Le finestre a scorrimento sulle pensioni italiane
In pochi mesi sono già tre gli interventi del Governo Berlusconi sulle pensioni italiane (oltre a quelli sulle invalidità).
Segnatamente: variazione dei coefficienti previdenziali, la Sacconi-Tremonti e, appunto, le finestre a scorrimento.
La variazione dei coefficienti di trasformazione previdenziali era prevista già dalla Riforma Dini.
Dopo 10 anni (nel 2005) dovevano essere rivisti per adeguare, al ribasso, l'entità degli assegni previdenziali come risposta all'innalzamento della vita media.
Nel 2005 un altro Governo Berlusconi, troppo vicino alle elezioni politiche, rinviò il problema.
Il successivo Governo Prodi introdusse le variazioni triennali.
Nel gennaio del 2010 il Governo Berlusconi ha applicato il principio della variazione dei coefficienti che riduce le pensioni dei pensionati futuri (non di quelli in essere).
Poi c'è stata la Sacconi-Tremonti che ha agganciato (dal 2015 e partendo da un'innalzamento di massimo tre mesi in quella data, salvo poi andare a pieno regime) le età di pensionamento all'innalzamento della vita media.
La Sacconi-Tremonti ha in qualche modo rovesciato l'approccio.
Affronta lo stesso "problema" (sempre che l'innalzamento della vita media sia tale) scaricandolo sull'innalzamento dell'età previdenziale anziché sulla riduzione degli assegni.
Concettualmente è un lavorare di più per essere pagati di più in fase di pensionamento (nella pratica diventa un lavorare di più per non essere pagati di meno).
Il decreto legge appena varato dal Governo Berlusconi introduce la terza modifica fatta da questo governo in tema previdenziale (in pochi mesi).
Altri interventi riguardano le invalidità, sia con misure di contrasto verso le false invalidità che colpendo VERE invalidità con l'aumento della percentuale necessaria ad ottenere la pensione.
Da notare come una norma del decreto vada a colpire solo ed esclusivamente i VERI invalidi perché aumentare la percentuale di invalidità che determina l'erogazione delle pensioni colpisce esclusivamente quelli che si comportano correttamente e si propongono con certificati veri.
Se sono falsificati, aumentare l'invalidità di qualche punto percentuale non è, ovviamente, un problema rilevante.
Dal punto di vista dell'intervento sulle pensioni di invalidità ci sono nobili aspirazioni di contrasto alle false invalidità (che nessuna persona onesta potrebbe contestare) ma anche interventi che, appunto, vanno a colpire solo i VERI invalidi.
Dal punto di vista delle età di pensionamento, se il decreto viene approvato, le finestre a scorrimento permetteranno ai lavoratori dipendenti pubblici e privati di andare in pensione 12 mesi dopo la maturazione dei requisiti (contro gli attuali 9).
Per i lavoratori autonomi il momento della pensione verrà spostato a 18 mesi dopo la maturazione dei requisiti (a fronte degli attuali 15).
C'è stato un margine di dubbio sui soggetti con oltre 40 anni di contributi.
Tuttavia, nel testo finale si evidenzia come i nuovi termini valgano anche per loro.
Dal nuovo sistema di finestre vengono "salvati" coloro che maturano i requisiti per la pensione entro il 31/12/2010.
I cambiamenti delle pensioni con l'arrivo del 2010
Con l'arrivo di questo anno è scattato un altro pezzo di riforma previdenziale.
Esso è costituito dall'innalzamento graduale dell'età di pensionamento delle donne statali (dal 2015 potrebbe esserci un lieve innalzamento dell'età di pensionamento pure dei maschi per parificare le età nel 2018) e, soprattutto, la variazione dei coefficienti di trasformazione.
Per ciò che riguarda l'innalzamento dell'età di pensionamento per le donne questo, per ora almeno, riguarda le sole statali e non le lavoratrici del settore privato.
Come è evidente, la cosa apre un varco per modifiche anche nel settore privato.
