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Sul peso dei bancari nell'indice italiano

di borsa-finanza00com (30/06/2010 - 10:03)

Per capire il peso dei bancari sul listino italiano occorre considerare che, alla fine della passata ottava, già solo Intesa SanPaolo ed Unicredit rappresentavano un quarto della capitalizzazione di borsa da soli.

Segnatamente, Unicredit il 15,56% ed Intesa SanPaolo il 9,82%.

Con ENI (14,93%), ENEL (10,38%) e Generali (8,99%) abbiamo che circa il 60% della capitalizzazione di borsa è data da cinque giganti soli.

I due superbancari sono ancor più rilevanti delle apparenze perché al loro andamento è legato quello dei numerosi altri bancari del listino.

Da considerare come, mentre ENEL ha avuto utili molto stabili durante la Grande Recessione 2008-2009, mentre ENI e Generali stanno avendo un recupero di utili importanti già in questo 2010, per i bancari il recupero degli utili sia inevitabilmente più lento.

Essendo banche commerciali i loro risultati sono molto legati alle perdite su crediti.

Perdite su crediti che hanno un'esplosione legata alla Grande Recessione.

Dopo ogni recessione c'è, com'è nell'ordine naturale delle cose, un'espansione delle perdite su crediti che avviene in ritardo rispetto al ciclo economico.

Avviene in ritardo perché famiglie ed imprese cercano di reggere l'anima con i denti prima di cedere.

Per contro la profittabilità torna un po' in anticipo rispetto al picco delle perdite su crediti perché le svalutazioni vengono fatte un po' in anticipo.

In pratica, anche se il picco delle perdite su crediti ci sarà realisticamente nel 2011, l'accelerazione degli utili ci sarà proprio quell'anno perché il grosso delle svalutazioni su crediti sarà completato nel 2010.

Meritano un po' di spazio gli studi societari di banche d'affari e SIM isolando gli EPS (Earning per Share, utili per azione).

Per Unicredit abbiamo, in particolare, queste stime:

Kepler 2009 0,08 2010 0,10 2011 0,21 2012 0,31

GS 2009 0,09 2010 0,08 2011 0,27 2012 0,34

Merril Lynch 2009 0,10 2010 0,10 2011 0,24 2012 0,33

Siamo comunque lontani dal picco del 2006 e 2007 (in entrambi i casi 0,49 Euro di utili per azione).

Saremo comunque lontani dai dividendi del passato (2006 0,22 2007 0,24 2008 0,26).

Da considerare che comunque nel 2012 le nostre banche avranno già ampiamente rispettato gli obblighi di Basilea III persino se non ci fosse uno slittamento, quindi i dividendi avranno modo di tornare a livelli pre-crisi.

Fatti i conti della serva, anche le quotazioni possono tornare a livelli simili: con P/E storici di 14-17 Unicredit nel 2012 potrebbe tornare in zona 5 Euro.

Non il massimo pre-crisi, ma lontanissimo dall'1,824 della chiusura di ieri.

Per Intesa SanPaolo abbiamo, in particolare, queste stime di EPS:

Citigroup 2009 0,11 2010 0,13 2011 0,24 2012 0,30

Kepler 2009 0,15 2010 0,17 2011 0,24 2012 0,30

GS 2009 0,18 2010 0,18 2011 0,31 2012 0,36

Merril Lynch 2009 0,18 2010 0,21 2011 0,31 2012 0,40

In questo caso il picco degli utili per azione del 2007 di 0,57 è quasi irraggiungibile perché carico di componenti straordinarie, ma lo 0,37 Euro di utili per azione del 2006 è alla portata.

Del resto sono mancati danni permanenti che abbiano compromesso la redditività delle banche nostrane.

Unicredit subisce qualche diluizione degli utili causa aumenti di capitale, mentre Intesa SanPaolo è forse la più grande banca europea fra quelle che non hanno avuto necessità nè di chiedere aiuto allo Stato né di fare aumenti di capitale.

