia stato considerato praticamente inevitabile che dovesse essere un esponente espressione di un paese che all'Europa non ha nemmeno mai creduto.
Annoto, a futura memoria, le dure valutazioni della stampa estera.
Financial Times: "resta aperto l'interrogativo se l'Unione europea abbia davvero scelto i migliori candidati possibili" e "il loro basso profilo lascia intendere che le decisioni più importanti di politica estera saranno ancora nelle mani dei governi nazionali".
Herald Tribune: scegliendo "personaggi semisconosciuti con una scelta minimalista" la UE si condanna ad un posto marginale sulla scena globale, "la scarsa notorietà dei nominati enfatizza i problemi dell'Europa invece di dimostrare la sua prontezza ad assumere un posto di rilievo sulla scena internazionale".
Spiegel: "Con il nuovo duo l'Europa punta su due sconosciuti e spreca la possibilità di brillare sulla scena mondiale".
Bild: "Bruxelles fa una figuraccia: la UE cerca reputazione e fama ma si mette d'accordo su due signor Nessuno".
Frankfurter Allgemeine Zeitung: "Era davvero necessario fare un vertice speciale a Bruxelles per questo risultato?".
The Guardian: li timbra come "due tecnocrati dal basso profilo".
Daily Mail: "Il grande inciucio europeo: un'amica raccomandata laburista viene fatta ministro degli esteri, così che un fanatico federalista può diventare presidente.".
Sun: evidenzia come la Ashton "non sia mai stata scelta dagli elettori" ma sempre e solo nominata.
El Pais: "due figure grigie e di basso profilo".
Le Figaro: l'unica nota positiva, sebbene sul solo Van Rompuy, definito "un uomo discreto, avvezzo all'arte del consenso".
Liberation: definisce Van Rompuy "l'anestetico locale, un presidente per fare tappezzeria" ed aggiunge una frecciata alla stampa italiana "Segno dei tempi, i giornalisti italiani, smobilitati dopo la squalifica di Massimo D'Alema, si interessavano soltanto a una cosa: la Francia rigiocherà la partita contro l'Irlanda...".
C) Il divario resta enorme fra le rispettive ricchezze procapite.
Per i cinesi è di 3.566 dollari americani, per gli americani 46.443 $.
D) C'è un fortissimo incremento delle compravendite di immobili fatte da italiani all'estero.
Stando ai dati di Scenari Immobiliari dal 2001 ad oggi si è passati da 17.250 ad una stima per fine 2009 di 35.000.
Da notare che vengono fatte in contanti anche perché, per accendere un mutuo in Italia finalizzato ad acquisti all'estero, occorre di standard avere un immobile sul territorio italiano già interamente pagato da ipotecare.
Nel merito:
1) La domanda posta a Roberto Lenzi era relativa all'iter ed ai costi inerenti l'acquisto di immobili negli USA.
La risposta evidenzia alcune cose interessanti.
Fra le cose rilevanti da segnalare mi pare che ci sia l'evidenziazione di come il regime sia diverso dal nostro.
Gli USA, infatti, appartengono al mondo della Common Law che è di origine anglosassone mentre da noi i riferimenti normativi sono quelli di civil law (che hanno impronta romanistica).
Il sistema nord-americano si basa su alcuni principi differenti dai nostri, fra cui un diverso modo d'intendere il diritto di proprietà (che viene considerato uno status rapportato al periodo di tempo nel quale il proprietario godrà del possesso del bene), ed un diverso approccio dello Stato (mentre in Italia sono le autorità a preoccuparsi di garantire che le transazioni si svolgano in maniera corretta, negli Stati Uniti vige un concetto più liberistico e privatistico: sono le parti ad individuare le tutele migliori per il buon fine delle trattative).
In USA, inoltre, non c'è l'atto pubblico notarile (il trasferimento è atto privato) ovvero il regime di pubblicità dell'atto che assume valenza dichiarativa e non costitutiva, così come da noi conosciuta.
Per avere conoscenza dei trasferimenti immobiliari e dei diritti connessi, è facoltà (non obbligo) delle parti archiviare od annotare (cosiddetto recording) i documenti, ma in alcuni stati c'è un diverso modo di trascrizione (cosiddetto Torrens system).
Il sistema dominante è organizzato a livello locale (presso circa tremila contee).