L'intervento è stato fatto in esecuzione di una sentenza della Corte di Giustizia Europea emessa nel novembre del 2008 che aveva contestato all'Italia l'inadempienza rispetto al principio di parità di retribuzione fra la lavoratori e lavoratrici.
Dal gennaio del 2010 al gennaio del 2018 il graduale innalzamento dell'età di pensionamento porterà le donne del settore pubblico in pensione di vecchiaia ad almeno 65 anni.
In realtà una differenza ci sarà comunque: se non esistesse la pensione pubblica e lavoratori e lavoratrici versassero i contributi a soggetti privati, i coefficienti di trasformazione non sarebbero unisex.
Questo perché, essendo la vita media delle donne più lunga di quella degli uomini, a parità di versamenti e di età di pensionamento i modelli privatistici comportano assegni previdenziali più bassi per le donne rispetto agli uomini, dovendo essere erogati per periodi mediamente più lunghi.
La logica matematica è elementare: su base privatistica a parità di versamenti ricevuti per erogare gli stessi importi per uomini e donne occorre, a seconda dei punti di vista, erogare di più a chi vive di meno (gli uomini, come è noto), oppure erogare di meno a chi vive più (le donne, come è noto).
I coefficienti di trasformazione delle pensioni pubbliche però sono unisex, con il risultato che gli uomini sia nel settore pubblico che in quello privato incassano assegni più bassi di quelli che incasserebbero su basi esclusivamente privatistiche/matematiche.
Le donne invece incassano assegni più alti di quelli che incasserebbero su basi esclusivamente privatistiche/matematiche.
Questa impostazione è una scelta politica, non matematica e sarà la politica, se riterrà, a rimuoverla.
A riguardare sia uomini che donne c'è la modifica dei coefficienti.
Detta modifica riguarda tutti i lavoratori sottoposti al regime contributivo (legato, come dice il nome, alle retribuzioni versate nel corso della vita lavorativa) o misto (per misto si intende misto fra metodo contributivo e retributivo).
Una ricerca realizzata da Progetica stima che il pezzo di riforma scattato in questo gennaio determini perdite in termini di assegni previdenziali variabili fra il 3% ed il 20% nel periodo compreso fra il 2010 ed il 2050.
In pratica, i contributi versati vengono assoggettati ad una capitalizzazione virtuale (che non è mutata).
Il risultato è, concettualmente, l'equivalente di un premio unico assicurativo.
Questo importo viene moltiplicato per dei coefficienti allo scopo di ottenere l'entità dell'assegno previdenziale.
Il 1/1/2010 questi coefficienti sono stati rivisti.
Al ribasso, ovviamente, per fare in modo che l'innalzamento della vita media non squilibri il sistema.
Dopo questo aggiornamento sono previsti ulteriori aggiornamenti dei coefficienti ogni 3 anni.
Presumendo che la vita media continui a crescere, i coefficienti continueranno a scendere.
Da notare che dal 2015 scatterà il primo adeguamento dell'età di pensionamento alla vita media (la prima volta con un incremento di soli tre mesi).
A regime questo renderà sostanzialmente neutro l'adeguamento dei coefficienti, in quanto la causa vera della loro riduzione (l'aumento della vita media, appunto), verrà sostanzialmente sterilizzato.
Questo rende i coefficienti scattati in questo gennaio presumibilmente simili a quelli definitivi, quando l'insieme di miniriforme previdenziali avvenute in tutti questi anni avranno, faticosissimamente, dato origine alla riforma complessiva.