Fanno impressione le quotazioni di chiusura di ieri dell'ordinaria (2,14 Euro) e della risparmio (1,625 Euro).

Dopo il 2012, superata la questione di Basilea III, la quota percentuale di utili distribuiti agli azionisti sotto forma di dividendi potrebbe tornare a livelli pre-crisi.

Quando il payout ratio tornerà a quei livelli questa percentuale verrà applicata su utili che, nel 2012, saranno tornati a loro volta a livelli vicini a quelli pre-crisi.

Vale la pena di andare a verificare i dividendi pre-crisi:

2006 0,22 ordinaria 0,231 risparmio 2007 0,38 ordinaria 0,391 risparmio 2008 0,38 ordinaria 0,391 risparmio.

I dividendi del 2008 fanno riferimento agli utili del 2007, carichi di componenti straordinari che hanno inciso anche sulla scelta dello stesso dividendo del 2007.

Il dividendo forse più attendibile per cercare di individuare il livello che potrebbe esserci post-crisi è quello del 2006.

Da notare come il dividendo di quest'anno per la risparmio sia stato di 0,091 Euro per azione (erogato in data 24/5/2010).

Alle quotazioni della chiusura di ieri si tratta di un 5,6% di dividendo.

Se nel 2013 il dividendo tornasse al livello del 2006 (e ci sono tutte le condizioni, sia dal punto di vista del payout ratio sia del ritorno alla redditività) il dividendo del 2013 potrebbe superare il 14% alle quotazioni di ieri.

Ossia, non solo quello attuale è alto, ma è molto improbabile che non registri un'impennata.

Poi, certo, se la questione fosse il dividendo farebbero molta più impressione le potenzialità di Fondiaria Sai risparmio.

L'anno scorso è stata in perdita, trascinata dalla crisi delle assicurazioni auto.

Ha comunque erogato un dividendo di 0,425 il 24/5/2010 attingendo alle riserve create negli anni precedenti.

Alle quotazioni della chiusura di ieri (4,81) equivale ad un 8,84%.

Le stime di Goldman Sachs sugli utili per azione:

Published EPS (€) 2009 (-2.21) 2010 0.45 2011 1.11 2012 1.44

GS normalised EPS (€) 2009 (-2.05) 2010 0.42 2011 1.03 2012 1.34

Sono andato a cercare gli utili per azione del passato utilizzando uno studio di Cheuvreux.

Cheuvreux EPS [restated after goodwill] 2003 1.67 2004 1.69 2005 2.84 2006 2.90 2007 2.96 2008 0.92.

Qual'è il punto?

Il punto è che il 2009 è stato una catastrofe nel settore delle assicurazioni auto.

Fra le stravaganze dell'Italia c'è che quando scoppia una recessione esplodono anche le truffe sulle assicurazioni, come se venissero considerate un ammortizzatore sociale.

Il raffronto internazionale è singolare se si considera che, ad esempio, le tariffe assicurative sono molto più alte in Italia.

Tuttavia, sempre a titolo di esempio, i sinistri in Italia sono il doppio di quelli della Francia ed i feriti sono il quintuplo.

Per contro, se le compagnie più attive nel ramo danni (a partire da Fondiaria Sai) riusciranno (con le buone o con le cattive) a bonificare il settore, lo schianto del 2009 potrebbe essere quasi un unicum.

Fra il 2003 ed il 2007 gli utili per azione medi sono stati di 2,41 Euro.

Inoltre, il controllore di Fonsai ha ben note esigenze di cassa che lo spingono a spingere in su i dividendi.

Se ha ragione Goldam Sachs a pensare che Fonsai tornerà sopra l'Euro di utile per azione già l'anno prossimo allora nel 2013, a crisi realisticamente del tutto esaurita, si potranno vedere utili e dividendi non lontani dai livelli pre-crisi.

