Investire nelle small cap
Merita uno spazio uno studio del Credit Suisse.
E' importante perché riguarda le small cap, che sono la stragrande maggioranza delle società quotate, pur rappresentando una parte minoritaria della capitalizzazione delle borse.
Evidenzia come un dollaro investito nelle small cap statunitensi il 31/12/1925 alla fine del 2009 sarebbe diventato oltre 12.000 dollari.
Risultato ben migliore rispetto ai quasi 2.600 dollari che sarebbe diventato se investito nelle società più grandi.
In realtà si tratta di una overperformance ANNUALE non stratosferica, di circa due punti percentuali.
L'opinione più diffusa è che le small tendano a far meglio delle grandi essendo usualmente queste ultime già mature e con meno probabilità di espandere ulteriormente le proprie attività, oltre ad avere meno flessibilità.
La durata MEDIA del periodo di overperformance delle small è di circa sei anni.
Da annotare come le small cap sovraperformino le blue chip tanto più quanto più è bassa la volatilità delle borse (misurata attraverso il Vix).
Vale lo stesso discorso per gli spread sul credito: essi (come la volatilità) hanno una correlazione negativa nei confronti delle small cap.
In sostanza: quando i differenziali di rendimento si restringono, le small cap tendono a sovraperformare le aziende più grandi e viceversa.
In pratica, in entrambi i casi si verifica che quando la propensione al rischio è più grande e/o c'è espansione economica le small cap tendono a battere le blue chip.
Investire in Cina
Difficile non notare come gli acquisti di quote di fondi comuni azionari da parte dei risparmiatori italiani siano sempre più concentrati sui mercati "emergenti" (sono emersi da un bel po', ma tant'é).
Difficile anche non notare come, a parte qualche scrupolo di Google, non si intraveda niente di assimilabile da parte di altre aziende occidentali, orientali o dell'Emisfero Australe.
Difficile anche non notare come quelli che criticano soggetti come Google di farsi troppi pochi scrupoli in realtà non se ne facciano alcuno a comprare prodotti cinesi per il loro basso costo.
Difficile, in sintesi, non notare l'enorme interesse che circonda la Cina.
Ci sono motivi validi per avere scetticismo sull'attuale mania di investire in Cina.
Almeno se si è una singola azienda che vuole investire direttamente lì, visto il modo a dir poco improprio in cui il regime cinese è portato a "privilegiare" le aziende locali.
Sorvolando sulle questioni inerenti lo spionaggio industriale.
Inoltre il costo del lavoro bassissimo non è un'esclusività della Cina, ma una caratteristica di tutta quell'area.
Già la sola accoppiata India-Indonesia è in grado di mettere in campo una quantità altrettanto immane di forza lavoro a bassissimo costo, con alcuni vantaggi oggettivi come l'avere già effettuato la transizione verso la democrazia.
Fatte tutte le doverose premesse per evidenziare che la Cina non è l'Eldorado, mi sembra giusto segnalare il ritorno in campo di un campione della gestione attiva: Anthony Bolton.
Anthony Bolton è il più celebre gestore britannico e, nella sua carriera con il fondo Fidelity Special Situation, ha potuto vantare un rendimento medio annuo del 19,5% nel periodo fra il 1979 ed il 2007.
Dopo una pausa di un biennio, fatta con un tempismo lodevole (anche le sue valutazioni nel corso del biennio meritavano decisamente ascolto), torna in campo con un fondo specializzato sulla Cina che partirà nel marzo 2010.
L'opinione di Bolton è che la situazione attuale della Cina sia molto simle a quella taiwanese e della Corea del Sud ai tempi della loro impetuosa crescita (circa venti anni fa) ed a quella giapponese prima ancora.
P.S.
Non ho legami con Fidelity e non ho motivo di considerarla la casa migliore in assoluto.
Tuttavia, investe in Cina da oltre 16 anni ed è un ottimo supporto per un gestore di valore tale che il suo rientro mi sembrava meritare decisamente una segnalazione.
Al solito, non è un consiglio per gli acquisti, solo un articolo su cui riflettere bene.