Nel dettaglio, i tagli delle pensioni scattati dall'1/1/2010:
Età 57 Coefficiente di trasformazione vecchio 4,720% Coefficiente di trasformazione nuovo 4,419%
Età 58 Coefficiente di trasformazione vecchio 4,860% Coefficiente di trasformazione nuovo 4,538%
Età 59 Coefficiente di trasformazione vecchio 5,006% Coefficiente di trasformazione nuovo 4,664%
Età 60 Coefficiente di trasformazione vecchio 5,163% Coefficiente di trasformazione nuovo 4,798%
Età 61 Coefficiente di trasformazione vecchio 5,334% Coefficiente di trasformazione nuovo 4,940%
Età 62 Coefficiente di trasformazione vecchio 5,510% Coefficiente di trasformazione nuovo 5,093%
Età 63 Coefficiente di trasformazione vecchio 5,706% Coefficiente di trasformazione nuovo 5,257%
Età 64 Coefficiente di trasformazione vecchio 5,911% Coefficiente di trasformazione nuovo 5,432%
Età 65 Coefficiente di trasformazione vecchio 6,136% Coefficiente di trasformazione nuovo 5,620% .
Riforma pensioni Tremonti Sacconi
Il 3/8/2009 il Governo Berlusconi è intervenuto completando l'intervento del Governo Prodi (fatto con il protocollo del welfare del 2007), che introduceva degli automatismi.
Questi automatismi facevano in modo che ogni triennio vengano cambiati i coefficienti di conversione utilizzati per effettuare la trasformazione del montante contributivo in rendita previdenziale.
In sostanza: il montante contributivo, praticamente i contributi versati (e rivalutati) a cui si è giunti nel momento in cui si va in pensione, viene moltiplicato per un coefficiente.
Poiché la struttura del sistema contributivo è fondata sull'equivalenza fra i contributi da una parte e la pensione erogata dall'altra (ed è esattamente questo che lo rende strutturalmente solido), questo coefficiente deve tener conto dell'innalzamento della vita media.
Con l'innalzamento della vita media il coefficiente va abbassato per ridurre l'assegno previdenziale e ricreare l'equilibrio del sistema.
In pratica: poiché vengono pagate pensioni per più anni, farle pagare per un importo inferiore fa in modo che il denaro complessivamente erogato sia equivalente.
L'intervento del Governo Prodi nel 2007 era in linea con lo spirito della Riforma Dini, fatta nel 1995 e che introduceva il sistema contributivo a partire dal 1996 portandolo a regime piano piano (a livello definitivo solo nel 2015, anche se tutte le pensioni diverranno definitivamente contributive solo nel 2034).
Detta riforma prevedeva che i coefficienti venissero rivisti ogni decennio, a partire dal 2005.
Nel 2005 l'allora Governo Berlusconi, forse spaventato da elezioni troppo vicine, fece "saltare un giro".
Si è arrivati all'intervento del Governo Prodi del 2007 che ha reso la revisione dei coefficienti triennale.
Revisione che, si badi bene, ci sarà comunque nel 2010 nonostante la rivoluzione Tremonti-Sacconi.
Tuttavia, la definizione di rivoluzione non è impropria (sebbene sia stata infilata in un emendamento solo, oltretutto messo in uno dei tanti decreti del 2009), visto che viene cambiata completamente la logica di queste revisioni per il futuro.
Quella della Riforma Dini era basata su una logica semplice:
A) Il sistema deve essere strutturalmente in equilibrio e questo viene prima di tutto.
B) Se si innalza la vita media, affinché lo Stato eroghi complessivamente gli stessi importi, dovrà erogare nei singoli anni importi inferiori.
C) Si spinge sulla previdenza integrativa, in maniera tale che ognuno possa organizzarsi come meglio crede. Andare in pensione in anticipo sarà un lusso, ma il più possibile un "lusso accessibile".
La rivoluzione Tremonti-Sacconi si basa a sua volta su una logica semplice:
A) Il sistema deve essere strutturalmente in equilibrio e questo viene prima di tutto.
B) Se si innalza la vita media, si sposta in là l'età del pensionamento. Questo permette di non ridurre gli assegni anche se con il "costo" di lavorare di più.
C) Questo è reso necessario anche dal fatto che la previdenza integrativa non la sta facendo quasi nessuno. Sebbene questo intervento limiti le possibilità di scelta dei cittadini, innalzare d'autorità e per tutti l'età di pensionamento permette di mantenere l'equilibrio del sistema e di avere pensionati più vecchi ma con più denaro.