Per la cronaca, spulciando i dividendi pre-crisi essi sono:

2006 0,95 ord. 1,002 rsp 2007 1,0 ord. 1,052 rsp. 2008 1,10 ord. 1,152 rnc.

Con quotazioni delle risparmio intorno ai 5 Euro (ieri addirittura sotto) un dividendo in prossimità dell'Euro significherebbe un rendimento di una ventina di punti percentuali.

La scommessa è se le assicurazioni torneranno alla profittabilità pre-crisi.

Tuttavia:

A) Basta molto meno per ottenere rendimenti imponenti.

B) Dagli aumenti delle polizze auto del primo trimestre 2010 fatti in maniera piuttosto simultanea da praticamente tutte le compagnie è vistoso come vogliano rifarsi dal crack 2009 con le buone o con le cattive.

C) Il dividendo di quest'anno, che già è enorme, è presumibilmente sia sostenibile che, in prospettiva, destinato a crescere. C'è la questione di un aumento di capitale stile UNIPOL, ma per Ligresti significherebbe allentare la presa su Fonsai ed ha manifestato un'ostilità chiara e netta.

D) Nel 2009 anziché utili è stata registrata una perdita importante, ma il livello del massacro delle quotazioni è impressionante e, realisticamente eccessivo: il 16/4/2007 Fondiaria-Sai rnc arrivò a quotare 30,35 Euro. Ai 4,81 Euro di ieri significa una discesa del -84,15%. E' vero che i minimi non li spacca mai nessuno, è vero che la bonifica del ramo danni è una cosa verosimile, ma non una certezza, ma insomma......

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PIL italiano

di borsa-finanza00com (24/03/2010 - 20:27)

Ricordo alcuni dati riprendendo l'apposito aggiornamento congiunturale di Ref.

Esso riassume le performance italiane degli ultimi 4 decenni.

Nel decennio 1970-1980 l'Italia è cresciuta ad una media annuale del 3,8%.

Nel decennio 1980-1990 l'Italia è cresciuta ad una media annuale del 2,41%.

Nel decennio 1990-2000 l'Italia è cresciuta ad una media annuale dell'1,59%.

Nel decennio ancora non concluso (2000-2010) la crescita annuale media è stata, per ora, di meno di un terzo di punto percentuale.

Da un certo punto di vista questo decennio potrebbe persino non fare testo, a causa del -1,0% del 2008 e del -5,1% del 2009.

Da notare che l'unico dibattito accanito sulla crescita da noi non sia stato su come migliorare il trend, ma è legato ai mesi di aggressioni da parte di Tremonti verso Bank'Italia perché quest'ultima era accusata di fare stime troppo pessimistiche.

Per chi non lo ricordasse, le stime di Bank'Italia all'inizio del 2009 erano di un -2,0% di PIL per l'anno in esame, mentre il Governo nel DPEF stimava un +0,5% nello stesso anno.

E' finita a -5,1%...

Fermo restando che è impossibile prevedere il futuro, girano stime di crescita per gli anni a venire prossime al punto percentuale.

Il Bollettino Economico di Bank'Italia n° 59 stima un +0,7% nel 2010 ed un +1% nel 2011.

Presumibilmente, dal 2011 al 2013 dovrebbe esserci una ripresa economica un minimo solida, anche se ci vorranno anni per tornare ai livelli del PIL dell'anno pre-crisi (per noi il 2007).

Fa impressione il raffronto con gli USA.

La crisi dei mutui subprime esplode nell'estate del 2007 ed il 15 settembre 2008 c'è stato il crack Lehman Brothers.

Eppure, al contrario dell'Italia, il PIL USA è salito pure nel 2008 (un misero +0,4%, tuttavia in crescita come Eurolandia a fronte del -1,0% italiano).

