P/E mercato italiano
Oggi mi è arrivato a casa, per motivi che personalmente mi sfuggono, una copia omaggio del Sole 24 Ore (quello in formato cartaceo).
Un articolo interessante riportava una ricerca di HSBC inerente il P/E di più mercati.
Fra le varie cose, veniva evidenziato come il P/E prospettico corrente di Wall Street sia di 14,9 a fronte di una media storica (dal 1995) di 17,3.
Per l'Italia è calcolato un 12 attuale contro il 16,4 storico.
Per Eurolandia è calcolato un 12,3 contro un 15,7 che è la media degli ultimi 15 anni.
In sostanza sono stime di mercati tuttora fortemente a sconto.
Sono andato a prendere i dati di Borsa&Finanza (che sono elaborazioni Financial Service Tech su dati Bloomberg) che stimano il P/E atteso del FTSE IT ALL SHARE (attualmente è il più vasto indice italiano) a 15,2.
In realtà sono tutti dati in divenire.
Anche perché non ci si sbilancia per niente a sostenere che il mercato è enormemente a sconto.
Questo anche considerando che le prossime due trimestrali, la quarta del 2009 e la prima del 2010, registreranno una violenta crescita dei profitti, pur restando a livelli ben inferiori al picco del 2007.
Questo per una ragione elementare: le prossime due trimestrali andranno a sostituire, rispettivamente, la quarta trimestrale del 2008 e la prima del 2009.
Ossia andranno a sostituire quelle che forse sono state le trimestrali più devastate dal dopoguerra, quelle che hanno subito appieno l'onda d'urto del crack di Lehman Brothers (avvenuto il 15 settembre 2008) e che hanno subito una quantità immane di svalutazioni da parte del sistema bancassicurativo.
E' vero che per tornare al picco degli utili del 2007 occorrerà aspettare la ripresa vera, presumibilmente fra il 2011 ed il 2013 (dopo una presumibile stagnazione del 2010), ma ormai bastano sei mesi perché il grosso della nebbia sui risultati societari si diradi.
Senza contare che, se questa era l'Apocalisse, si conferma che le grandi aziende resistono meglio alle crisi rispetto alle piccole e medie imprese.
Hanno più capacità di ottenere finanziamenti, possono far pesare il loro potere contrattuale sulle aziende minori, hanno maggiore forza nell'imporre ristrutturazioni e possono delocalizzare parte della produzione in paesi con salari/fiscalità/altro più vantaggiosi.
Hanno anche maggiore solidità patrimoniale, mentre in Italia le piccole e medie imprese spesso spostano risorse ottenute negli anni buoni dalle aziende alle famiglie.
Da un lato è comprensibile visto che è un modo per mettere al sicuro dette risorse, dall'altro incide nella cronica sottocapitalizzazione delle piccole e medie imprese in Italia.
A 2009 quasi finito si può dire che delle 40 aziende che compongono il FTSE MIB (le prime 40 società quotate nella borsa italiana) dovrebbero essere 37 a chiudere in utile.
Utili spesso simbolici ed in forte contrazione dal picco del 2007 (del resto le attuali quotazioni sono quasi dimezzate rispetto al picco del 2007, nonostante la forte ripresa dal minimo del 9/3/2009) ma se questa era l'Apocalisse, francamente....
Da notare che un bull market (un mercato rialzista) dura in media 44 mesi (utilizzando le statistiche dell'S&P500, che è forse il più importante indice mondiale).
Dal marzo del 2009 è stato di appena 9 mesi.
Le medie storiche non garantiscono assolutamente niente.
Ma non ci sarebbe assolutamente niente di strano se ci fossero davanti a noi 3 anni mercato rialzista.
Anche perché è vero che la borsa anticipa, ma anticipa usualmente di sei mesi, mica di anni.
E la ripresa, quella vera, sarà presumibilmente lenta.
Verrebbe da dire auspicabilmente lenta, visto che il vero vantaggio delle crisi è dato dalla possibilità di acquistare a prezzi scontati, reinvestendo i dividendi e risorse supplementari.
Se avesse ragione Goldman Sachs questo vantaggio verrebbe in buona parte bruciato visto che stimano una ripresa degli utili davvero rapida.
Goldman Sachs Global Ecs Research ha stimato, con riferimento all'Europa, una crescita degli utili del 39% nel 2010 e del 24% nel 2011.
Calcolandolo come tasso composto si tratta di una stima di una settantina di punti percentuali di crescita in un biennio.
E' vero che per tornare in pari su più mercati occorrerebbe sostanzialmente un raddoppio di utili ed indici, è vero che dagli utili simbolici di un anno disastroso per l'economia reale come il 2009 è facile schizzare all'insù, ma sarebbe quasi sconveniente se la ripresa degli utili societari fosse così rapida da ridurre in maniera consistente la possibilità di comprare a sconto.
In ogni caso, che sia un mercato a sconto è reso palese da multipli compressi pur essendo calcolati sugli utili di un anno disastroso come il 2009.
Per non parlare delle quotazioni in rapporto ai mezzi propri: ci sono tutt'ora troppe società che quotano meno di quello che dovrebbero quotare se fallissero e vendessero gli asset che hanno in pancia.
Ci sono marchi che hanno resistito al passare delle generazioni che vengono valutati meno di zero.
Con alcuni casi quasi inquietanti.
Ad esempio, è vero che nel 2009 il numero di banche statunitensi fallite (quasi tutte minuscole) ha superato quota 100, ma vedere il Monte dei Paschi di Siena a quotazioni così lontane dai mezzi propri.....
E' vero che ha fatto utili da schifo, del tutto simbolici, ma c'è da prima che un genovese scoprisse l'America e, con ogni probabilità, ci sarà ancora quando sarà fallita un'altra quantità immane di banche statunitensi.
E' normale che dopo il macello dell'ultimo biennio le quotazioni manifestino ancora il terrore generato dalla crisi, è normale che ci vorrà tempo per tornare agli utili pre-crisi, ma se uno ha veramente paura che fallisca il Monte dei Paschi di Siena tanto vale che venda pure i titoli di stato italiani, visto che i CDS (quelli che anticiparono il fallimento di Lehman, per capirci) stimano le probabilità di un fallimento dell'MPS come inferiori a quelle dello Stato Italiano....