Il meccanismo di questa rivoluzione è semplice:
dal 2015 scatterà il legame automatico fra età di pensionamento ed aspettative di vita (certificate dall'ISTAT e con con riferimento all'allungamento della vita media nel quinquennio precedente).
Il ricalcolo verrà effettuato ogni 5 anni.
Da notare che l'adeguamento dovrebbe riguardare sia le pensioni di anzianità che quelle di vecchiaia.
Questo punto dovrà essere chiarito nel decreto di attuazione di questa normativa (la cui emanazione dovrà avvenire nel 2014).
Se, com'è ormai consolidata abitudine, la speranza di vita aumenterà, si dovrà andare in pensione più tardi.
Tuttavia, solo un decreto ministeriale (che verrà pubblicato, appunto, nel 2014) stabilirà di quanto più tardi.
In ogni caso, in sede di prima applicazione, ossia nel 2015, il primo incremento sarà di soli tre mesi.
Per gli altri incrementi presumibilmente il governo opterà per un innalzamento simmetrico fra speranza di vita ed età di pensionamento.
Da notare che secondo le elaborazioni Progetica, che è di gran lunga l'istituto più autorevole del settore, con l'attuale andamento fra il 2030 ed il 2035 dovrebbero sparire le pensioni di anzianità (che sono quelle legate alla vita lavorativa) restando solo quelle di vecchiaia, che sono legate all'età anagrafica ed il cui requisito minimo è già di 65 anni.
Donne: la Tremonti-Sacconi prevede anche l'equiparazione (solo per il pubblico impiego e su pressioni europee) dell'età di pensionamento fra uomini e donne.
Fino ad oggi l'età di pensionamento era di 65 anni per i maschi e 60 per le femmine.
Ora viene equiparata a 65 per entrambi.
Questo con un avvicinamento graduale all'obiettivo.
L'anno prossimo le statali potranno smettere di lavorare a 61 anni invece di 60.
Poi ci saranno scatti di un anno ogni due fino a raggiungere i 65 nel 2018.
Attualmente l'equiparazione non è estesa al settore privato sebbene, ovviamente, si apra un varco in quella direzione.
Direzione che, in realtà, non è la più rilevante.
Nel settore privato attualmente l'andare in pensione in anticipo per le donne ha come conseguenza assegni più bassi.
La discriminazione vera non è in questo poiché l'intervento dei coefficienti di trasformazione fa in modo che ad un'età più bassa di pensionamento con il contributivo corrispondano assegni più bassi per determinare un'erogazione complessiva equivalente.
La discriminazione rispetto alle assicurazioni private piuttosto è data dal fatto che nelle assicurazioni private la logica è che, poiché le femmine vivono mediamente di più, occorre che, a parità di età di pensionamento, l'erogazione sia comunque più bassa.
Invece nel nostro sistema pubblico quando l'età di pensionamento è la stessa l'assegno erogato è lo stesso, senza tener conto della maggiore longevità femminile media.
Non è detto che sarà sempre così, anche perché il sistema contributivo, essendo basato sull'equivalenza fra contributi da un lato e pensioni dall'altro, è strutturalmente in equilibrio, ma con un distinguo di genere.
In pratica, è in attivo per la parte maschile ed in passivo per quella femminile.
Non è detto che sia destinato ad essere sempre così.
In ogni caso, sarà una scelta politica, non economica.
Nulla esclude che la politica, nel tempo, mantenga questa situazione senza incorporare nel calcolo dei coefficienti la maggiore longevità media femminile.
Così come, del resto, nulla esclude il contrario.
Il calo delle pensioni future (sono collegate al PIL, che รจ notoriamente in calo)
La recessione di proporzioni immani che è attualmente in atto avrà un impatto forte sulle pensioni.
L'attuale sistema previdenziale italiano è oggettivamente solido perché è costruito sempre più sul sistema contributivo e sempre meno su quello retributivo.
Come evidenzia il nome, il sistema contributivo è concettualmente basato sull'equivalenza fra contributi versati e pensioni erogate.