Nel 2009 il PIL USA è sceso del 2,4% e, con le stime attuali di una crescita nel 2010 del +2/3%, potrebbe tornare ai livelli pre-crisi già quest'anno (mentre non si sa quanti anni ci impiegheremo noi).

E la crisi ufficialmente sarebbe la loro...

Fa il pari con l'11 settembre: abbatterono le torri loro ed entrammo in recessione prima noi.

Diventa anche difficile da commentare....

Da notare come un paese post-industrializzato come l'Italia non possa essere confrontato con i paesi cosiddetti "emergenti".

Il 2010 è realisticamente l'anno del sorpasso della Cina sul Giappone, ma questo vuol dire solo che un miliardo e trecento milioni di cinesi circa produrranno ufficialmente più di centoventisette milioni di giapponesi circa.

Per i later starter è normale crescere di più.

Per fare un esempio particolarmente significativo (visto che da noi è considerato paese sinonimo di povertà, e non a torto), l'Etiopia ha un PIL che ha registrato un +10,9% nel 2006, un +11,1% nel 2007, un +8,5% nel 2008, un +7,5% nel 2009 e le previsioni per il 2010 sono di un +7,0%.

Il tutto va dimensionato per quello che è: in questo decennio il PIL del continente africano è salito in media di circa 5 punti percentuali l'anno, un trend imparagonabile con l'Europa, ma i morti per fame sono lì, mica qui...

E' normale che si parli tanto della Cina perché, essendo il paese più popolato del pianeta (sebbene non tanto più dell'India), in astratto un giorno potrebbe diventare la prima economia del pianeta.

Certi calcoli che girano sui giornali ipotizzano che possano tenere quasi all'infinito gli attuali tassi di crescita, mentre le vicende delle storiche tigri asiatiche come Taiwan e Corea del Sud (e ben prima il Giappone) evidenziano come sia nell'ordine naturale delle cose che i tassi di crescita poi rallentino.

Non è corretto raffrontare l'Italia con i cosiddetti emergenti, è però corretto fare raffronti con gli altri paesi post-industrializzati.

Cosa che fanno in maniera impietosa ogni anno le statistiche internazionali, a partire da quelle dell'Eurostat e dell'OCSE.

Per inciso, è difficile non notare come non ci siano nemmeno tentativi di rimuovere le cause strutturali della minor crescita dell'Italia rispetto agli altri paesi.

Come, fra quelle molto rilevanti, le disfunzioni della giustizia civile.

Difficile non notare come la politica sembri interessata solo a quella penale.

Non che quella penale non abbia problemi, ma l'interesse non sembra quello di risolverli, ma quello di non farsi arrestare...

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Debito pubblico italiano

di borsa-finanza00com (19/02/2010 - 11:59)

Ieri sono arrivate le stime dell'Isae.

Prevedono un +1,0% del PIL nel 2010 e dell'1,4% nel 2011 con una disoccupazione che si attesterebbe all'8,8% nel 2010/2011 contro il 7,8% del 2009.

La stima del rapporto debito pubblico/PIL è del 114,8% nel 2009, del 117,2% nel 2010 e del 117,8% nel 2011.

Per avere un quadro della situazione occorre guardare al passato.

Il picco del rapporto debito PIL è stato raggiunto nel 1994 quando è andato al 121,8%.

Non significativo, da quel punto di vista, il ruolo del Governo Berlusconi I (che quell'anno restò in carica solo per pochi mesi).

Importante, invece, il ruolo dei governi successivi (Dini, Prodi I, D'Alema I-II, Amato) che portarono il rapporto debito PIL al 108,8% del 2001.

Prendendo i dati ISTAT si vede come gli anni perduti siano stati il periodo che intercorre fra il 2002 ed il 2008, quando il rapporto è stato intorno a 105,7%, prima del rapidissimo peggioramento successivo.