Manca, quindi, un ufficio del registro centralizzato con funzioni di "pubblica fede" che offra precise e dettagliate garanzie delle parti.
I registri dei documenti non consentono di definire se un soggetto vanti diritti specifici su un immobile ed il modo di annotazione presenta, pertanto, caratteri di insufficiente affidabilità.
Questo sistema ha fatto sviluppare il mercato delle cosidette title insurance policy, ossia polizze assicurative che assicurano all'acquirente (od alla banca in caso di finanziamento) determinati diritti contenuti nel contratto.
In ogni caso, con coperture limitate.
Tali polizze hanno una funzione di natura risarcitoria, non contemplando alcuna garanzia sulla circolazione degli immobili.
Per ciò che riguarda l'iter in uso, in quasi tutti gli stati viene preventivamente stipulato un accordo (cosiddetto real estate contract) diretto a stabilire tempi, modalità e condizioni della compravendita.
Assume valore vincolante e sottrae il bene alle eventuali pretese del creditore e del venditore senza necessità di compiere alcun atto di pubblicità.
E' normale per le parti farsi assistere da consulenti legali dovendo prevedere nel documento ad ogni aspetto tecnico che sia afferente al proprio interesse.
Successivamente, si dovrà verificare la legittimazione del venditore ed i diritti connessi (cosiddetto investigation of title).
Infine, la fase finale dell'operazione di cessione (cosiddetto closing), che si concretizza con la consegna dell'atto formale di trasferimento del diritto sull'immobile (cosiddetto deed conveyance).
I costi della compravendita sono variabili in funzione della difficoltà della transazione nonché dei soggetti che intervengono.
Le principali voci sono relative all'intervento dell'agenzia immobiliare, agli onorari per la consulenza ed assistenza legale, al costo della polizza assicurativa (per il venditore) ed alla verifica della stessa (per l'acquirente), all'eventuale mutuo (per l'acquirente), ai costi per l'intervento di altri soggetti (eventuale stima indipendente, ispezioni tecniche, eccetera), alle imposte inerenti al trasferimento (per l'acquirente).
Con una certa approssimazione, il Consiglio Nazionale Forense USA, individua, a carico di un acquirente, un'incidenza complessiva media pari a circa il 5-6% del prezzo, cui aggiungere le commissioni dell'agente immobiliare (circa il 3%) e gli onorari legali.
2) Anche Wilson Wong evidenzia molte cose da sapere relative al mercato immobiliare, in questo caso cinese.
Esiste una barriera psicologica: quando la famiglia cinese raggiunge un reddito di 33.000 reminbi mensili (3.280 €) tende ad aumentare i consumi, soprattutto acquistando abitazioni.
Questo trend si è registrato nelle grandi città nel 2003, nelle metropoli di medie dimensioni nel 2006 ed ora l'onda lunga sta arrivando in centri urbani ancora più piccoli, quelli che più incidono sul PIL (16% annuo).
Questa tendenza, per chi investe, è un importante driver di lungo termine.
Solo il 10% delle famiglie che vivono in aree rurali possiede un condizionatore, il 20% un frigorifero e solo il 5% un computer.
La penetrazione resta contenuta ma con il PIL in forte crescita migliorerà proprio nel segmento dei consumi discrezionali (ossia ciclici) su cui vale la pena di investire.
Per gli stranieri, comprare case da mettere a reddito resta invece un azzardo.
Visti i limiti imposti dalla legge, per un investitore straniero è arduo procurarsi yuan, indispensabili per la transazione.
Senza contare che, se l'acquisto riesce, non è scontato riuscire ad affittare: con i tassi bassi è cresciuto il numero di persone che acquistano.
Oltretutto, il sistema impositivo cinese prevede una fiscalità stringente per gli speculatori.
Se per accendere un mutuo per la prima casa ci sono buone agevolazioni, un secondo è difficile: cala il montante erogato e lievita lo spread.
Meglio la via indiretta, ossia puntare su settori correlati all'edilizia.
Se dal 2008 sono cresciuti numero di transazini e prezzi di immobili e materiali da costruzione, anche i margini restano esigui ed alle imprese occorrono grandi capitali per operare.
Il risultato è che la redditività è incerta ed il rischio elevato....