Questo fa in modo che il sistema vada in equilibrio da solo, anche se a costo di assegni previdenziali modesti.
Diverso è il sistema retributivo, in cui la base è l'ultima retribuzione.
Chi beneficia, in tutto od in parte, del retributivo, incassa nella quasi totalità dei casi di più di quanto gli spetterebbe in rapporto a ciò che ha versato.
Quel di più viene pagato dagli altri.
Mentre i conti del sistema contributivo vanno in equilibrio da soli, non è ovviamente così per il retributivo.
Il retributivo inoltre si è sempre prestato ad abusi come una quantità immane di straordinari nell'ultimo anno od un accordo fittizio con il datore di lavoro per un aumento nell'ultimo anno (tanto pagava Pantalone).
Oggettivamente il contributivo è più onesto ed è particolarmente adatto all'Italia per la semplicissima ragione che l'ente previdenziale non può sapere con certezza se evadi i contributi o meno, quello che può invece sapere è, al momento in cui raggiungi l'età del pensionamento, se hai pagato o meno i contributi.
In sostanza, mentre evadere imposte e tasse è eticamente deprecabile ma può avere un senso (della serie: scuola, sanità, polizia eccetera ci sono lo stesso anche se io evado) se evadi i contributi lo fai togliendo risorse ad un fondo intestato a te medesimo.
Da quel punto di vista l'introduzione del sistema contributivo (fatto dal Governo Dini del 1995 con una singolare maggioranza parlamentare fatta sostanzialmente dai partiti che avrebbero poi formato il PD e dalla Lega) diede un colpo formidabile all'evasione contributiva.
Questo non nel senso che la ridusse (forse lo fece, ma non è dimostrabile) bensì nel senso che detta evasione venne "sterilizzata".
Più propriamente: se evadi vieni punito per il semplicissimo fatto che l'ente previdenziale anche se non sa se hai evaso sa benissimo che cosa hai versato.
Questo fu un aspetto sostanzialmente rivoluzionario in un paese che notoriamente spicca come evasione e nel quale non è tanto fuori misura la pressione fiscale, quanto proprio la pressione contributiva.
Questo a causa della doppia anomalia di venire, storicamente, da età di pensionamento particolarmente basse rispetto agli altri paesi avendo in contemporanea una vita media più lunga degli altri.
L'introduzione del sistema contributivo ha avuto, per queste semplicissime ragioni, grandissimi meriti.
Questo sebbene fosse, per certi aspetti, una riforma virtuale.
Virtuale nel senso che non c'era nessunissima possibilità, nemmeno simbolica, che il nostro Stato fosse in grado di continuare ad erogare sine die le pensioni con il retributivo.
Si sarebbe comunque arrivati al punto che le pensioni non potevano essere pagate, il che rese l'intervento dell'epoca inevitabile, data l'assoluta insostenibilità del modello precedente.
E' da ricordare che l'attuale sistema si sta trasformando pienamente nel sistema contributivo, ma la trasformazione è tuttora in divenire, nonostante tutti questi anni.
Per coloro che rientrano nell'applicazione del metodo contributivo (ossia i neoassunti dall'1/1/1996) e per una buona parte di coloro che ricadono nel metodo misto (ossia chi al 31/12/1995 era già occupato ma non aveva ancora maturato oltre diciotto anni di contributi) la pensione viene calcolata moltiplicando il montante dei contributi versati per un coefficiente di trasformazione rapportato all'età dell'assicurato al momento del pensionamento.
Il montante è costituito dai contributi versati sia dal dipendente che dal datore di lavoro (o dal solo lavoratore autonomo).
L'importo contributivo viene poi rivalutato al 31/12 di ogni anno sulla base di un tasso annuo di capitalizzazione virtuale che è pari alla media del PIL nominale degli ultimi 5 anni: è di tutta evidenza che un paese in recessione riduce la media quinquennale.
Del resto, l'andamento del PIL è l'unico parametro serio utilizzabile perché è quello più rilevante per la sostenibilità del sistema.