Segnatamente:
2000: 109,2%
2001: 108,8%
2002: 105,7%
2003: 104,4%
2004: 103,8%
2005: 105,8%
2006: 106,5%
2007: 103,5%
2008: 105,7%
2009: 115,1% (è una stima).
Da notare che tutti i paesi stanno affrontando il peggioramento dei conti pubblici dovuto alla cosiddetta "Grande Recessione".

Significativa, da questo punto di vista, la scelta della Germania.

Il 12/6/2009 il Bundesrat concluse un cambiamento importante della costituzione germanica.

Con quel cambiamento dal 2016 il deficit pubblico federale non supererà più lo 0,35% del PIL e dal 2020 i länder non potranno più indebitarsi.

E' stato un cambiamento di fatto bipartisan, visto che la modifica della costituzione venne fatta dalla Grosse Koalition.

Mancano gli interventi dell'Italia, ma la strada potrebbe averla indicata Berlusconi quando ha parlato di necessità di un intervento europeo sulle pensioni.

Sebbene Berlusconi sia stato smentito da Tremonti (veniamo da un intervento recentissimo in materia pensionistica), occorre considerare che le agenzie di rating danno un enorme peso al settore previdenziale.

Lo fanno anche in considerazione del fatto che il debito pubblico previdenziale (inteso come promesse di pagare pensioni in futuro), pur essendo un debito sommerso e non ufficiale, è molto spesso più alto di quello ufficiale.

Inoltre è molto più facile intervenire lì.

Significativo proprio il caso italiano, con le riforme Amato-Dini che ridussero il debito previdenziale italiano dal 300% circa del PIL al 120-130%.

Berlusconi potrebbe sfruttare il fatto che Grecia, Spagna, Francia ed Irlanda (a cui è presumibile che si aggreghino altri) stanno cercando di intervenire sul settore previdenziale.

E' evidente che a questo punto se ne parlerà dopo le elezioni regionali (anzi, è strano che Berlusconi ne abbia parlato in campagna elettorale), però occorre considerare che non c'è spazio per interventi fiscali.

Anche perché è dal gennaio del 1994 che Berlusconi promette di ridurre le tasse.

Poiché dopo 16 anni di promesse di riduzione della pressione fiscale la stessa è più alta di 16 anni fa (e più alta pure dell'ultimo Governo Prodi), Berlusconi è costretto ad intervenire sulla spesa pubblica.

Altrimenti può trovarsi nel 2013 ad elezioni politiche in cui si presenta con una pressione fiscale che resta ben più alta di quella del 1994.

Dopo 19 anni di promesse false sulla riduzione delle tasse, presentarsi con una tassazione addirittura più alta determinerebbe il suo annientamento politico in qualunque paese occidentale.

In Italia forse no, ma la questione è seria.

Tanto seria che Berlusconi ha sollecitato pubblicamente l'Europa ad un intervento congiunto sulla previdenza addirittura durante questa campagna elettorale per le regionali.

Questa pressione potrebbe spingere l'attuale governo a fare la riforma definitiva delle pensioni dopo le regionali, in maniera da avere abbastanza tempo da trarne benefici in vista delle politiche.

Magari con un'argomentazione che potrebbe fare molta presa sull'elettorato: dopo tantissimi pezzi di riforma in tutti questi anni, il suo completamento significherebbe non parlarne più.

Il che, con lo stillicidio di interventi fatti nell'ultimo ventennio, potrebbe essere interpretato da una parte importante dell'opinione pubblica come motivo di sollievo.

In ogni caso, Berlusconi ha una maggioranza ampissima in entrambe le camere grazie a due soli partiti.

Inoltre, ha molto tempo fra elezioni regionali ed elezioni politiche.

Questo lo mette nelle migliori condizioni possibili per chiudere la questione pensioni.

Che poi lo faccia o meno lo vedremo.

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PIL italiano

di borsa-finanza00com (15/02/2010 - 16:28)

Con i dati definitivi relativi al PIL italiano del 2009 si chiude un decennio terribile che ha visto una crescita media intorno al mezzo punto percentuale.