Ma l'attuale andamento del PIL italiano è terrificante: se si fanno i raffronti utilizzando i ciclici rapporti sulle tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario della Ragioneria Generale dello Stato e si confrontano con le stime sul PIL fatte da Bank'Italia, Fondo Monetario Internazionale ed OCSE il quadro è pesante.
Nel senso che, è vero che le stime sono stime, ma qui si parla di un 10% circa di PIL in meno nel triennio 2008-2010 in Italia rispetto alle stime che giravano nel 2007.
Sostanzialmente, si stimava che nel triennio 2008-2010 il PIL italico dovesse crescere complessivamente intorno ai quattro punti percentuali, mentre ne perderà una mezza dozzina (stando alle stime dell'FMI di oggi, anche qualcosina di più...).
Questo riduce drasticamente le stime sul tasso di sostituzione, ossia il rapporto fra prima pensione ed ultimo stipendio.
Che va ulteriormente rivisto a causa dell'allungamento della vita.
Se si va sul sito dell'ISTAT (merita sempre) si vede che negli ultimi 19 anni in Italia la vita media ha continuato ad allungarsi di circa 4.
Si allunga più lentamente rispetto ai decenni precedenti, ma i trentenni d'oggi (me compreso peraltro, anche se io mi ritirerò dal lavoro molto prima con i soldi miei, sebbene abbia l'idea di continuare a pagare i contributi anche essendo già "pensionato privato") dovrebbero entrare nell'ordine di idee di dover andare in pensione una mezza decina di anni dopo rispetto a quello che dicono le tabelle attuali.
Oppure di subire un taglio dell'assegno che compensi il fatto che con l'allungamento della vita media ne possono usufruire per un periodo significativamente più lungo.
Da notare che l'allungamento della vita media determina modifiche di rilievo anche a breve.
Questo per la revisione dei coefficienti di conversione in rendita dei capitali accumulati che sono un meccanismo fondamentale del sistema contributivo per adeguare detti coefficienti all'allungamento della vita.
Fissati dalla Riforma Dini, avrebbero dovuto essere rivisti ogni 10 anni, quindi nel 2005, quando il Governo Berlusconi li fece slittare.
I nuovi coefficienti entreranno in vigore l'1/1/2010 ed a regime saranno rivisti con cadenza triennale.
L'effetto è un'ulteriore riduzione delle pensioni percepite stimabile nella misura di un 6-7% rispetto ai già modesti importi determinati dai coefficienti attuali.
Fra calo del PIL, ricalcolo dei coefficienti dell'1/1/2010 e continuo (ed auspicabile, peraltro) allungamento della vita media c'è la seria e triste possibilità che il raggiungimento di una pensione pari al 50% dell'ultimo stipendio comporti ben altro del 65° come anno di pensionamento.
P.S.
Dispiace trattare argomenti tristi.
Tanto più che in Italia ci sono ancora i ricordi di età di pensionamento surreali.
Però domani faccio il 36° compleanno e mi sono messo a fare un pò di "compiti".
Personalissimamente il mio trend (e/o le mie prospettive) è molto promettente anche perché è andata parecchio bene in borsa nella prima metà di quest'anno (e sia benedetta in particolare Toscana Finanza, che si occupa di RECUPERO CREDITI e che sta facendo utili a tutto spiano).
E devo dire che ad ottobre 2008, quando il vertice del Fondo Monetario Internazionale strillava "SIAMO SULL'ORLO DELLA CATASTROFE FINANZIARIA GLOBALE" e Draghi aveva occhiaie da notti insonni ero molto meno tranquillo.
Oltre al memorabile panic selling che si è interrotto solo il 9 marzo di quest'anno.
Ma se si hanno in mente le pensioni delle generazioni precendenti sarà il caso di ricordare che noi in pensione pubblica ci andremo (sperando di non schiattare prima, s'intende) sulla base dei contributi versati.
Non solo non avremo regali supplementari, ma dovremo pagare anche quella consistente parte di debito pubblico che è stata costruita da quei regali.