Segnatamente:

2000 +3,7%

2001 +1,8%

2002 +0,5%

2003 0,0%

2004 +1,5%

2005 +0,7%

2006 +2,0%

2007 +1,6%

2008 -1,0%

2009 -4,9%.

Stendendo un velo pietoso sul confronto con il resto di Eurolandia e dell'Euro27 per "carità di Patria".

Le principali stime sul PIL italiano per il 2010 oscillano fra lo 0,qualcosa% e l'1,niente%.

Livelli di crescita del tutto sufficienti per far tornare a salire gli utili anche a causa dell'effetto (che sui bilanci è, come al solito, tardivo) delle ristrutturazioni.

Per contro del tutto inadeguati a recuperare una parte anche minima dei disoccupati legati a quelle ristrutturazioni.

Anzi, è realistico che abbia ragione Confindustria a sostenere che la disoccupazione continuerà ad aumentare.

AGGIORNAMENTO: Il 1/3/2010 l'ISTAT ha corretto il dato italiano relativo al 2009 da -4,9% a -5,0%....

NUOVO AGGIORNAMENTO: Il 10/3/2010 l'ISTAT ha corretto nuovamente il dato italiano relativo al 2009 da -5,0% a -5,1%........


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P/E mercato italiano

di borsa-finanza00com (14/12/2009 - 20:37)

 

Oggi mi è arrivato a casa, per motivi che personalmente mi sfuggono, una copia omaggio del Sole 24 Ore (quello in formato cartaceo).
Un articolo interessante riportava una ricerca di HSBC inerente il P/E di più mercati.
Fra le varie cose, veniva evidenziato come il P/E prospettico corrente di Wall Street sia di 14,9 a fronte di una media storica (dal 1995) di 17,3.
Per l'Italia è calcolato un 12 attuale contro il 16,4 storico.
Per Eurolandia è calcolato un 12,3 contro un 15,7 che è la media degli ultimi 15 anni.
In sostanza sono stime di mercati tuttora fortemente a sconto.
Sono andato a prendere i dati di Borsa&Finanza (che sono elaborazioni Financial Service Tech su dati Bloomberg) che stimano il P/E atteso del FTSE IT ALL SHARE (attualmente è il più vasto indice italiano) a 15,2.
In realtà sono tutti dati in divenire.
Anche perché non ci si sbilancia per niente a sostenere che il mercato è enormemente a sconto.
Questo anche considerando che le prossime due trimestrali, la quarta del 2009 e la prima del 2010, registreranno una violenta crescita dei profitti, pur restando a livelli ben inferiori al picco del 2007.
Questo per una ragione elementare: le prossime due trimestrali andranno a sostituire, rispettivamente, la quarta trimestrale del 2008 e la prima del 2009.
Ossia andranno a sostituire quelle che forse sono state le trimestrali più devastate dal dopoguerra, quelle che hanno subito appieno l'onda d'urto del crack di Lehman Brothers (avvenuto il 15 settembre 2008) e che hanno subito una quantità immane di svalutazioni da parte del sistema bancassicurativo.
E' vero che per tornare al picco degli utili del 2007 occorrerà aspettare la ripresa vera, presumibilmente fra il 2011 ed il 2013 (dopo una presumibile stagnazione del 2010), ma ormai bastano sei mesi perché il grosso della nebbia sui risultati societari si diradi.
Senza contare che, se questa era l'Apocalisse, si conferma che le grandi aziende resistono meglio alle crisi rispetto alle piccole e medie imprese.
Hanno più capacità di ottenere finanziamenti, possono far pesare il loro potere contrattuale sulle aziende minori, hanno maggiore forza nell'imporre ristrutturazioni e possono delocalizzare parte della produzione in paesi con salari/fiscalità/altro più vantaggiosi.
Hanno anche maggiore solidità patrimoniale, mentre in Italia le piccole e medie imprese spesso spostano risorse ottenute negli anni buoni dalle aziende alle famiglie.
Da un lato è comprensibile visto che è un modo per mettere al sicuro dette risorse, dall'altro incide nella cronica sottocapitalizzazione delle piccole e medie imprese in Italia.
 A 2009 quasi finito si può dire che delle 40 aziende che compongono il FTSE MIB (le prime 40 società quotate nella borsa italiana) dovrebbero essere 37 a chiudere in utile.
Utili spesso simbolici ed in forte contrazione dal picco del 2007 (del resto le attuali quotazioni sono quasi dimezzate rispetto al picco del 2007, nonostante la forte ripresa dal minimo del 9/3/2009) ma se questa era l'Apocalisse, francamente....
Da notare che un bull market (un mercato rialzista) dura in media 44 mesi (utilizzando le statistiche dell'S&P500, che è forse il più importante indice mondiale).
Dal marzo del 2009 è stato di appena 9 mesi.
Le medie storiche non garantiscono assolutamente niente.
Ma non ci sarebbe assolutamente niente di strano se ci fossero davanti a noi 3 anni mercato rialzista.
Anche perché è vero che la borsa anticipa, ma anticipa usualmente di sei mesi, mica di anni.
E la ripresa, quella vera, sarà presumibilmente lenta.
Verrebbe da dire auspicabilmente lenta, visto che il vero vantaggio delle crisi è dato dalla possibilità di acquistare a prezzi scontati, reinvestendo i dividendi e risorse supplementari. 
Se avesse ragione Goldman Sachs questo vantaggio verrebbe in buona parte bruciato visto che stimano una ripresa degli utili davvero rapida.
Goldman Sachs Global Ecs Research ha stimato, con riferimento all'Europa, una crescita degli utili del 39% nel 2010 e del 24% nel 2011.
Calcolandolo come tasso composto si tratta di una stima di una settantina di punti percentuali di crescita in un biennio.
E' vero che per tornare in pari su più mercati occorrerebbe sostanzialmente un raddoppio di utili ed indici, è vero che dagli utili simbolici di un anno disastroso per l'economia reale come il 2009 è facile schizzare all'insù, ma sarebbe quasi sconveniente se la ripresa degli utili societari fosse così rapida da ridurre in maniera consistente la possibilità di comprare a sconto.
In ogni caso, che sia un mercato a sconto è reso palese da multipli compressi pur essendo calcolati sugli utili di un anno disastroso come il 2009.
Per non parlare delle quotazioni in rapporto ai mezzi propri: ci sono tutt'ora troppe società che quotano meno di quello che dovrebbero quotare se fallissero e vendessero gli asset che hanno in pancia.
Ci sono marchi che hanno resistito al passare delle generazioni che vengono valutati meno di zero.
Con alcuni casi quasi inquietanti.
Ad esempio, è vero che nel 2009 il numero di banche statunitensi fallite (quasi tutte minuscole) ha superato quota 100, ma vedere il Monte dei Paschi di Siena a quotazioni così lontane dai mezzi propri.....
E' vero che ha fatto utili da schifo, del tutto simbolici, ma c'è da prima che un genovese scoprisse l'America e, con ogni probabilità, ci sarà ancora quando sarà fallita un'altra quantità immane di banche statunitensi.
E' normale che dopo il macello dell'ultimo biennio le quotazioni manifestino ancora il terrore generato dalla crisi, è normale che ci vorrà tempo per tornare agli utili pre-crisi, ma se uno ha veramente paura che fallisca il Monte dei Paschi di Siena tanto vale che venda pure i titoli di stato italiani, visto che i CDS (quelli che anticiparono il fallimento di Lehman, per capirci) stimano le probabilità di un fallimento dell'MPS come inferiori a quelle dello Stato Italiano....

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